Salò: l’«anarchia del potere» e la cittadinanza onoraria al Duce

FESTA DELLA LIBERAZIONE. Il significato della Resistenza attraverso il film “Salò o le 120 giornate di Sodoma” del 1975. Il sesso - secondo Pasolini - come «metafora del rapporto del potere con chi gli è sottoposto». E proprio Salò rivive una stagione “nostalgica”, in seguito alla mancata revoca della cittadinanza onoraria a Mussolini. Per il presidente di ANPI Bollate, Giuseppe Parisi: «la Resistenza è prima di tutto Democrazia e rispetto verso l’altro. Certe sigle non dovrebbero avere casa nel nostro territorio: la Prefettura dovrebbe vietare certe manifestazioni».

Salò: l’«anarchia del potere» e la cittadinanza onoraria al Duce
Frame tratto dal film Salò o le 120 giornate di Sodoma di Pier Paolo Pasolini, 1975.

Il sadomasochismo e la mercificazione del corpo come sintomo delle patologie del potere. La dittatura sessuale come strumento di annichilimento della personalità dettato dalle logiche del consumismo più sfrenato.

È l’allarme che Pier Paolo Pasolini lanciava quasi mezzo secolo fa, immortalandolo nel suo capolavoro cinematografico “Salò o le 120 giornate di Sodoma”, del 1975, ultima pellicola da lui girata e coscritta insieme a Sergio Citti e Pupi Avati. Proiettato nelle sale a tre settimane dal suo brutale e "misterioso" omicidio, è stato premiato nella versione restaurata nel settembre del 2015, in occasione della 72a Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia.

Un film di cui colpisce la disarmante attualità. Affermò Pasolini in un’intervista: «I giovani non capiranno Salò, perché coi giovani è impossibile instaurare un rapporto di carattere culturale. I giovani vivono nuovi valori, con cui i vecchi valori in nome dei quali io parlo sono incommensurabili». E proprio i “nuovi valori” cui il poeta di Casarsa alludeva, quelli di uno stile di vita basato sull’hic et nunc e sulla soddisfazione immediata di bisogni non indispensabili, si prestano - per il solo fatto che esistono - a insostituibile chiave di lettura per comprendere perché siamo arrivati a questo punto. E, considerata la tematica del film, per riflettere tanto sul valore della Resistenza che si celebra nella giornata del 25 aprile, quanto sull’humus culturale che ha permesso alle nuove forme di fascismo di attecchire e intridere tante giovani menti della sua ideologia.

Teatro della vicenda narrata è Salò, cittadina del Bresciano che conta oggi poco più di 10mila abitanti, affacciata sul lago di Garda. Luogo simbolo della sciagurata stagione che seguì l’Armistizio dell’8 settembre ‘43, con la costituzione della Repubblica Sociale Italiana al servizio di un Reich nazista ormai sempre più oppresso dalle forze Alleate.

Il periodo scelto da Pasolini per l’ambientazione del film è proprio il 1944. Protagonisti ne sono quattro signori dai costumi depravati, rappresentanti dei quattro poteri dello Stato-fantoccio mussoliniano: il Duca, il Monsignore, Sua Eccellenza e il Presidente, in tutto e per tutto analoghi (salvo il periodo storico) ai quattro libertini del romanzo incompiuto “Le 120 giornate di Sodoma” del Marchese de Sade, ambientato all’epoca di re Luigi XIV. 

La trama si articola in quattro parti, i cui nomi richiamano ideali partizioni dell’Inferno dantesco: Antinferno, Girone delle Manie, Girone della Merda e Girone del Sangue.

In ognuna di queste, con una ripetizione quasi ossessiva, le giovani vittime - umiliate, lasciate nude e coinvolte in un insensato scambio di ruoli - sono costrette ad ascoltare, nella “Sala delle orge”, aneddoti ricolmi di perversioni erotiche che quattro megere imbastiscono al solo fine di instillare nei carnefici le fantasie sessuali più punitive e immorali. Dagli atti di sodomia agli sposalizi improvvisati, dall’urofilia al simposio a base di feci.

