Seregno: «Illusi che la ‘ndrangheta stesse fuori dalla “casa Comune”»

CITTA’ INFILTRATA. Dei fatti di Seregno negli anni 2005-2015 hanno parlato gli ex consiglieri comunali Francesco Mandarano e Giusy Minotti (PRC). Dal deposito di armi agli arresti di “Infinito”, dall’istituzione della Commissione consiliare Antimafia allo scontro sulle mancate dimissioni del consigliere Francesco Gioffrè, comparso nelle carte dell’inchiesta “Ulisse”: le cronache seregnesi fanno riflettere anche sui lavori dell’attuale Commissione Legalità.

Seregno: «Illusi che la ‘ndrangheta stesse fuori dalla “casa Comune”»
Al centro, Giusy Minotti e Francesco Mandarano alla conferenza stampa sulle elezioni comunali del 2010 - ph brianzapopolare.it

A tre settimane dall’assoluzione in appello con rito abbreviato dell’ex assessore Gianfranco Ciafrone (perché il fatto non costituisce reato) e dell’ex segretario comunale Francesco Motolese (perché il fatto non sussiste), entrambi accusati di abuso d’ufficio nell’ambito del processo ‘Seregno’, siamo tornati a rievocare alcune vicende che hanno riguardato il piccolo grande Comune della bassa Brianza. Vicende che, per certi aspetti, hanno precorso quello che, agli occhi di svariati protagonisti e personaggi istituzionali che abbiamo intervistato è apparso sempre più negli anni - al netto delle inchieste in corso - come un vero e proprio “sistema” (parola ricorrente di questi tempi).

Per dare spazio a tutti, abbiamo intervistato due ex consiglieri comunali del gruppo seregnese di Rifondazione Comunista: Francesco Mandarano, in carica dal 2005 al 2010, e Giusy Minotti, militante dal 1995 al 2015, rieletta in occasione della seconda Giunta Mariani (2010-2015).

Quali sono stati gli episodi più significativi e rivelatori della presenza e dell’operatività della ‘ndrangheta nel contesto seregnese, alla luce della sua esperienza come consigliere comunale e attivista?

MANDARANO: «Durante il nostro mandato nel Consiglio comunale di Seregno, la prima vera iniziativa fu la mozione, che presentammo io e Giusy Minotti nel marzo 2009, per l’istituzione della Commissione consiliare Antimafia. Poco tempo prima c’era stata un’iniziativa di Libera a Seregno, al Cinema Roma. E qui, parlando della criminalità organizzata presente sul territorio, il pm Alberto Nobili (allora Procuratore aggiunto a Milano, ndr) disse in particolare: “A Seregno non c’è da stare così tranquilli”. Noi in Consiglio comunale, io personalmente ma anche la Giusy, rimanemmo sorpresi.

Quando poi c’è stata l’operazione Infinito, nel luglio 2010, la sorpresa è stata di tutti quanti. La mattina a Seregno non si circolava: posti di blocco, elicotteri, ecc. La maggior parte delle persone credeva si trattasse di un’operazione antiterrorismo, e non anti ‘ndrangheta. Questo a dire quale fosse la percezione del fenomeno dieci anni fa. Eppure, già nella relazione annuale sulla ‘ndrangheta della Commissione parlamentare d’inchiesta presieduta da Francesco Forgione - di cui ottenni copia tramite la segreteria generale del Comune - si parlava della presenza dell’organizzazione criminale a Seregno, perché fu scoperto un deposito di armi della cosca Mancuso in via Correnti.

