Pompilio Fiore fotografa l’immaginifico

RITRATTI. L’immaginifico (il terzo occhio) e le sentenze del reale si incrociano dunque lungo i filari del tempo breve, quello percorso da Pompilio Fiore ad alta velocità, lasciando ai luoghi del cinema e della pittura (i suoi confessabili amori) brevi ma intense soste rifocillanti. Non è un caso pertanto che la “sua” fotografia si faccia progetto cinematografico e al contempo pittorico.

Pompilio Fiore fotografa l’immaginifico
Una immagine di Pompilio Fiore

E quindi il rosso misterioso

ancora protegge le dà corpo

regale e l’eco

che allude

all’eleganza dell’ora senza anima

né piedi

ancora s’intrecciano ai dettagli

del tutto i finti viventi

le porte

le nuvole

i trucchi

i vetri che somigliano agli specchi per i ciechi

ancora l’occhio inghiotte il passante

          artificiale

che si pensa e si copia   

    (Elmerindo Fiore)

                  

Entro la rassegna Rilevamenti, dedicata ad artisti giovani trova sede l’omaggio all’opera di Pompilio Fiore poiché egli, mancato nel 1982, sarà giovane per sempre!...” E’ questo l’incipit con il quale Bruno Corà apre il testo introduttivo che pare farsi, in tale occasione, offerta di conoscenza, riepilogo e riflessione su un autore – Pompilio Fiore – al quale la morte ha strappato il respiro ma ne ha aradossalmente storicizzato la presenza.  Il mito della giovinezza infranta – oltremodo tragicamente – laddove tutto ciò vede interprete (e vittima) un uomo che fino a quell’istante aveva vissuto pienamente e intensamente il ruolo dell’artista. Perché alla fotografia – la sua arte – Pompilio Fiore aveva affidato una dimensione di testimonianza preziosa: culturale, sociale, immaginifica. Restituendo all’immagine non già un compito di intrattenimento visivo, piuttosto di sillabario (cromatico e formale) capace di affermare il ruolo macroscopico e dettagliato del soggetto. Ed è proprio la “rilevanza” dello specifico a produrre in Fiore una sorta di codice irrinunciabile che si fa, nel tempo, ipotesi, progetto, espressione.

Ecco allora che il “viaggio” fotografico dell’autore si confronta, direi si misura, con quello che potremmo definire lo sguardo “di appartenenza”, ovvero la condizione abituale che accompagna il tempo dell’uomo. Ovvero con quello che puntualmente – e spesso distrattamente – celiamo al nostro palpito o al nostro limite. Come se l’immagine, nella sua fissità o nel movimento, definisse soltanto un luogo di abitudini, consumato, superficiale; come se il “paesaggio” smarrisse ora dopo ora, giorno dopo giorno, anno dopo anno,  la sua straordinaria diversità per arroccarsi nel cortile di un’occhiata, di un’appartenenza finanche molesta.

L’immaginifico (il terzo occhio) e le sentenze del reale si incrociano dunque lungo i filari del tempo breve, quello percorso da Pompilio Fiore ad alta velocità, lasciando ai luoghi del cinema e della pittura (i suoi confessabili amori) brevi ma intense soste rifocillanti. Non è un caso pertanto che la “sua” fotografia si faccia progetto cinematografico e al contempo pittorico. Restituendo al gesto e al colore la vera matrice narrativa; al rosso apocalittico, alle scie abbaglianti del blu, agli orli di biacca che si fanno geometria del dire. Non certo una fotografia “rassicurante” o iconografica, piuttosto ferite, lampi, vivisezioni: delle città, dei luoghi intimi, dei corpi, dello sguardo. Il fantasioso e il reale. Tratti di strada percorsi uno accanto all’altro – annusando il tempo, e di questo le parole – per poi affrancarsi di colpo dal “compagno di viaggio” e recapitare all’occhio stralci di cieli inverosimili, teatrali, gonfi; ovvero reperti amplificati nelle periferie sabbiose di un’America mai compiutamente narrata; o dell’umanità occasionale che scivola e sosta nei boulevards di Parigi; o ancora del “silenzio” sedimentato sulle pareti di Dublino e sulle ombre, che di profilo, le lambiscono.

Pompilio muore tragicamente nel settembre del 1982. Non aveva ancora trent’anni ma alle spalle un racconto fitto di capitoli, di visioni, di prospettive a venire. E un testamento inconsueto che non ha, in questo caso, commi o paragrafi, o capoversi da enunciare, piuttosto “paesaggi” intimi, spaesanti, mai mappati. E’ toccato ad Elmerindo Fiore, fratello, poeta, pittore,  (una sorta di struggente anima gemella) ricapitolarne la storia. Non per farne un doloroso tempio della ricordanza ma per traghettare fino a noi – e a coloro che verranno -  la coscienza artistica di un uomo. E del suo tempo.

Note biografiche

Pompilio Fiore nasce a Casalvieri (Fr) il 29 novembre 1952. Frequenta il Liceo Artistico di Frosinone. Dal 1971 al 1981 vive a Parigi. Nel 1977 comincia ad occuparsi professionalmente di fotografia; tale mezzo gli permette di operare una sintesi espressiva che deriva sostanzialmente da due sue grandi passioni: il cinema e la pittura. Nel 1980 effettua un lungo viaggio in America e in Irlanda dove realizza due ampi servizi fotografici. Torna a vivere in Italia alla fine del 1981. Muore tragicamente nel 1982, il 7 settembre.