Spiegò Pasolini in una intervista:

«…Il reale senso del sesso nel mio film è […] una metafora del rapporto del potere con chi gli è sottoposto. Tutto il sesso di de Sade, cioè il sadomasochismo di de Sade, ha dunque una funzione ben specifica, […] quella di rappresentare ciò che il potere fa del corpo umano, la riduzione del corpo umano alla cosa, la mercificazione del corpo. Cioè praticamente l’annullamento della personalità degli altri, dell’altro. È quindi un film non soltanto sul potere, ma su quella che io chiamo l’“anarchia del potere”, perché nulla è più anarchico del potere: il potere fa praticamente ciò che vuole, e ciò che il potere vuole è completamente arbitrario, o dettatogli da sue necessità di carattere economico che sfuggono alla logica comune».

Il potere nazifascista interpretato, quindi, come degenerazione della condizione umana nella bestialità, prevaricazione discriminatoria su tutto ciò a quel potere “resiste”, ad opera di un regime totalitario a cui - nella lettura che ne dà Pasolini - non ha nulla da invidiare la massificazione operata dalla (post)moderna società industriale.

Come sottolineava lo stesso autore, Salò è anche un film «sull’inesistenza della storia».

Il 25 aprile dovrebbe essere un momento in cui comprendere la necessità di intendere la Liberazione come netta e continua contrapposizione alle recrudescenze di un potere - quello descritto in Salò - che pretendeva e pretende ancor oggi di distruggere ciò che è “diverso”; «un potere che - ebbe a dire Pasolini - manipola i corpi in modo orribile», e così ha fatto trascinandosi fino al nostro presente, nell’indifferenza generale.

«Li manipola - proseguiva - trasformandone la coscienza, cioè nel modo peggiore, istituendo dei nuovi valori che sono dei valori alienanti e falsi, i valori del consumo, che compiono quello che Marx chiama un genocidio di culture viventi, reali, precedenti».

Ne conviene Giuseppe Parisi (nella foto a lato), presidente della sezione ANPI di Bollate, intervistato da WordNews: «La Resistenza dev’essere prima di tutto Democrazia, e rispetto verso l’altro, chiunque egli sia e qualunque sia la sua lingua, la sua religione, la sua etnia. La Resistenza e la lotta per la democrazia sono i valori più alti e nobili che si possano ottenere in nome della libertà dell’uomo. Bisogna respingere con tutte le forze l’idea che possa perpetrarsi la sopraffazione di un uomo verso un altro uomo. I tempi cambiano, ma certi valori non possono e non devono crollare».

L’Antifascismo dovrebbe essere prima di tutto questo, l’opposizione ad una subcultura che tuttora si impone, nei fatti, in maniera assai sottile, ma che ancora esercita a vari livelli - anche solo in chiave nostalgica - il suo “fascino”.

«Il problema di queste nuove forme di fascismo - osserva Parisi - è stato molto sottovalutato, anche da parte delle istituzioni e dei partiti. Credo che dobbiamo ancora oggi stringere le fila e fare in modo che certi personaggi, certe sigle non abbiano più casa nel nostro territorio e in Europa. Mi riferisco a CasaPound e a tutti quegli estremisti di destra che magari fanno del sociale per camuffarsi, ma alla fine non fanno altro che diffondere odio nei confronti di chiunque sia diverso da loro».

Quali iniziative sono state prese o andrebbero proposte per contrastare efficacemente fenomeni di questo tipo? «Per quanto mi riguarda - afferma il presidente dell’ANPI di Bollate - la Prefettura dovrebbe limitare o vietare certe manifestazioni in occasione di ricorrenze legate al Ventennio. Noi, fra l’altro, come sezione ANPI di Bollate-Baranzate, abbiamo raccolto firme per sponsorizzare la legge di iniziativa popolare contro i simboli nazifascisti proposta dal sindaco di Stazzema, Maurizio Verona. Siamo convinti che le leggi Mancino e Scelba non siano sufficienti. Certi atteggiamenti, certe prese di posizione di alcune forze politiche vanno vietate. Non dovrebbero neanche esistere, perché la nostra Costituzione è repubblicana e antifascista.

