Sanità lombarda: «Un sistema che investe tutto sulla cura. Per il privato accreditato la prevenzione è un avversario»

DIAMO VOCE/SPECIALE COVID. A seguire la videointervista al prof. Vittorio Agnoletto, medico di medicina del lavoro, sulla situazione sanitaria nella Regione Lombardia: «Un Ssr che ignora totalmente la medicina di prevenzione. Responsabilità enormi della Regione per la mancata risposta alle segnalazioni dei medici di Codogno e Bergamo». Brevetti sui vaccini: «I paesi più ricchi nell’Omc hanno scelto di affidare le sorti dell’umanità - e della loro salute - ai cda delle Big Pharma». La legge 23: «Si vigili affinché la Regione recepisca le indicazioni del Governo».

«La cosa più strabiliante è che siamo di fronte a una Regione, la Lombardia, che millanta in Italia e in Europa di avere la sanità migliore, più efficiente e più efficace. Eppure, questo sistema sanitario non è stato in grado di reggere l’impatto col Coronavirus».

Non potrebbe essere più tranchant - e a ragione - il giudizio del professor Vittorio Agnoletto, medico specializzato in medicina del lavoro, autore di nutrite pubblicazioni in tema di sanità, fra cui il recente Senza respiro. Un’inchiesta indipendente sulla pandemia Coronavirus, in Lombardia, Italia, Europa. Come ripensare un modello di sanità pubblica (Altreconomia, 2020).

Almeno due i fattori alla base del collasso della sanità lombarda di fronte all’incedere del Covid-19: «In primo luogo - osserva il dottor Agnoletto - il fatto di avere un Servizio sanitario regionale incentrato interamente sulla cura, e che ignora totalmente la medicina di prevenzione. Di più, un Servizio che, all’interno della cura, sceglie di investire soprattutto sui trattamenti ad alta tecnologia e più costosi, con farmaci che, ad esempio, in oncologia arrivano a costare oltre 100mila euro a ciclo, e che sono quindi terapie disponibili per un numero limitato di persone e in genere quelle che possano anche contribuire alle spese». In questo modo, tutto ciò che attiene alla «sanità territoriale - e quindi tutto il settore della prevenzione, i medici di famiglia, gli ambulatori sul territorio, l’assistenza domiciliare, il piano pandemico, la sorveglianza sanitaria, gli studi epidemiologici per capire come si muove un agente infettivo, ecc. - tutto ciò è stato completamente abbandonato, ridotto ai minimi termini».

Il secondo problema è dato, come noto, dalla concorrenza “predatoria” del privato accreditato a fianco delle strutture pubbliche: «Queste strutture private convenzionate con la sanità regionale - spiega il dottor Agnoletto - hanno l’obiettivo normale di tutte le aziende private, cioè quello di fare profitti e distribuire ai loro azionisti i dividendi più alti possibile. E per fare profitti scelgono loro dove convenzionarsi. E cioè quei settori della medicina che sono per loro più redditizi: cardiologia, patologie croniche, alta chirurgia, ecc. Non sono minimamente interessate alla prevenzione. Anzi - prosegue Agnoletto - per le strutture sanitarie private la prevenzione è un avversario. Perché, se la prevenzione lavora bene, sottrae malati e malattie alle strutture private, le quali costruiscono il loro business proprio su malati e malattie. Inoltre, ovviamente, la struttura privata è disinteressata ai reparti di pronto soccorso e ai dipartimenti di emergenza, a quei settori, cioè, che richiedono un investimento ma danno profitti più bassi».

Un altro dato va sottolineato. «Nel libro Senza Respiro (i cui diritti d’autore vanno all’Ospedale Sacco, struttura pubblica), abbiamo scritto che nel novembre 2019 i medici della zona di Codogno e di Bergamo segnalavano alla Regione un aumento del numero di polmoniti interstiziali, che è il quadro clinico principale del Coronavirus. A quel punto - denuncia il professor Agnoletto - la Regione avrebbe dovuto attivarsi e cercare di capire da dove derivavano queste polmoniti interstiziali, così a gennaio avremmo scoperto che il Covid era già arrivato nella nostra Regione. Nulla di tutto ciò è stato fatto, e abbiamo perso oltre un mese. In una gara con un agente infettivo come il Coronavirus non è poco. È tantissimo».

Per questo, nonché in generale per le disfunzioni dell’intero sistema, «ci sono responsabilità politiche enormi da parte di chi ha governato la Regione Lombardia negli ultimi vent’anni», è il commento di Agnoletto. «Se la Lombardia fosse uno Stato indipendente, noi saremmo al primo posto per numero di decessi ogni 100mila abitanti».

Inevitabile poi riflettere sulla forte commistione tra politica regionale e sanità privata, quest’ultima ridotta ormai da anni a ricettacolo di politici decotti o comunque a fine mandato. Ultimo il caso dell’ex governatore Roberto Maroni (Lega) e dell’ex consigliere regionale Angelo Capelli (Ncd), relatore di quella riforma sanitaria che nel 2015 ha ospedalizzato la sanità lombarda istituendo il servizio delle Aziende Sociosanitarie Territoriali (Asst). Entrambi, Maroni e Capelli, paracadutati nei cda di due strutture - rispettivamente gli Istituti Clinici Zucchi e gli Istituti Ospedalieri Bergamaschi - facenti capo al gruppo ospedaliero che gestisce la sanità privata di tutta la regione: il Gruppo San Donato.

