Salvare i giovani dalla droga si può: la parola all’Associazione Genitori

BERGAMO. Dal presidente dott. Enrico Coppola dati allarmanti: “Dopo il lockdown, richieste di aiuto in aumento”. Importante offrire a utenti e genitori un percorso terapeutico costante.

Salvare i giovani dalla droga si può: la parola all’Associazione Genitori
I giovani della comunità di Pontirolo insieme al pres. Coppola, in occasione di un pranzo con gli anziani della vicina casa di riposo - foto tratte da primatreviglio.it e bergamonews.it
Salvare i giovani dalla droga si può: la parola all’Associazione Genitori

Anche durante la pandemia non si può fare a meno di cogliere l’occasione per dare voce a quei gruppi ed enti che si occupano in prima linea del problema della droga fra i ragazzi. Uno di questi è l’Associazione Genitori Antidroga (AGA) che, per il tramite di proprie strutture accreditate con la regione Lombardia e col Ssn, costituisce dal 1982 - quando a spaccare in due le famiglie era l’eroina - un presidio fondamentale non solo per chi ha in concreto bisogno di aiuto, ma anche e soprattutto per l’intera collettività. Tanto più quando si vivono momenti difficili come quello attuale.

Il dott. Enrico Coppola, presidente dell’AGA, ci ha spiegato in cosa consiste l’attività dell’associazione, le cui comunità hanno sede fra Treviglio e Pontirolo Nuovo, in provincia di Bergamo.

«Noi operiamo su tutte le dipendenze patologiche, dall’alcolismo, alla dipendenza da cocaina, eroina e altre droghe, e anche dal gioco d’azzardo. Trattiamo anche altre dipendenze, ma è difficile che un dipendente da sesso compulsivo o da tecnologia si rivolga ai nostri servizi. In genere ci viene chiesto aiuto quando i problemi sono molto grossi e condizionano la vita che la persona conduce. Il gioco d’azzardo è una dipendenza senza sostanze, ma che ha di fatto gli stessi effetti che derivano dall’uso di sostanze.»

Quali sono le droghe che vanno per la maggiore tra i ragazzi?

«Checche se ne dica, sono ancora quelle classiche. Si parla molto di nuove droghe, come cannabis sintetica. Le nuove droghe ci sono e sono usate da giovani e giovanissimi, ma la maggior parte di loro consuma ancora la droga classica, ovvero cannabis - che non è più quella di un po’ di anni fa - cocaina, amfetamina, ed anche eroina. Comune tra i giovani è il policonsumo, ossia l’uso di diverse sostanze contemporaneamente o alternate. Questo può provocare dei grossi disturbi a livello psichico e psichiatrico, ma non ingenera quella dipendenza immediata che invece dà l’uso di una determinata sostanza. Diversificare il consumo permette di galleggiare di più.»

In che senso?

«Si pensi alla cannabis. Non è più quella di venti trent’anni fa. Molti dei genitori dei ragazzini, che ai tempi ne facevano uso, pensano che sia una cosa abbastanza innocua. Invece, se usata con regolarità durante la fase adolescenziale, cioè nella fase dello sviluppo del cervello e della personalità dei ragazzi, condiziona eccome, e fa la differenza: pone le basi per una dipendenza futura. E, proprio per via del policonsumo, crea nei soggetti che ne fanno uso dei danni psichiatrici non indifferenti. La cannabis di oggi ha un THC [o tetraidrocannabinolo, il cannabinoide responsabile dell’effetto psicoattivo, nda] che si avvicina anche ai 20 percentuali. Il THC di una volta era di 4 o 5 punti percentuali. Questo perché si sono raffinate le coltivazioni, come anche nel caso della cannabis sintetica, che viene spruzzata su erba qualsiasi essiccata. Qui si parla di sostanze dannose per tutto l’organismo, e per il cervello in particolare.»

Quindi non avrebbe neanche più senso distinguere tra droghe leggere e droghe pesanti?

«Dal nostro punto di vista, sicuramente no. Quando una sostanza modifica drasticamente lo stato psicologico e psicofisico, è una droga, non si scappa. Si lasciano sempre dei segni quando si agisce sul sistema nervoso: i danni ci sono. Poi è ovvio che un adulto, che ha già raggiunto l’apice dello sviluppo della sua personalità (e del suo sistema nervoso), ne risenta meno di un ragazzino. Spesso si fanno paragoni con l’alcol, cioè si ritiene che un adulto sia responsabile quando faccia consumo di alcol e insieme ad eventuali altre sostanze. Però sappiamo che anche l’alcol danneggia e fa male, se non si è attenti al livello di consumi.»

