Seregno: «I ‘grandi immobiliaristi’ fanno affari con la ‘ndrangheta perché conviene»

'NDRANGHETA 2.0. Mimetizzazione della ‘ndrangheta nel contesto brianzolo: parla la coordinatrice della Dda di Milano Alessandra Dolci: «Potere della ‘ndrangheta legittimato dal consenso sociale». Edilizia e urbanistica storici settori d’investimento: «Ditte in odore di ‘ndrangheta sotto la soglia della legalità offrono prestazioni a prezzi “stracciati”: imprese immobiliari consapevoli di favorire la criminalità organizzata. ‘Ndrangheta porta voti per far approvare variazioni di favore al Pgt». Consorzi di cooperative: «Spesso la “cabina di regia” è in mano a professionisti che fanno da ponte tra ‘ndrangheta e mala imprenditoria». In tempo di pandemia? «’Ndrangheta accede a finanziamenti tramite prestanome e rileva esercizi commerciali in difficoltà».

Seregno: «I ‘grandi immobiliaristi’ fanno affari con la ‘ndrangheta perché conviene»
La coordinatrice della Dda di Milano Alessandra Dolci (ph tratta da milanoultimora.it)

Nel corso del nostro approfondimento, non potevamo non raccogliere il parere di Alessandra Dolci, Procuratore aggiunto della Direzione distrettuale Antimafia presso la Procura della Repubblica di Milano. Le abbiamo posto alcune domande sulle vicende di Seregno e, più in generale, sulla rete di relazioni e sui principali affari di una ‘ndrangheta ormai sempre più radicata in Lombardia e, per quel che ci riguarda, nel territorio brianzolo.

Dott.ssa Dolci, per quanto riguarda la vicenda di Seregno, lei dichiarò all’indomani degli arresti del settembre 2017, nati proprio da un’indagine da lei coordinata, che un soggetto come il costruttore calabrese Antonino Lugarà fosse il “trait d’union tra il potere politico-istituzionale e l’organizzazione criminale”. Ad oggi si può continuare ad affermare questo dato?

«Ma, guardi, della posizione specifica di Lugarà si occupò poi la Procura della Repubblica di Monza. Nel corso dell’indagine accertammo rapporti conclamati tra Lugarà ed esponenti poi condannati per 416-bis. A memoria credo fosse il nipote omonimo di Morabito Giuseppe, detto “Il tiradritto”, uno dei capi storici della ‘ndrangheta africota. Però, in realtà, le indagini nei suoi confronti (di Lugarà, ndr) per reati contro la pubblica amministrazione furono condotte dalla Procura della Repubblica di Monza. Io non conosco l’esito di quel processo.»

Per quanto riguarda il rito ordinario, si deve ancora giungere alla sentenza di primo grado.

«Ah ecco, è ancora in corso. Per cui non gli sono stati poi contestati reati di competenza della Direzione distrettuale Antimafia di Milano

Il fenomeno ‘ndrangheta a Seregno e in Brianza è stato oggetto in questi anni di numerose indagini, dall’inchiesta Infinito sino alla più recente operazione Freccia. Il 3 febbraio scorso ha avuto inizio il processo davanti al Gup di Milano per diciotto imputati, fra i quali figurano i cugini Umberto e Carmelo Cristello, esponenti di rilievo della locale di Seregno (per loro e altri due presunti affiliati, Luca Vacca e Domenico Favasuli, l'accusa ha chiesto 20 anni). Alla luce di questi fatti, cosa emerge dal radicamento della ‘ndrangheta nel territorio brianzolo?

«Possiamo dire che anche in quel contesto territoriale è in atto un processo di mimetizzazione. Se pensiamo alla ‘ndrangheta espressione della famiglia Cristello, o di Belnome, che era il capo-locale di Giussano, era una ‘ndrangheta che ricorreva a tutta una serie di atti di intimidazione. Ora gli atti di intimidazione sono decisamente diminuiti. Nondimeno, abbiamo segnali che le famiglie sono sempre presenti, attive e operative in quel contesto territoriale. Per cui è un fenomeno che noi documentiamo anche con riferimento alle altre zone di infiltrazione o, meglio, in cui la ‘ndrangheta sta portando a termine un processo di colonizzazione. Quindi: basso profilo, obiettivo dell'acquisizione del consenso sociale, che è la base di legittimazione del loro potere. In ciò consiste la strategia ‘ndranghetista di inserimento nei più vari settori dell’economia, diversi anche dal settore tradizionale dell’edilizia.»