«Cosa sarebbe necessario fare? - si chiede il professor Agnoletto - Difenderci. Difendere noi stessi, i nostri concittadini, gli italiani, l’umanità. Perché il futuro della medicina è quello di dover affrontare nuove pandemie. E una pandemia la si affronta con la prevenzione, la medicina territoriale, i piani pandemici, la sorveglianza sanitaria. Quindi, non solo è necessario avere maggiori finanziamenti dello Stato per la sanità, ma è necessario, nel mondo della sanità, finanziare soprattutto gli interventi preventivi e quelli territoriali».

In questo hanno un ruolo chiave i servizi di medicina del lavoro dell’Asl, ora Ats, soprattutto quando, anche in regime di zona rossa, molte imprese non hanno fermato la produzione: «Finora - denuncia Agnoletto - le Ats, che dovrebbero controllare se nelle aziende vengono rispettate le distanze, utilizzate le mascherine e i dispositivi di protezione individuale, sono esistite solo sulla carta. Hanno pochissimo personale. E una parte di questo personale nel pieno della pandemia ha dovuto lavorare in smart working, anziché andare a fare la sorveglianza sulle aziende».

Andrebbero implementate le Usca (Unità speciali di continuità assistenziali), ossia le strutture di assistenza domiciliare, fondamentali per evitare sovraffollamenti dei pronto soccorso e, a cascata, degli ospedali. Un passaggio che avrebbe evitato la delibera «scellerata» con cui l’8 marzo 2020 - ricorda il professor Agnoletto - la Giunta regionale «aveva invitato le Rsa ad accogliere le persone ancora positive che uscivano dalla fase acuta della malattia dentro l’ospedale. Siccome non c’era posto negli ospedali, hanno detto loro di andare nelle Rsa. E perché non c’era posto? Perché - realizza Agnoletto - nei vent’anni precedenti hanno chiuso dipartimenti e reparti di diversi ospedali pubblici, hanno chiuso i piccoli ospedali territoriali, non hanno aperto un numero sufficiente di ospedali per le cure intermedie, e via dicendo. Tutto per fare spazio al privato. Siccome però il privato non convenzionato non prende le persone Covid-positive, queste dove sono finite? Nelle Rsa. Poi, abbiamo visto la tragedia: migliaia di morti dentro le Rsa».

Si è ricordata la decisione («di una gravità inaudita») presa lo scorso 11 marzo dall’Omc, nel senso di bloccare la proposta di India e Sudafrica, «appoggiata da oltre 100 paesi nel mondo», di ottenere una moratoria, una sospensione temporanea del brevetto sui vaccini «per consentire a tutte le aziende pubbliche e private che sono in grado di farlo di produrre i vaccini e di esportarli dovunque, perché la priorità è salvare vite umane». Così, i paesi più ricchi hanno deciso di negare il diritto alla salute alle fasce economicamente più svantaggiate della popolazione mondiale, preferendo relegare le sorti dell’umanità «nelle mani di un gruppo ristretto di persone che stanno nei cda delle grandi aziende di Big Pharma».

L’alternativa, spiega Agnoletto, sarebbe la richiesta da parte dei singoli governi di licenze obbligatorie, previste dagli stessi accordi sui brevetti. Prevedono infatti questi che «un paese, di fronte a una situazione di difficoltà economica, se non trova un accordo con le aziende farmaceutiche, possa produrre lui stesso i farmaci. E, ovviamente, attesa la violazione dei diritti di proprietà intellettuale, concordando o comunque stabilendo anche in modo unilaterale un indennizzo per l’azienda farmaceutica».

Nell’uno o nell’altro caso, è necessario obbligare la Commissione europea a «rivedere le leggi e i regolamenti sui brevetti, perlomeno all’interno dell’UE». Nel farlo, il Coordinamento Lombardo per il Diritto alla Salute, di cui il dottor Agnoletto è insigne referente, ha promosso un’ICE (iniziativa dei cittadini europei), «petizione europea riconosciuta istituzionalmente» che, per essere valida e vincolante, deve arrivare a un milione di firme. Cogliamo l’occasione per fare un appello, e invitare i lettori a sottoscrivere la petizione, chiamata “Diritto alla Cura. Nessun Profitto sulla Pandemia”, rinviando con il link sottostante al corrispondente sito web:

https://noprofitonpandemic.eu/it/

Infine, non si possono tralasciare i tre punti fondamentali per cui si batte il Coordinamento Lombardo in tema di vaccinazioni: «Il primo - spiega il professor Agnoletto - è un obiettivo immediato: vaccini per tutti con la precedenza alle persone anziane e alle persone fragili con patologie croniche o comunque gravi. Sono le linee guida dell’Organizzazione mondiale della sanità, è inaccettabile che la Regione Lombardia ne modifichi l’ordine.

Il secondo - prosegue l’esperto - è un obiettivo per i prossimi mesi: è in revisione la legge regionale 23 fatta approvare nel 2015 da Maroni, che non rispetta a nostro parere la legge nazionale e neanche alcuni aspetti della Costituzione. La Regione l’ha approvata, il Governo ha stabilito che la Regione potesse applicarla per 5 anni, con l’obbligo poi di rivalutarla e vedere che risultati si sono ottenuti. Questo è il momento della rivalutazione: il Governo ha chiesto alla Regione di modificare alcuni elementi, e in particolare di potenziare la medicina territoriale e di riaprire i distretti sanitari - siamo l’unica Regione che non ha il distretto sanitario. Quindi, dobbiamo vigilare affinché la Regione rispetti le indicazioni del Governo. Il cambiamento di questa legge deve avvenire entro il mese di maggio.

In terzo obiettivo - conclude Agnoletto - è un obiettivo prospettico: dobbiamo modificare pesantemente il Servizio sanitario lombardo e mettere al centro la prevenzione e le cure per tutti».

 

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