Com’è strutturata all’interno dell’associazione?

«Noi abbiamo una comunità residenziale per adulti che ospita 45 persone, di cui 9 in comunità psichiatrica, perché oggi c’è una richiesta di aiuto sempre più forte da parte di pazienti che hanno sviluppato patologie di tipo psichiatrico. È molto difficile operare con queste persone. Non si è davanti solo alla somma del disturbo da dipendenza e di quello psichiatrico. Si crea qualcosa di più pesante, di più drammatico. Non se ne parla spesso, ma quelli che muoiono per droga sono il più delle volte persone che soffrono anche di questi disturbi. Anche fra i giovanissimi, come da ultimo la ragazzina di Terni di 18 anni morta di overdose. La maggior parte, però, muore per un cocktail di psicofarmaci e alcol, o altro mix di sostanze che l’organismo, ovviamente, non può reggere.»

Mi pare di capire che il vostro sia un lavoro che reca molte criticità. Quali sono le qualità che devono avere i vostri operatori per poter trattare al meglio situazioni così delicate?

«Non è semplice. Noi abbiamo anche un servizio ambulatoriale, un servizio multidisciplinare integrato e un Sert pubblico-privato accreditato. In questo servizio abbiamo un’équipe multidisciplinare: abbiamo due psichiatri, due medici, diversi infermieri, psicologi, educatori, assistenti sociali. Per ogni ‘paziente’ si fa prima una valutazione multidisciplinare, poi si propone un progetto. Possono anche essere presi in carico con cure farmacologiche, e poi tenuti monitorati dallo psichiatra. Chi entra in comunità viene avviato in un percorso riabilitativo specifico, ma separato da quello di chi non ha problemi psichiatrici. I danni a volte sono grossi e senza ritorno, causati dall’uso delle sostanze. Va chiarito. Può darsi che alcune persone con patologie psichiche, che non facciano uso di droghe, riescano a mantenere comunque un equilibrio sano. Le droghe, invece, slatentizzano e fanno emergere le patologie disfunzionali

Potremmo dire che oggi i giovani siano più esposti di una volta al rischio di cadere nella dipendenza da droga? Penso ad esempio alle possibilità, tramite l’uso dei social, di entrare più facilmente in contatto con gli spacciatori, oltre che con amici e conoscenti che già ne fanno uso, finendo così per rimanere coinvolti anche giovani che probabilmente, in un contesto diverso, ne sarebbero stati fuori.

«Sicuramente coinvolge moltissimo i giovani. La società attuale non aiuta i giovanissimi a crescere, a sviluppare una personalità sana, a relazionarsi con gli altri, ad acquisire valori importanti per la vita. Purtroppo, la proposta rivolta ai ragazzi è sempre di tipo commerciale. E l’atteggiamento consumistico con cui vengono invogliati al consumo di droga è una costante. I ragazzi si approcciano alle droghe generalmente per divertirsi, per migliorare le prestazioni, per stare con gli altri. È questo che porta poi a un uso sfrenato. Se un tempo era la cannabis la sostanza che faceva da traino verso le altre, oggi è l’alcol. È così che vieni invitato a disinibirti, ad assumere droghe, e se non lo fai vieni emarginato - questo vale anche per gli adulti, negli ambienti dove si consuma cocaina…»

Quindi siamo di fronte ad un grande disagio.

«Un disagio sociale che le droghe vanno in qualche modo a coprire. Anche il mercato è cambiato. Le droghe costano molto meno, sono diventate più accessibili anche ai giovanissimi. Con cinque euro si compra una dose di eroina. Una dose di cocaina con quindici o venti euro. Le canne costano poco, l’alcol costa poco. Quindi capiamo che i giovani possono cominciare a sperimentare già con la ‘mancetta’, anziché fare un’uscita con gli amici. Oggi il 30% degli adolescenti è a rischio di tossicodipendenza in quanto fanno un uso non saltuario di droghe.»