A proposito di edilizia e urbanistica, Seregno ha conosciuto in passato una travagliata vicenda concernente proprio il Pgt, negli anni 2008-2010. L’amministrazione di allora aveva adottato una linea decisamente a favore delle cementificazioni (se ne prevedeva il 10,02%). E chi come Luca Talice, allora assessore provinciale alla Sicurezza e capogruppo della Lega - all’epoca partito di maggioranza a Seregno - si oppose, rallentando la pratica e denunciando le speculazioni edilizie che si sarebbero favorite col nuovo Pgt (che a un certo punto venne pure secretato), finì nel tritacarne di un ‘processo farsa’ per abuso sessuale anche su minore. La sentenza di assoluzione del Tribunale di Monza nei suoi confronti allude proprio ai “forti ed elevatissimi interessi economici” legati a quel tempo alle trasformazioni di aree da verdi a edificabili. Di fronte a questi fatti, e alla tendenza di certe amministrazioni locali a perseguire interessi di costruttori, se non di vere e proprie “lobby del mattone”, che incidenza ha sul fenomeno mafioso? Come si interfacciano queste due realtà?

«Ora, io faccio un discorso di carattere generale, non mi riferisco in particolare al contesto seregnese. Devo dire che quelle che lei definisce le ‘lobby del mattone’ sono state fondamentali nell’affermazione del sistema ‘ndranghetistico in determinati contesti territoriali. Quel che vado ripetendo ormai da anni è che molti imprenditori, in questo caso i cosiddetti “grandi immobiliaristi”, agiscono secondo logiche di convenienza: sono perfettamente consapevoli di conferire appalti e subappalti a ditte in odore di ‘ndrangheta, ma lo fanno per la semplice ragione che tutto ciò conviene. Conviene perché, dicono loro, i lavori vengono fatti, nel cantiere non succede assolutamente nulla - un soggetto mi ha dichiarato che non rubano nemmeno uno spillo… Soprattutto, i prezzi praticati da queste ditte sono prezzi estremamente convenienti, perché operano al di sotto della soglia della legalità. Quindi evadono le imposte, hanno i dipendenti in nero, smaltiscono illecitamente i rifiuti e riescono a fornire prestazioni a prezzi “stracciati”. Quindi, da un lato noi indaghiamo nei confronti degli appartenenti a queste famiglie, che poi si inseriscono nel settore dell’edilizia, nel settore del ciclo del cemento e del movimento terra. Però possiamo anche dare un giudizio, se non penale, quantomeno etico o morale nei confronti di questi imprenditori che sono consapevoli di favorire il mondo ‘ndrangheta, ma cionondimeno ci fanno affari. Elemento di chiusura del sistema è poi la circostanza che la ‘ndrangheta controlla anche un pacchetto di voti. Ciò significa a volte, in piccoli contesti territoriali, riuscire a condizionare il risultato delle elezioni. Quindi avere rappresentanti "amici" in Consiglio comunale e in Giunta, e di conseguenza far approvare varianti del Piano regolatore che da un lato favoriscano gli immobiliaristi e, a cascata, favoriscano anche le imprese in odore di ‘ndrangheta. Quindi possiamo dire che vi è una convergenza di interessi economici e politici a perpetrare questo sistema. È il quadro generale che noi possiamo fare dello stato dell’arte dell’infiltrazione della ‘ndrangheta nel territorio della Lombardia. Su Seregno, ovviamente, posso solo sottolineare che, con riferimento agli aspetti più prettamente politici, le indagini poi sono state condotte dalla Procura della Repubblica di Monza.»

Esiste per caso una parte di società civile, che domanda servizi a professionisti, imprenditori, ecc. dell’area grigia, pur consapevole di come questi si muovano sempre sul filo del rasoio tra legalità e illegalità e abbiano rapporti con soggetti che gravitano attorno a delle locali di ‘ndrangheta, o comunque abbiano contatti? Come si può configurare questo fenomeno, anche solo sul piano sociologico?

«Guardi, io vedo in questo tipo di rapporti molta ipocrisia. Sostanzialmente, noi assistiamo nell’ultimo periodo a un fenomeno preoccupante, legato a un problema etico della classe imprenditoriale, della classe politica, del mondo delle professioni. Pensi che per esempio, noi stiamo parlando dell’edilizia, ma vi sono settori dell’economia, quali le cooperative di servizi, e quindi le cooperative che forniscono prestazioni di facchinaggio, oppure i trasporti, logistica, movimentazione merci, particolarmente infiltrati dalla criminalità organizzata. E riguardano tutto quel tipo di prestazioni che richiedono una manodopera non specializzata. Tutto questo sistema, che a volte fa capo a consorzi di cooperative, è un sistema che vede nella "cabina di regia" abili professionisti. I quali spesso sono il trait d’union tra la criminalità organizzata e il mondo dell’imprenditoria. Perché le posso dire che i reati che noi andiamo a contestare ultimamente sono soprattutto reati di natura economica: violazione della normativa fiscale, della normativa in materia contributiva, in materia fallimentare e societaria. Gli esponenti delle famiglie calabresi non hanno la capacità professionale di orchestrare frodi fiscali particolarmente elaborate, ma neanche a livello base: ciò significa che qualcuno le pensa e le suggerisce loro. E quindi va da sé che il punto di riferimento sia rappresentato da abili professionisti, consapevoli di essere al servizio della criminalità organizzata, e che fanno da ponte rispetto a un certo mondo imprenditoriale borderline. Una cabina di regia che naturalmente ha interesse a fare affari con questo mondo della ‘ndrangheta, ad esempio per procurarsi provviste in nero, e quindi per mettersi da parte il tesoretto, pagare i dipendenti in nero, corrompere, ecc. Quindi, questa forma di "‘ndrangheta 2.0" non potrebbe esistere senza l’ausilio di questi professionisti