Fu in quel periodo che a Seregno venne Pino Masciari, imprenditore, testimone di giustizia, a presentare un suo libro. Poi, nel 2011 un’altra iniziativa vide partecipare il sostituto Procuratore di Monza e futuro Procuratore capo di Bergamo, Walter Mapelli, scomparso tra l’altro nel 2019, il quale parlò della presenza della criminalità mafiosa, proprio nel periodo in cui si sarebbe svolto a breve un primo processo contro i clan della Brianza (il ramo del processo Infinito contro Antonino Belnome per l’omicidio di Carmelo Novella, ndr). Io all’epoca non ero più consigliere, per cui da libero cittadino feci un intervento chiedendo al pm Mapelli perché il Comune di Seregno, a differenza di altri Comuni della Brianza, non si fosse costituito parte civile in quel processo contro la criminalità organizzata. Prima che il Procuratore mi rispondesse, intervenne “a gamba tesa” l’allora sindaco Giacinto Mariani, dicendo che le mie erano affermazioni allucinanti. Smentendosi però nei fatti, perché alcuni mesi dopo, in quel processo di ‘ndrangheta, il Comune di Seregno arrivò in extremis a costituirsi parte civile, insieme a quello di Giussano.

Nel settembre del 2011 arriva la sentenza: la Corte d’Assise di Milano riconosce 10mila euro di provvisionale al Comune di Seregno. Allora, io e la Giusy, che al contrario di me era stata rieletta consigliere, elaboriamo assieme una mozione per chiedere che questi soldi vengano destinati a iniziative sociali e di sensibilizzazione della cittadinanza sul tema della criminalità organizzata. Arrivano altre di sentenze: nel dicembre del 2012 300mila euro per la sentenza del processo Infinito e nel febbraio 2013 altri 100mila euro. E noi puntualmente, presentiamo la mozione, sottoscritta dalla Giusy. Se poi queste nostre richieste siano state esaudite, è difficile dirlo. Di certo non se ne parlò granché. Era una cosa che non poteva passare sotto silenzio, eppure fu lasciata cadere.

MINOTTI: «Va fatta una premessa. Io ho smesso di fare il consigliere quando è scoppiata (anche se in realtà c’è sempre stata) la questione ‘ndrangheta.

La ‘ndrangheta veniva vista inizialmente come una questione fra famiglie mafiose. Negli anni avevamo visto sparatorie, ritrovamenti di armi nei garage, ecc. Questo problema io l’ho affrontato perlopiù da sola. Era una questione rinvenuta nella relazione del pm in una delle inchieste di quegli anni (l’inchiesta Ulisse, ndr): leggendo vari capitoletti, scopriamo che il fratello di un consigliere comunale, Francesco Gioffrè, era una figura abbastanza oscura, non trasparente: così ho preparato una mozione di richiesta di dimissioni. Ovviamente, nessuno mi ha seguito, perché poi questo consigliere si è difeso prendendo le distanze dal fratello. Questo è il fatto concreto, che è capitato in Consiglio comunale.

Ma tutt’intorno - abbiamo fatto anche alcuni incontri con l’ex pm Gherardo Colombo e con il procuratore aggiunto della Dda di Milano Alessandra Dolci - c’era comunque la sensazione che Seregno non fosse esente dal problema.

Però, fino all’arresto del sindaco Mazza (nel settembre 2017, ndr), sembrava che la situazione fosse tutto sommato sotto controllo. Quindi, diciamo, io ho vissuto proprio questo: l’illusione che la ‘ndrangheta non fosse lì in casa nostra, nella “casa Comune”, che Seregno fosse come una zona franca, dove mettere le armi, ecc. Nonostante ai vari incontri che avevamo fatto ci dicessero ‘Guardate, non illudetevi’ e fossero cominciati a spuntare fuori i nomi delle famiglie. Poi, il centrodestra affrontava benissimo la situazione in pubblico, faceva delle belle kermesse contro la ‘ndrangheta, ma erano semplicemente degli incontri in cui venivano dette cose condivisibili da tutti. Al di là delle parole, poca sostanza.»

Nel contesto di Seregno la ‘ndrangheta ha fatto tutto da sola o ha avuto dei contatti all’interno dell’amministrazione o dell’imprenditoria? Qual è stato il ruolo di corruzione e collusione nel favorire la spartizione di settori come urbanistica, edilizia e quindi il controllo del territorio?

