Quando penso a Roberto Mancini mi viene in mente lo sguardo della moglie Monica

TERZA PARTE. La giornalista De Simone racconta l’attività sociale della Fondazione "Famiglia di Maria" e ricorda Roberto Mancini, il poliziotto che scoprì la terra dei fuochi.

Quando penso a Roberto Mancini mi viene in mente lo sguardo della moglie Monica
Copertina di Malanova, il libro con la testimonianza di Annamaria Scarfò

L’emergenza sanitaria non ferma le organizzazioni criminali che si stanno adattando, cercano per esempio nuovi canali per continuare i traffici di droga sfruttando soprattutto i social network (sul cui sfruttamento da parte delle mafie stiamo dedicando approfondimenti speciali in questi mesi) e puntano agli effetti della crisi economica per ottenere consensi sociali e arruolare nuova manovalanza.

In queste settimane sono fatti denunciati nelle interviste che abbiamo pubblicato al testimone di giustizia Luigi Coppola e al magistrato Catello Maresca che ci ha raccontato anche l’attività di solidarietà dell’associazione da lui fondata «Arti e Mestieri».

Per fortuna non ci sono solo le mafie ad agire nelle periferie e a porsi come interlocutore della disperazione sociale, resistono e sono quotidianamente attive tante associazioni, comitati, cittadini la cui solidarietà è genuina e offrono un’alternativa libera, legale, pulita.

A San Giovanni di Teduccio, quartiere dell’area orientale di Napoli, è attiva la Fondazione «Famiglia di Maria». Amalia De Simone ne segue le attività e le sta documentando sul Corriere.it. Dopo gli approfondimenti sulla presenza delle mafie in vari Stati europei, con un’attenzione particolare alla Germania, pubblicati nei giorni scorsi in quest’ultimo articolo ci racconta le attività della Fondazione e l’incontro con Annamaria Scarfò, ragazza di Taurianova in Calabria che ha denunciato il branco (composto anche persone riconducibili ad ambienti criminali) che l’ha violentata per anni condannato in via definitiva dalla Cassazione nel 2016, per concludere ricordando Roberto Mancini, il poliziotto che scoprì la terra dei fuochi, morto a causa del linfoma non hodgkin. Un ricordo che quest’anno s’intreccia con la riflessione davanti alla nuova nomina commissariale di uno dei protagonisti della stagione dell’emergenza rifiuti in Campania.

 La Fondazione «Figlie di Maria» rappresenta un’importante attività sociale in una terra dove la camorra è presente. Ci racconti l’alternativa sociale alla camorra che la Fondazione porta avanti e l’incontro con Annamaria Scarfò?

«Le mafie puntano ad occupare un posto al sole nella gestione dei fondi dell’emergenza e in altri settori economici, in quelli che non si sono fermati abbiamo segnali di presenze mafiose. Accanto a questo stanno portando avanti un sistema sociale parallelo per avere consenso e acquisire nuova manovalanza per i suoi traffici. Per questo è importante costruire alternative, sostenere realtà sociali che svolgono un ruolo fondamentale.

I giovanissimi possono essere risorse fondamentali per le mafie, senza manovalanza non possono portare avanti tante attività illecite. La fondazione sta portando avanti progetti egregi da quando c’è una persona straordinaria, Anna Riccardi, che è riuscita a catalizzare l’attenzione e la collaborazione di tante persone di un rione dove sono avvenute tante stese di cui una anche contro la stessa Fondazione. Lei è riuscita a regalare uno sguardo diverso anche nella zona grigia, anche a figli di determinate famiglie.

Possiamo fare l’esempio di Adriana o di Salvatore e di mogli, figlie o sorelle di boss morti ammazzati che s’impegnano nelle attività della Fondazione e partecipano alle marce anti camorra. Persone che poi tornano nei loro contesti familiari dove si scontrano con una certa ostilità su queste loro partecipazioni. È necessario sapere da che parte stare ma non si deve giudicare alla leggera e puntare il dito senza conoscere.

Conosco Annamaria Scarfò da tanti anni e con lei condivido un’amicizia nata dopo che l’ho conosciuta per motivi professionali. La sua esistenza è tutt’ora difficile, rimarrà segnata per sempre. Ha donato la sua vita raccontando la sua testimonianza nel libro «Malanova» così che altri possano evitare di trovarsi nella stessa situazione. È stata vittima da piccolina del branco, violentata per anni da un branco dove c’erano anche persone riconducibili ad ambienti della criminalità organizzata. Si è ribellata quando queste persone volevano violentare anche la sorella più piccola trovando il coraggio di denunciare. Un coraggio che ha pagato duramente, isolata dal paese che non l’ha creduta, l’ha considerata la malanova.

Ora è anche uscita dal programma di protezione, non si sente più protetta dallo Stato secondo cui non ci sarebbero più pericoli per la sua vita. Lei ha sempre avuto la forza di portare avanti la sua testimonianza, di cercare di andare avanti. Ma è difficilissimo perché vieni sempre giudicata, arriva sempre qualcuno che dice che sei la persona sbagliata, ci sono sempre tanti non capiscono e insinuano sul tuo conto».      

Il 30 aprile è l’anniversario della morte di Roberto Mancini. Il mese di aprile, come ha denunciato per primo Nello Trocchia dopo giorni di assoluto silenzio, è iniziato con la nomina di uno dei protagonisti di vent’anni fa - Massimo Paolucci - nell’emergenza rifiuti campana nominato nella struttura commissariale di Arcuri, quale riflessione senti di poterne trarre?

«Quando penso a Roberto Mancini mi vengono in mente gli occhi della moglie Monica, che ho incontrato anche dopo la sua morte, che sono occhi da un lato di dolore e dall’altro di rabbia. Ma soprattutto di non rassegnazione perché quello che più ti resta quando hai provato a cambiare la realtà che circonda, arrivando anche a diventarne vittima pagando con la vita l’impegno, è il ricordo della frustrazione di non essere stato ascoltato, neanche quando ha trovato le prove. Questo colpisce di più, perché tutto quell’impegno in quel momento non è stato considerato? È la domanda a cui più penso quando penso alla figura di un grande uomo come Roberto Mancini.

In Italia c’è una pratica terribile, di riabilitare sempre personaggi che hanno avuto ombre nelle loro carriere. Possiamo fare anche nomi più importanti di Massimo Paolucci come Bertolaso e De Gennaro, potremmo fare l’esempio di alcuni poliziotti in servizio al G8 di Genova che hanno continuato a lavorare e sono stati anche promossi.

E quindi possiamo ritrovarci una persona che ha avuto un ruolo nella gestione dell’emergenza rifiuti in Campania in un momento terribile, sicuramente non edificante e per certi aspetti neanche del tutto chiaro, un posto strategicamente forte nella gestione delle risorse per gestire l’emergenza sanitaria. Voglio sperare che abbia fatto tesoro di quel periodo e l’attuale ruolo possa avvenire nella gestione di una trasparenza che è mancata finora nei regimi di emergenza.

Chiariamo senza possibili fraintendimenti: Paolucci è una persona libera legittimata a ricoprire qualsiasi ruolo istituzionale, dovremmo chiederci però sempre l’opportunità».