Prosegue il processo di appello sulla trattativa Stato-mafia. Pietro Riggio appare sempre meno affidabile

Sul banco dei testimoni il generale Angiolo Pellegrini e il colonnello Alberto Tersigni. Fragili i riscontri sulle dichiarazioni di Pietro Riggio.

Prosegue il processo di appello sulla trattativa Stato-mafia. Pietro Riggio appare sempre meno affidabile
Il generale Angiolo Pellegrini

Davanti alla Corte di Assise di Appello, presieduta da Angelo Pellino e Vittorio Anania giudice a latere, sono stati sentiti il generale dell’Arma dei Carabinieri Angiolo Pellegrini, oggi in quiescenza e al momento dei fatti su cui è chiamato a rispondere colonnello, e il colonnello Alberto Tersigni, all’epoca maggiore.

In apertura di udienza è stata data notizia che il collaboratore di giustizia Giovanni Brusca si trova in isolamento in quanto ha contratto il Covid-19.

Brusca in primo grado è stato assolto per intervenuta prescrizione, visto il riconoscimento delle attenuanti specifiche per i pentiti.

 

I due testimoni sono stati interrogati, oltre che dai procuratori generali Sergio Barbera e Giuseppe Fici, anche dagli avvocati Francesco Centonze e Francesco Bertorotta, difensori di Marcello Dell'Utri, dall’avvocato Basilio Milio difensore di Mario Mori e dall’avvocato Francesco Romito difensore di Giuseppe De Donno.

 

Entrambi gli ufficiali dell’Arma, in servizio alla Dia che il 1999 e il 2002, utilizzarono per primi Pietro Riggio, ex guardia carceraria poi arrestata per 416 bis, come fonte confidenziale. In aula hanno ribadito la scarsa consistenza della collaborazione ai fini investigativi.

 

Dalle loro parole si è anche capito che, proprio in quegli anni, il loro obiettivo era la cattura boss Bernardo Provenzano.

“Ero stato in servizio a Palermo, avevo collaborato con l’ufficio istruzione e con il giudice Falcone e avevo – ha dichiarato il generale Pellegrino – predisposto il primo vero rapporto sugli affari di Bernardo Provenzano, partendo da Pino Lipari. Per me Provenzano era un obiettivo sempre”.  

Grazie ai propri appunti e alle agende dell'epoca che il generale ha conservato gelosamente e che sono state acquisite al processo, Pellegrini ha confermato le date degli incontri che avvennero nell'estate del 1999: “Il 2 luglio incontrai Mazzei e gli dissi che non avrei fatto colloquio investigativo con Riggio ma che sarebbe stato interrogato il 7 luglio da Chelazzi e che se avesse avuto qualcosa da dire l'avrebbe potuta dire a Chelazzi”. Il primo incontro con Pietro Riggio fu “casuale. Fu un'occasione per capire se effettivamente c'era qualcosa su Provenzano”.

 

Antonio Mazzei, classe '48, risulta essere un ex pregiudicato campano che avrebbe intrattenuto un rapporto di collaborazione esterna con i Servizi di sicurezza.

Ma su questo Pellegrini non è riuscito ad essere preciso: “Non ho mai avuto a che fare con i Servizi, il contatto mi fu girato o da colleghi della Dia o dell’Arma territoriale”. A proposito della figura di Mazzei, il generale ha dichiarato che “era un ex detenuto, non so cosa facesse di preciso - ha spiegato - Lui era un trait d'union. Uno che disse che Riggio era disponibile a collaborare per dare notizie su Bernardo Provenzano”

 

Pietro Riggio, ha spiegato il generale Pellegrini, divenne una “fonte” perche’ il suo obiettivo era poter rientrare nella polizia penitenziaria, una riabilitazione che avrebbe potuto ottenere se si fosse arrivati a catturare il boss corleonese.

“Gli dissi chiaramente che era una fonte, non un collaboratore. Doveva essere come un ectoplasma: doveva osservare, ascoltare e riferire – ha detto Pellegrini – senza commettere reati perché nessuno lo avrebbe protetto”.

 

Quando la fonte “Ugo”, questo il nome in codice di Pietro Riggio, riferisce che Giovanni Peluso, un suo conoscente ex agente di polizia in seguito arrestato, gli disse che sarebbe dovuto accadere a Palermo un fatto eclatante, senza però mai menzionare il nome del giudice Guarnotta, Pellegrini avvertì il procuratore di Palermo Pietro Grasso chiedendo di avviare intercettazioni telefoniche, che furono negate per scarsezza di elementi che le giustificassero. “Vista la risposta io chiesi al primo reparto della Dia la possibilità di fare intercettazioni preventive. Durarono 4 mesi, ma non emerse nulla. Anzi ricordo anche considerazioni pesanti, come se Peluso fosse un millantatore o un truffaldino”.

 

L’unico apporto “concreto”, a detta sia di Pellegrini sia di Tersigni, fornito da Pietro Riggio fu l’informazione di una talpa nel palazzo di giustizia di Caltanissetta.

“Ad un certo punto ci venne il dubbio sulle attività che (il Riggio, nda) svolgeva, (ossia, nda) estorsioni, mentre era nostro confidente. Ho avuto qualche dubbio – ha detto Pellegrini rispondendo all’avvocato Francesco Centonze, difensore di Marcello Dell’Utri – e ho subito messo in allerta gli uffici”. E ancora: “Venne il dubbio che Riggio approfittasse delle sue attività per chiedere soldi in giro. Venimmo a conoscenza che era sottoposto ad indagine dal Ros e così decidemmo di cristallizzare tutto”.

 

“Non corrisponde al vero quello che ha detto Pietro Riggio riguardo al presunto attentato al giudice Guarnotta – ha dichiarato invece Alberto Tersigni – se ciò fosse avvenuto avrei compilato una relazione di servizio oltre a informare tutte i soggetti a vario titolo interessati”.

 

Alla domanda dell’avvocato Bertorotta, difensore di Marcello Dell’Utri “Riggio diede elementi utili alla cattura di Provenzano e di Emanuello?” La risposta del generale Pellegrini non lascia dubbi: “Riggio ha dato elementi che però non hanno consentito la cattura di Provenzano perché non è stato catturato, se avessimo avuto un elemento preciso che portava a Provenzano avremmo catturato Provenzano”.

 

Il processo, al termine della seduta, è stato rinviato al prossimo 8 febbraio. La Procura Generale ha già annunciato di voler rinunciare all'esame testimoniale della dottoressa Ferraro.

 

 

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