MINOTTI: «Diciamo che c’erano situazioni in cui politicamente sapevamo… ma un conto è sapere, altro conto è avere le prove, anche giudiziariamente. Io ed altri vedevamo che avvenivano cose non proprio limpide. Sapevamo che alcuni appalti venivano dati sempre agli stessi, che nel movimento terra qualcosa non andava.

Allora c’è stato tutto un lavoro, al quale io ho partecipato, sul nuovo regolamento degli appalti pubblici, che deriva naturalmente dalla normativa nazionale. Perché il punto qual era? Come entra un mafioso nella nostra “casa Comune?” Attraverso gli appalti pubblici. Per cui io mi sono opposta a tutte le delibere che alzavano la quota di finanziamento per poter intervenire in un’opera pubblica senza passare da un appalto. Il limite era all’inizio 10mila, poi è diventato 20mila, poi 30mila, e in questo si è aumentato il potere di coloro che, diciamo, offrivano il servizio. Noi ci trovavamo di fronte ad appalti poco chiari, però i dati erano quelli che erano, costruivano dove secondo noi non era il caso di costruire e, anche andando a indagare, comunque potevano dimostrare di essere “in regola”.

L’ultima cosa che ho visto costruire sono stati quei caseggiati nella via di fronte all’Abbazia di San Benedetto. Lì non c’erano i parcheggi, quindi l’abbiamo fermato, siamo andati incontro al ricorso straordinario del privato alla Presidenza della Repubblica. Hanno fatto quattro parcheggi in più. Lì avevamo sospetti di ogni genere… Ma la capacità di certi imprenditori è sempre stata quella di muoversi secondo logiche borderline, con la trasformazione di una zona da produttiva a commerciale, dove c’era un ristorante, e infine un hotel. Se i passaggi sono corretti, che si può fare? Mi auguro che almeno gli attuali consiglieri comunali siano consapevoli di come andavano le cose…»

MANDARANO: «Se avessimo una percezione diretta di questi “contatti”, per quanto riguarda la vita politica in Consiglio comunale riferita al periodo 2005-2010, la risposta è negativa. Non ho elementi per poter sostenere il benché minimo sospetto.

Sembrava che la ‘ndrangheta qualcosa che non riguardasse Seregno, ma piuttosto altri Comuni, come Giussano o Desio. E anche se ci pareva strano che Seregno ne fosse esente, non avevamo elementi per affermare la presenza della ‘ndrangheta anche in questo territorio. Ma la lampadina si accese quando fu ucciso Rocco Cristello (capo-locale di Seregno, crivellato di colpi nell’auto lungo il viale della sua villa a Verano Brianza il 27 marzo 2008, ndr).

Durante i funerali, ci fu un giornalista che osservò: “Strano, c’è troppa gente per un delinquente comune”. Però rimase un’osservazione isolata, uno spunto di riflessione che ci potesse essere qualcosa, ma - ripeto - mancavano elementi.

Sia sull’attività degli uffici comunali, sia sulle questioni edilizie, perché i piani che venivano approvati passavano in Consiglio comunale con una maggioranza “regolare”. Noi facevamo degli interventi che miravano a tutelare l’interesse pubblico; ad esempio, chiedendo sull’affare dell’ex saponificio Confalonieri in zona Consonno detto ‘Trapun’, “Perché nel contemperare gli interessi non avete alzato le pretese nei confronti del privato, invece di chiedere il versamento di 800mila euro di oneri di urbanizzazione?Perché lì la proprietà privata faceva molti più affari, con speculazioni per diversi milioni di euro… Però a pensare che sotto ci potesse essere, ammesso che ci fosse, un accordo fra pubblico e privato sul giocare a tenere bassi gli interessi della comunità di fronte a quelli del privato, noi lo vedevamo dal punto di vista politico, perché un’amministrazione di centrodestra pareva con tutta evidenza favorire il privato. L’indicazione da parte del nostro partito non era neanche di astenersi, ma di votare contro a prescindere. Perché, poi, mancano gli elementi conoscitivi per capire se sotto c’è qualcosa. Quindi, si votò il Piano integrato d’intervento che riguardava alcune costruzioni nella zona vicino all’Abbazia dei Frati, in via San Benedetto angolo via Vincenzo da Seregno, ci sono state questioni poi finite davanti al Consiglio di Stato, compreso un ricorso straordinario alla Presidenza della Repubblica, che alla fine ha dato ragione alla proprietà e torto al Comune. Tutte questioni molto complesse, che avrebbero dovuto essere studiate e approfondite con l’ausilio di esperti, perché a noi mancavano i rudimenti, giusto per intenderci.»