Quali sono state le ripercussioni sul consumo di droga nel periodo della quarantena, quando le famiglie erano chiuse nelle loro case? In che modo gli eventi connessi alla pandemia hanno inciso sulle persone soggette a tossicodipendenza?

«Durante il lockdown c’è stato un calo nel consumo di droga. Non significativo, ma c’è stato. Perché ovviamente [gli spacciatori, nda] si sono organizzati diversamente, i luoghi di spaccio erano molto vicini ai supermercati o ai negozi di alimentari, per cui si poteva andare regolarmente anche dopo. Molto si è acquistato a domicilio, e molto on line. C’è stato anche un aumento del consumo di alcol - in base ai nostri dati abbiamo potuto verificarlo. Come c’è stato un aumento dei consumi dopo il lockdown. Tra chi ha rinunciato e chi ha provato frustrazione perché non è potuto uscire, com’è finito il lockdown c’è stato un boom. Per alcuni mesi, infatti, ci siamo detti ‘Questa è la luna di miele’, perché abbiamo visto, sì, i soliti utenti, ma non c’è stato questo gran numero di pazienti nuovi. Invece ora registriamo molte richieste di aiuto da parte di persone nuove, molte di più di quante si sono presentate nello stesso periodo dell’anno scorso. Questo significa che c’è stata una reazione nel senso di un maggior consumo rispetto a periodi precedenti.»

Ci sono giovani che restano permanentemente nelle vostre strutture, o anche altri che sono di passaggio? Quali sono le dinamiche interne?

«Nel servizio ambulatoriale ci sono anche persone di passaggio, che cominciano una terapia, poi la interrompono o la terminano a breve. Nelle comunità residenziali, sia in quella per gli adulti sia in quella per i minori, invece si fa un percorso terapeutico preciso. Abbiamo tre strutture: una a bassa intensità, di reinserimento. Una rivolta ai minori - una comunità rieducativa con 16 posti. Ed una per adulti con 45 posti residenziali. Secondo noi il recupero non dev’essere sono fisico: questa è la parte più semplice. E qui ne approfitto per ricordare alle persone, ai genitori soprattutto, che si fanno imbrogliare da chi propone percorsi facili, che durano pochi giorni, con pochi interventi. Se ti prospettano un mese di terapia in comunità residenziale e poi ti dicono che sei guarito, ti stanno prendendo in giro. La tossicodipendenza è un disturbo da consumo di sostanze, è una malattia cronica e spesso anche recidivante. Noi proponiamo dei percorsi di minimo un anno e mezzo/due anni, se sono percorsi di tre anni tanto meglio. Poi chiaramente dipende tutto dai consumi che la persona ha fatto, dalla storia, ecc. Parliamo comunque di persone dipendenti da almeno cinque o sei anni.»

Quindi non è affatto facile uscire dalla tossicodipendenza.

«Il recupero a livello psicofisico può essere anche abbastanza veloce, ma a livello psicologico, umano, educativo deve durare del tempo, altrimenti la persona dimessa rischia di ricominciare a fare quello che faceva prima. Tra l’altro noi, dopo le dimissioni per un certo periodo teniamo i contatti con le persone, facciamo anche delle verifiche attraverso l’esame del capello. Un supporto in quella fase in cui la persona rientra nel proprio ambiente familiare, sociale, lavorativo, scolastico è essenziale. Facendo questo abbiamo ottenuto dei buoni risultati. La nostra caratteristica, infine, è il lavoro con i genitori e con le famiglie. Se i genitori apprendono, capiscono e riescono a collaborare, allora fanno la differenza. Altrimenti rischiano solo di essere d’ostacolo. È importante che anche la famiglia partecipi con un percorso parallelo rispetto al lavoro dei ragazzi.»

Quanti sono i ragazzi che vengono dimessi ogni anno? Di più o di meno di quelli che entrano?

«Di meno. I ragazzi che arrivano alla fine del percorso sono il 70% di quelli che entrano. Una percentuale minore, circa il 30%, interrompe il percorso durante le varie fasi del progetto, oppure termina, esce ma non continua il rapporto anche dopo, e questo per noi vale come interruzione. Ma quel 70% noi lo consideriamo guarito. Poi, come per tutte le persone, non è detto che non abuserà più di sostanze o di alcolici. Ma questo non lo si può dire di nessuno.»