Rete L’Abuso News, online l’edizione numero 40

Notizie dall’Italia e dal mondo sulle denunce e le lotte contro gli abusi.

Francesco Zanardi – Don Livio Graziano si proclama innocente

Denunciò il padre della vittima 13enne, il suo avvocato e il presidente della Rete L’abuso e malgrado la condanna in terzo grado di giudizio a otto anni, si proclama ancora innocente e si appella al giudizio divino.

L’avvocato della Rete L’ABUSO Mario Caligiuri ha replicato a quanto don Livio Graziano, attualmente in carcere, fa sapere attraverso il suo avvocato.

“Lascia basiti la sfrontatezza delle parole che il religioso ha affidato al suo difensore con cui, poco dopo la sentenza definitiva, si autoproclami innocente, rimettendosi con fiducia alla Giustizia Divina.

A riguardo sono d’obbligo, senza alcuna pretesa di completezza, le seguenti osservazioni.

La denuncia, tempestivamente presentata dal padre del tredicenne, ha consentito ai Carabinieri del Nucleo Investigativo di Avellino, l’avvio di indagini dall’esisto granitico in grado di resistere nel prosieguo del procedimento ad ogni successivo tentativo di confutazione in fatto ed in diritto.

Basti considerare la sequela di segnali emotivi colti sul figlio, comprovati dal numero impressionante di messaggi inviati dal sacerdote sul cellulare del ragazzino.

Ciò ha consentito agli inquirenti, oltre che approdare ad importanti elementi di prova, di poter desumere quei tratti di personalità del sacerdote inclini al controllo compulsivo ossessivo permanente.

Il minore è stato ascoltato in ambiente protetto e ritenuto attendibile.

A questo punto si rivolgono due domande.

La prima è su quale sia stato il movente che ha animato un’intera famiglia a sostenere il falso.

La seconda se sia il caso di appellarsi alla Giustizia Divina in considerazione dell’alta rischiosità di ottenere questa volta una pena perenne”.

Ludovica Eugenio – Prosciolto dalle accuse di abuso sessuale su minore il cardinale canadese Gérald C. Lacroix

E’ stato prosciolto dalle accuse di abuso sessuale su minore il cardinale canadese Gérald C. Lacroix, arcivescovo del Quebec. Si è conclusa così l’indagine canonica preliminare a suo carico commissionata da papa Francesco e finalizzata a stabilire la plausibilità delle accuse e a decidere se avviare un processo. Poco più di un anno fa il papa aveva nominato Lacroix tra i membri del C9, il Consiglio dei cardinali che lo aiuta nell’opera di riforma della Curia. Le accuse contro Lacroix sono emerse lo scorso gennaio, nell’ambito di una class action intentata all’arcidiocesi, come responsabile di presunta violenza sessuale su una diciassettenne avvenuta tra il 1987 e il 1988 nella città di Québec. Per condurre l’indagine il papa ha nominato un giudice in pensione della Corte Superiore del Québec, André Denis.

La class action era stata autorizzata dalla Corte Superiore del Québec nel 2022 e copriva chiunque avesse subito violenze sessuali da parte del clero o del personale laico della diocesi, a partire dal 1940; raccoglie le testimonianze di 147 persone.

Il cardinale ha sempre negato «categoricamente» le imputazioni a suo carico, ma si è temporaneamente dimesso dalle sue attività in attesa che la situazione si chiarisse.

L’indagine condotta da André Denis non ha però soddisfatto gli avvocati che hanno condotto la class action, che hanno espresso dubbi sulla credibilità e sull’indipendenza delle indagini. Il rapporto di Denis, ha detto l’avvocato Arsenault, «non significa nulla» (La Presse canadienne, 24/5). I documenti d’archivio hanno mostrato – lo ha detto lo stesso Denis – che Lacroix non era ancora prete nel 1987, e questo è un motivo per il quale il cardinale non è canonicamente perseguibile.

Inoltre, le dichiarazioni del giudice in pensione evidenziano incompletezze e supposizioni, l’indagine si è chiusa con la conclusione che «non c’erano prove che collegassero Lacroix alle ac-

cuse contro di lui». Tuttavia, lo stesso giudice ha ammesso che «Si potrebbe dire» che l’indagine è incompleta. Se la querelante decidesse di testimoniare, l’indagine potrebbe essere riaperta.

Da parte sua, l’arcivescovo del Québec, dopo la chiusura dell’indagine, ha tirato direttamente in causa la donna che lo ha accusato, deplorando il suo rifiuto di collaborare con l’investigatore e invitandola «a sporgere denuncia penale contro di lui affinché si possa svolgere un processo adeguato». Per questo, dice, resterà sospeso dal suo incarico episcopale.

Una mossa che è stata giudicata una ritorsione dall’avvocato della presunta vittima. «Spetta a lei  – ha spiegato – scegliere dove presentare denuncia. Ha scelto di farlo nell’ambito dell’azione collettiva». Non si fida delle parole del cardinale, secondo cui le vittime di abusi meritano «che si faccia il necessario per ricevere una riparazione che le aiuti a guarire e ricostruirsi». L’arcidiocesi e le istituzioni associate in questa azione collettiva «hanno una sola preoccupazione ed è molto semplice»: «Sono i soldi. Vogliono pagare il meno possibile. E tutte le tecniche sono buone».

Alessio Di Florio 

Libertà di stampa, il silenzio dei complici ignavi e la lotta di chi la pratica realmente

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