A Seregno quale ruolo hanno avuto, se l’hanno avuto, le connivenze o anche solo le “convergenze incolpevoli” fra gli interessi tanto degli amministratori locali quanto della società civile e quelli della criminalità organizzata? Si può pensare alle minimizzazioni sul fenomeno delle discariche abusive, alla gestione scriteriata della cosa pubblica emersa dallo scandalo “Mega-Parentopoli Gelsia”, così come alla questione del Bar Tripodi - di proprietà di una famiglia legata alla ‘ndrangheta - dove il centrodestra organizzava rinfreschi e spot elettorali e, all’indomani della revoca della licenza da parte del Comune per pericolo di infiltrazione mafiosa, alcuni cittadini appendevano alla saracinesca il lenzuolo con la scritta “Noi vi vogliamo bene”…

MANDARANO: «Il fatto è che ci fu una sottovalutazione, da parte di tutti (chi più chi meno), del fenomeno mafioso e del suo radicamento. La conferma di questo radicamento l’abbiamo avuta quando si è arrivati al sequestro dei beni.

Perché mi sembra che si sia arrivati a oltre 40 beni confiscati alle mafie nel territorio comunale, che sono una testimonianza di quant’è presente la criminalità organizzata.

Ciò su cui io e la Giusy insistevamo nel proporre la Commissione consiliare Antimafia era di costituire un organismo che vigilasse su cambi di proprietà (anche attraverso prestanome), appalti pubblici, licenze commerciali, concessioni edilizie, cercando di intravedere eventuali tracce di comportamenti illeciti. C’è una dichiarazione di Mazza del marzo 2016, in cui diceva: “Noi siamo l’Antimafia dei fatti, non delle parole”, rivendicando la costituzione del Comune come parte civile. Ma nessuno si ricordò dello scontro pubblico di quattro anni prima sulla questione della mancata approvazione della mozione con richiesta di dimissioni di Francesco Gioffrè (il cui fratello Roberto, ristoratore di Giussano, era rimasto vittima di un’estorsione perpetrata dal clan ‘ndranghetista dei Cristello, ndr).

Gioffrè, il cui comportamento fu definito dai magistrati dell’inchiesta Ulisseopaco” e “vicino alla connivenza”, fu scaricato dal Pdl, si proclamò indipendente e rimase sino a fine legislatura. Lì c’è stata una leggerezza da parte di tutti, maggioranza e minoranza. Io avevo fatto una polemica col Pd perché non aveva avuto il coraggio di far mettere ai voti una mozione con la richiesta di dimissioni. Che fra l’altro avrebbe spaccato la maggioranza, dato che la Lega aveva detto chiaramente: “O noi o lui”, quindi con il rischio che si tornasse a votare. Questo accadeva nel 2012. Per dire che le cose vanno valutate nel complesso, andando a vedere cosa hanno fatto le forze politiche sul piano concreto.»

MINOTTI: «I fatti di cui parla, naturalmente, sono accaduti quando io non ero più consigliere comunale. Noi, insieme ad altre associazioni, abbiamo raccolto dati, che però non sono dati di cui il politico è in possesso. A me è sembrato, da esterno, che l’amministrazione fosse un po’ superficiale su questa cosa. È pur sempre un’idea. A livello nazionale ci fu tanto parlare a proposito di probabili infiltrazioni mafiose, di appalti non chiari, di atteggiamenti poco trasparenti: una delle ultime interpellanze che feci fu proprio per dire che Seregno è “conciata” in questo modo. Quanto al secondo aspetto, quello della società civile, quello che come cittadina e membro della rete di associazioni non posso fare a meno di osservare è come la cittadinanza rifiuti di voler sapere certe cose.

