Processo Freccia: security e tangenti carpite “senza rumore”

‘NDRANGHETA IMPUNITA? Parte seconda. Svariati i fatti oggetto del processo che suggerivano la bontà della pista seguita dalla Dda: dal richiamo degli estorsori al nome della cosca in funzione di “minaccia implicita” alla pervasività delle logiche spartitorie nell’acquisizione del controllo dei servizi di sicurezza delle discoteche. Forti le analogie con gli episodi di ‘ndrangheta registrati a Cantù, per i quali il 416-bis è stato riconosciuto. Si attenderanno le motivazioni.

Processo Freccia: security e tangenti carpite “senza rumore”
La discoteca Modà di Erba, vista interno - ph m.papido.it

Che i Cristello fossero una cosca ancora operativa e pericolosa nel territorio di competenza della locale seregnese, parrebbero già confermarlo le intercettazioni di Paolo De Luca, il “boss invisibile” in contatto con la cosca Mancuso di Limbadi che gestiva fino al 2016, anno del suo arresto, la security di svariati locali notturni della Brianza, tra cui il “Noir” di Lissone - dov’era costume per gli ‘ndranghetisti consumare drink senza pagare il conto.

Eppure, il recente giudizio di primo grado (di cui si attendono le motivazioni) non lascia spazio ad ambiguità: l’attività criminosa di capi e gregari e i metodi di cui si sono avvalsi non consentono di ravvisare, secondo il Gup milanese, i presupposti di alcuna associazione mafiosa né dell’aggravante riconducibile all’impiego della «forza di intimidazione derivante dalla notoria appartenenza alla ‘ndrangheta» e della «condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva». È evidente però che episodi di minacce, violenze, pestaggi, intimidazioni - per quanto sporadici - ci sono stati, specie per dirimere controversie (ad esempio, fra i titolari di un locale e i loro avventori). Estorsioni e acquisizioni in modo diretto o indiretto del controllo di locali notturni e chioschi di panini hanno invece avuto luogo perlopiù mediante la mera evocazione da parte dei criminali dell’appartenenza alla famiglia Cristello, spesso rivelatasi sufficiente «a dispiegare la necessaria forza intimidatrice». O, in altri casi, mediante il richiamo a un ambiente malavitoso atto a fungere di per sé da efficace ‘deterrente’ per l’estorto, rendendo così superfluo ricorrere all’«avvertimento mafioso» o a comportamenti espliciti di violenza o minaccia.

Fatti che appaiono per certi versi una riedizione di quanto accaduto a Cantù, dove al contrario la ‘ndrangheta - facente capo alla locale di Mariano Comense - è stata riconosciuta esistente e operante, fra l’altro, nello stesso settore del controllo dei servizi di sicurezza nei locali di pubblico intrattenimento, a volte pure negli stessi luoghi calcati dagli uomini dei Cristello. Con l’unica differenza che il clan seregnese è andato negli anni sempre più inabissandosi, rifuggendo dalle forme più visibili di spartizione territoriale e gerarchica, a favore di un modus operandi più “recessivo”. Di rado i promotori - specie quelli già condannati - si sono esposti in prima linea, preferendo reclutare nuova manovalanza (i «giovanotti», come vengono definiti in un’intercettazione) da impiegare soprattutto nelle rotte del traffico internazionale di droga.

Quanto poi alla condizione di assoggettamento e di omertà ingenerata nelle vittime, è un dettaglio non irrilevante il fatto che nessuna delle 14 persone offese individuate nel decreto di rinvio a giudizio del 31 dicembre si sia costituita parte civile nel processo.

Emblematica delle strategie decisamente più “silenti” fatte proprie da questa (presunta) organizzazione criminale, è la conversazione ambientale captata il 23 novembre 2017. Durante il dialogo Umberto Cristello rivela ad Antonino Priolo, suo ex cognato e figlio di Cosimo Priolo (assassinato nell’89 e ritenuto capo della locale di Seregno), di aver estorto 20mila euro a Massimiliano Cannarozzo, rottamaio di Desio, senza necessità di alcuna intimidazione che non fosse quella già derivante dal cognome Cristello o comunque dalla fama di esponente di spicco dell’organizzazione criminale:

«Quando sono uscito l’altra volta pure da coso… da… Cannarozzo… (…) Quello di Desio… del rottame (…) eh, mi ha mollato 30/40mila (…) E fai in questo modo così... acchiappi un po’ a questo, un po’ a quello! né un paio che... quando io vado in un posto a cercare (inc): - “guarda quello è il boss” (…) Quando mi vedono il terrore hanno dentro! (…) Visto che mi rompono i coglioni su tutto… a me… sempre il nome mio!Almeno sganciano! Almeno la sfrutti questa cosa! (…) No, mo’ vado là e glielo dico che ho bisogno di 20.000 per gli avvocati e gli dico - vedi come devi fare!».