Parlando di economia, è inevitabile di questi tempi su altro fronte accostare quello della sanità e del business che si presenta alla ‘ndrangheta nell’ambito dell’emergenza Covid. Nell’ambito del territorio milanese e brianzolo, casi di questo tipo…

«Guardi, io non posso rivelare le indagini che ci sono in corso. Lei capisce…»

Intendevo solo a livello di allarme sociale, ecco.

«La soglia di attenzione dev’essere ai massimi livelli. A maggior ragione perché il paese vive una stagione di grave crisi economica, e da questa circostanza storicamente la criminalità organizzata è in grado di trarre profitto. In particolare, secondo me, avvantaggiandosi del fatto che il sistema dei controlli è giocoforza attenuato. Infatti, quando ci sono stati i vari decreti Liquidità, Cura Italia, ecc., che hanno cercato di rifinanziare il sistema economico del nostro paese, è prevalsa l’urgenza di immettere denaro nel circuito economico, rispetto all’esigenza dei controlli antimafia. E' comprensibile, ed anche per certi aspetti condivisibile, in una situazione di crisi cercare di salvare la nostra economia. Ma ciò rappresenta anche un incentivo per attività di infiltrazione e di approfittamento da parte delle organizzazioni criminali. Quindi c’è bisogno dell’azione di prevenzione e dell'azione di contrasto dell’autorità giudiziaria, ma anche dell’aiuto di tutti i cittadini. A cominciare da chi, specialmente i professionisti, è soggetto agli obblighi delle segnalazioni antiriciclaggio. Anche qui monitoriamo nelle nostre investigazioni che alcuni indagati appartenenti al crimine organizzato, attraverso prestanome, si sono impossessati di società decotte per accedere alle varie forme di finanziamento, vuoi con la garanzia pubblica vuoi a fondo perduto. In questi casi tutta la parte operativa viene gestita ed eseguita non da loro direttamente, bensì da abili professionisti. Che prospettano loro le opportunità, trovano i prestanome, banalmente compilano la richiesta di accesso al finanziamento erogato dall'istituto di credito, ecc.»

E poi si potrebbe anche assistere a un “servizio” di recupero crediti?

«Sì, ma non solo. C'è anche la possibilità per la 'ndrangheta di rilevare esercizi commerciali a prezzi purtroppo fuori mercato, cioè a costo zero o quasi. E' emerso da un’indagine di Confcommercio di qualche mese fa un aumento di queste tipologie di casi. Molti ristoranti, bar, alberghi non so se riusciranno a riaprire. E quindi il pericolo è che la criminalità organizzata si presenti come parte acquirente per incamerare beni che possano garantire loro utili e altro, con costi sostanzialmente limitatissimi. Quindi, senza bisogno di minacciare né intimidire nessuno, ma semplicemente approfittando della crisi economica.»

È interessante il fatto che molti affiliati alla ‘ndrangheta finiti nelle inchieste degli ultimi anni, a Seregno, Desio, ma non solo, avessero dote di santista, e quindi fossero quantomeno in grado di rapportarsi con la massoneria deviata. Si potrebbe parlare di un “terzo livello” dell’organizzazione ‘ndranghetista anche qui, nel territorio lombardo o brianzolo in particolare?

«Guardi, non mi sento di parlare di un terzo livello, anche perché vorrei poterne parlare a ragion veduta, cioè con contestazioni fatte nei nostri procedimenti, e così non è stato. Certamente, ad alcuni dei nostri imputati abbiamo sequestrato documenti attestanti la loro affiliazione alla massoneria. E certamente i legami massonici avevano portato loro alcuni vantaggi. Perché altrimenti non si spiegavano affari, non si spiegava una rete relazionale di un certo tipo, a parer mio. Però il dato oggettivo è che alcuni condannati per 416-bis anche al Nord aderivano a logge massoniche. E questo è un dato giudizialmente accertato. Poi si possono fare delle considerazioni sulla rete relazionale altrimenti inspiegabile, che avevano alcuni dei condannati. Rapporti anche con appartenenti alle istituzioni. Che possono trovare una chiave di lettura, appunto, in legami massonici.»

 

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