E anche nell’attuale amministrazione, con una società civile che non vuole ammettere che c’è questo problema, il Sindaco e gli altri si barcamenano. È questa la realtà seregnese. Ma, ripeto, gli anni peggiori sono stati dopo il 2000. Perché quando su certe questioni ci metti la faccia, e poi non c’è nessuno che ti segue, alla fine cominci a sentirti un po’ isolato. Quando c’è stata la manifestazione contro la ‘ndrangheta la sera della chiusura del bar Tripodi, il Tripodi è venuto fuori: la prima cosa che ha fatto, ha preso in disparte nel gruppo lì presente un consigliere e gli ha raccontato vita, morte e miracoli della sua famiglia. L’ha assalito, come se l’indagato non fosse lui, ma il consigliere. Noi siamo rimasti senza parole. Questo, quindi, è l’atteggiamento che i cittadini seregnesi si rifiutano di vedere.

Poi, di fronte a certe assoluzioni (quelle in appello dell’ex assessore Gianfranco Ciafrone e dell’ex segretario comunale Francesco Motolese, accusati entrambi di abuso d’ufficio in relazione alla pratica di Lugarà, ndr), il cittadino può in cuor suo dire: “Eh ma con queste cose, in fondo, si può convivere”. Io almeno sento questa sfumatura. Poi, assessorati e uffici erano l’interfaccia degli imprenditori ma, siccome non si possono riportare fatti che attengono al “sentito dire”, quando poi arriva una sentenza di assoluzione ci si accorge di quanto la verità politica è distante dalla verità giudiziaria

Qual è il suo giudizio sull’operato dell’attuale Commissione “Legalità”?

MINOTTI: «Quello che l’attuale Commissione non comprende, e che non capiva nemmeno la precedente, è che il lavoro va fatto trasversalmente: bisogna andare a vedere gli appalti, i negozi chiusi per difficoltà di pagamento degli affitti… Perché gli affitti in centro sono così aumentati? Il centro così si svuota, magari si apre giusto un locale per il riciclaggio di denaro, che poi però chiude subito. Su tutte queste questioni noi non siamo riusciti ad attivarci, perché anche nelle commissioni io e Mandarano eravamo comunque in minoranza.

Ora, questa Commissione, che è una commissione consiliare, non si è nemmeno mossa per documentarsi su quanti e quali siano gli immobili sequestrati alla ‘ndrangheta. Perché non si fanno incontri con le forze dell’ordine per capire come mai questi beni sono stati sequestrati ma non sono ancora in disponibilità? Ci sarà un appartamento adesso disponibile a Seregno. Ma chi l’ha comprato? Chi l’ha venduto? Questo lavoro dovrebbe fare la Commissione. Lasciando i poliziotti fare il lavoro dei poliziotti. In questo io trovo il vuoto.»

MANDARANO: «Da questa terza Commissione, che adesso di chiama “Legalità”, pubblicamente non è venuto fuori nulla. Cosa stanno facendo, come stanno lavorando, non so. Noi abbiamo fatto una Commissione d’inchiesta sulle case popolari di via Hugo, la maggioranza in Consiglio comunale - bisogna dargliene atto - l’ha approvata (allora c’era Gavazzi vicesindaco), ci siamo presi 90 giorni di tempo e l’abbiamo portata a termine, abbiamo fatto una relazione al Consiglio comunale, che è agli atti. Il problema è che, oltre alle chiacchiere, bisogna produrre fatti: relazioni, dati, ecc.

Quello che vedo, da cittadino, è che sui beni sequestrati la situazione è ferma. A Desio e Giussano qualche bene l’hanno assegnato. Quindi suppongo che ci sia un po’ di lentezza nell’amministrazione. Mi limito a dire “suppongo” perché al momento non si ha ancora, purtroppo, un’informazione completa.»

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