Un’estorsione che Cristello, spinto quasi dalla necessità (in un momento in cui assume di essere «rovinato»), avrebbe perpetrato dopo aver concluso nel 2011 un periodo di affidamento in prova al termine di un periodo di detenzione, e comunque prima del 2015, quando l’imprenditore dei rottami fu arrestato (e in seguito condannato in primo grado) con l’accusa di aver messo in piedi una rete di società cartiere per il traffico di rifiuti in metallo, con emissione di fatture false e riciclaggio di denaro all’estero.

Cristello torna sull’argomento il 23 aprile 2018, conversando a bordo della propria auto con Salvatore Apa, 46enne di Paderno Dugnano residente a Seregno (non imputato). Proprio quest’ultimo fa notare a Cristello che Cannarozzo si è comprato una nuova macchina: «Se la passa buona Massimo mannaia la croce! - la replica del boss - … vediamo se li molla 50.000 euro!». Al che lo stesso Apa si propone di andare a chiedergli i soldi al posto di Cristello, il quale ricorda che «già una volta glieli ho fottuti». E suggerisce quindi al compare: «Vai a cercarglieli tu! -  e vedi se ci dà qualcosa! (…) ...eh cercaglieli tu! digli che dobbiamo aprire una società e hai bisogno un po’ di fondi per affittare un capannone cose… 20/30.000 euro!», tranquillizzandolo che Cannarozzo non si sarebbe rivolto alle autorità per denunciarlo: «E dopo, dopo che è... te ne fotti di lui!...ce l’ha la pila mannaia lu bambinu... che ora caccia 20.000 euro... non è che...sai cosa gli fanno a lui 20.000...».

Controllo sul territorio a cavallo tra Seregno, Meda, Giussano ed Erba. È quello che esercitavano anche Luca Vacca, di Mariano Comense, e il suo uomo di fiducia Daniele Scolari, di Misinto, responsabile del servizio di sicurezza della discoteca “Spazio” di Cantù. Secondo il Gip di Milano Raffaella Mascarino che firma l’ordinanza, Scolari non è «un mero “buttafuori”, bensì un imprenditore, sia pure privo dei requisiti formali necessari, perfetto conoscitore delle logiche e degli equilibri criminali del settore in cui opera», partecipe dell’organizzazione «secondo i medesimi schemi criminali».

Il 9 novembre 2017 Scolari - si apprende dalle intercettazioni - manifesta al sodale Saverio Gentile (non imputato) il proposito di acquisire la security della discoteca “Modà” di Erba. Sulle prime, Gentile si dice contrariato, perché il socio di fatto dell’operazione sarebbe stato quel Luca Vacca che qualche anno prima, insieme ad Antonio Lanzilao (non imputato), aveva chiesto il pizzo al gestore della discoteca “Made” di Como facendo il nome di Mario Trovato (lo «zio Mario di Lecco»), capobastone della locale di Lecco, in carcere dal 2014 per associazione mafiosa ed estorsione aggravata dal metodo mafioso. Una mossa che, secondo Gentile, avrebbe alterato le rispettive competenze territoriali, facendo perdere soldi alla «gente di Lecco». Scolari dice di aver appreso che il servizio di sicurezza del Modà è affidato a Flavio Scarcella, tramite l’‘intermediario’ Alessandro Salvi Sodano (parte offesa), che avrebbe fornito la manodopera per conto del referente dei Barbaro-Papalia di Platì.

Gentile alla fine dà il suo consenso all’acquisizione, a condizione che nella discoteca vengano impiegati quattro suoi uomini. Per contro, si impegna ad allontanare Sodano. Passa qualche giorno, e il 14 novembre Scolari telefona a Vacca per informarlo che Flavio Scarcella intendeva discutere con lui del lavoro. L’indomani, Scolari annuncia a Gentile che, dopo una riunione alla quale avevano partecipato tutte le famiglie interessate, Scarcella ha estromesso Sodano dalla sicurezza del Modà per non aver rispettato quelli che Scolari definisce «gli equilibri che ci sono dietro il lavoro della sicurezza nei nostri paesi».

Tutto ciò sarebbe la riprova, secondo i magistrati smentiti dal Gup in primo grado, che i servizi di sicurezza delle discoteche della zona fossero gestiti e spartiti da «appartenenti alla criminalità organizzata di stampo ‘ndranghetista», che assoggettavano gli imprenditori alle logiche spartitorie di controllo territoriale tipiche dell’organizzazione. Paradigmatico è il caso - rinvenibile nelle carte dell’inchiesta di Cantù - della discoteca “La Capannina” di Giussano, gestita fino all’ottobre 2016 dalla società Zerho Srl, con sede a Seveso. Il servizio di sicurezza del locale faceva capo alla Oblivion Security Group Srl, di proprietà per l’80% di Giuseppe “Pino” De Luca, fratello del boss Paolo. Gli inquirenti intercettavano il 30 gennaio 2016 un paio di telefonate, in cui a parlare è proprio Daniele Scolari:

«Sì, son quelli (i De Luca, alleati degli Stagno e rivali dei Cristello, ndr) che ci hanno in mano il Noir, eh (…) tramite una conoscenza con il proprietario vediamo se riusciamo a cacciarli via quegli altri… (…) Per quello che ti dico, cazzo Pino De Luca, adesso lo sentiamo e glielo diciamo di non rompere i coglioni (…) Sicuramente i proprietari gli avranno imposto che deve esserci Pino De Luca capito? Però adesso ci pensiamo noi! Mi interessava sapere (…) Sì, sì, sono le nostre zone, nostre zone».

Tempo qualche mese, la discoteca chiude i battenti e la Zerho Srl viene posta in liquidazione volontaria. Riaprirà poco dopo col nome “Zero”, tornando all’originaria proprietaria F.D.M. Music, che in seguito la cederà alla società Boccaccio Srl, costituita appositamente nel luglio 2017 e detenuta per il 50% delle quote da tale Davide Sciarra. Questi lavorava come barista nel bar “Briga” di Carate Brianza, alle dipendenze della società Il Tricolore Arls, dove consigliere del cda è Andrea Ternullo e presidente del cda, nonché socio unico, è Erika Ternullo, la convivente di Luca Vacca. In questo modo, Scolari e Vacca hanno fagocitato la security del locale giussanese.

La prassi si ripete per il Modà di Erba, dove Scolari comincia a contattare vari buttafuori, riuscendo a reclutare 13 uomini da inquadrare nel servizio di sicurezza. Non prima di essersi premurato di circostanziare a ognuno di loro le modalità con cui, secondo l’estensore dell’ordinanza, le famiglie dell’organizzazione criminale avevano deciso, secondo le loro «logiche spartitorie», di estromettere il gruppo precedente. Confermando per la Gip che, «anche qualora (i gestori delle discoteche locali, ndr) dovessero scegliere liberamente una specifica agenzia specializzata nel settore, quest’ultima» sarebbe destinata ad attenersi «alle consolidate “regole non scritte” di spartizione delle attività secondo le tipiche logiche mafiose, “subappaltando”, anche occultamente, il relativo servizio»:

«Purtroppo nella vita e nei paesi della Brianza, ci sono degli equilibri che vanno oltre il lavoro della “sicurezza”, perché dietro al lavoro della “sicurezza” nei nostri paesi qua c’è sempre qualcuno dietro, ok? (…) Tu… tu non hai saputo mantenere certi equilibri, quindi mi spiace oggi al tavolo davanti a tutti Flavio (Scarcella, ndr) ha detto - mi spiace Ale (Salvi Sodano, ndr), tu sei tagliato fuori, questa è la mia decisione… E poi sono andato io al Modà con Flavio, abbiamo parlato e abbiamo definito il tutto».

Il personale della security, come accertato dalle indagini, verrà assunto formalmente presso la società Milano Cooperativa 200 S.C. a r.l., chiaramente una “copertura” per l’attività di reclutamento orchestrata da Scolari con l’intermediazione di Flavio Scarcella e della di lui compagna Sonia Panzarino. In una conversazione intervenuta il 23 dicembre 2017 fra Daniele Scolari e Saverio Gentile, quest’ultimo diceva al capo dei buttafuori di non preoccuparsi dei ritardi di Scarcella nei pagamenti: «…con Flavio vai tranquillo… se non ti pagano tu dimmelo a me (…) gli faccio una telefonata ... gli dico “Ascolta a me non me ne fraga un cazzo... i ragazzi che ti ho mandato io, tu li paghi. Poi tu con i proprietari che sei l’uomo di fiducia… cazzi tuoi … o no... a me non me ne frega”. Poi non lo so se ti può servire per qualche altro lavoro sfruttalo questo Flavio».

Solo il primo di una serie di guai passati dal Modà, rilevato nel giugno 2017 dalla società H.O.P.E. Srl, amministrata e detenuta per il 50% da Alex Rovelli (non indagato). La notte del 21 gennaio 2018 un albanese si avvicina agli addetti alla sicurezza minacciandoli con una pistola, dopo che gli stessi lo avevano cacciato per il fatto di esser salito senza autorizzazione sul cubo della discoteca. Nell’occasione intervengono i Carabinieri. Sono convocati in caserma gli addetti alla sicurezza, per essere sentiti come persone informate sui fatti. Rovelli telefona allora a Scarcella per sapere i nominativi di ciascuno di essi; Scarcella contatta a sua volta Scolari, responsabile della security, per avere queste informazioni: Scolari dimostra di non conoscere nemmeno il nome della cooperativa, a riprova della sua mera funzione di copertura.

 

2.continua

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