Sono morti i nostri nonni e i nostri padri per darci questa libertà, affinché noi potessimo beneficiarne. Però, se non mettiamo un limite a certe manifestazioni, ho paura che questa libertà ci venga tolta. E a quel punto non è da escludere il rischio la storia si ripeta».

Ma il caso più curioso è quello dell’avvocato Gianpiero Cipani, sindaco di Salò, che fra l’altro si è pretestuosamente sottratto a un’intervista propostagli da WordNews e per giunta concordata con largo anticipo con la sua segretaria. Cipani, ormai al suo quarto mandato nel Comune di Salò a capo di una lista civica (“Progetto Salò”) ammantata di valori liberali, sul tema del 25 aprile e dell’importanza di attualizzare la lezione del film di Pasolini ambientato nella sua città, non ha nulla da dire.

Il mistero si infittisce quando si scopre la singolare stagione “nostalgica” che vive dal dopoguerra l’ex capitale dell’RSI. In particolare, dopo la decisione dell’amministrazione Cipani, nel febbraio dell’anno scorso, di non revocare la cittadinanza onoraria di Mussolini, avendo il Consiglio comunale respinto la mozione ad hoc presentata dalla minoranza. Una vergogna che, purtroppo, fregia tuttora l’onore dei salodiani e la memoria di chi, antifascista, per liberare quei territori ha combattuto.

Ma anche di tutti quelli che, in cuor loro, si chiedono in cosa siano consistiti l’“impegno” e le “opere” in virtù delle quali il Duce si sia meritato quel riconoscimento. Ci era sfuggito che la persecuzione e deportazione di ebrei, zingari, omosessuali, oppositori politici fossero motivo di orgoglio per la città di Salò.

«Infatti - commenta il presidente di ANPI Bollate Giuseppe Parisi - la cittadinanza onoraria non era stata conferita per volontà del podestà dell’epoca, ma è stata conseguenza di un’imposizione del fascismo. Si dava la cittadinanza a Mussolini per “farsi belli” ai suoi occhi. Quindi, non c’era una libera scelta da parte dei Comuni. La mozione per revocare la cittadinanza a Mussolini è più che legittima, a Bollate infatti è stata revocata, così come in molti altri Comuni della Lombardia.

Tra l’altro - aggiunge Parisi - noi l’abbiamo collegata (ma è stato fatto anche altrove) alla concessione della cittadinanza onoraria a Liliana Segre. Il vero problema è che a noi manca la storia. Anche i nostri ragazzi nella scuole non studiano la storia, non arrivano a trattare le stragi che hanno segnato il ‘900. Per questo, grazie a una convenzione tra l’ANPI e il Miur, siamo in grado oggi - Covid permettendo - di andare all’interno delle scuole, in collaborazione con gli insegnanti e i genitori, per spiegare ai ragazzi cos’è stata la Resistenza, la Shoah. E far loro memoria che i nostri nonni e padri sono morti per consentirci di godere di questa libertà.

Questa decisione, il sindaco di Salò (iscritto a Forza Italia, con un passato nel Partito Repubblicano, nda) se la sarebbe potuta risparmiare. Se così sono andate le cose - chiosa il Presidente di ANPI Bollate - è stato perché, secondo me, lui come altri devono accattivarsi le simpatie dell’estrema destra per avere più voti. E allora alliscia loro il pelo, per raccogliere consensi. Ma non è così che si risolvono i problemi. Per cambiare veramente le cose, bisogna occuparsi di chi sta peggio».

Evidentemente, per Cipani e per gli “impresentabili” di un partito - il suo - fondato da un condannato in via definitiva per mafia vale il solito adagio per cui - come lui stesso ebbe a dichiarare in un intervento alla trasmissione radiofonica La Zanzara nel febbraio 2020 - Mussolini «ha fatto anche delle cose buone». Bene, Sindaco.

Ora scenda a dirlo in piazza il 25 aprile.

 

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