Seregno: «Una volta il clan gestiva i reati dall’alto. Ora non c’è più controllo»

L’INTERVISTA. Parla il Presidente di “Casa della Sinistra” ed ex candidato sindaco a Seregno, Simone Crinò: «La mafia ha fatto dei nostri punti di debolezza i suoi punti di forza: il razzismo nei centri urbani ha agevolato l’affermazione dei clan». Complessità e sfaccettature delle organizzazioni criminali a Seregno: «Dinamiche esterne sviavano l’attenzione dalla locale seregnese». La politica? «Ha affrontato il fenomeno mafioso come normale criminalità. La frammentarietà dei partiti non ha giovato alla repressione delle mafie». Nell’edilizia? L’infiltrazione della ‘ndrangheta è passata dalle fiduciarie a «forme ancora più pulite».

Seregno: «Una volta il clan gestiva i reati dall’alto. Ora non c’è più controllo»
Simone Crinò.

«Oggi, a Seregno, l’argomento ‘ndrangheta e malaffare crea disagio. Perché i protagonisti di quella stagione, in un modo o nell’altro, si stanno rifacendo una vita. E mentre noi inseguiamo ancora “quel” passato, c’è un presente che muta sotto i nostri occhi».

A parlare è Simone Crinò, Presidente dell’associazione politico-culturale “Casa della Sinistra” ed ex candidato Sindaco nella lista “Per un’altra Seregno a Sinistra”. Già autore di una tesi di laurea intitolata “La penetrazione della ‘ndrangheta in Lombardia: il caso di Seregno” (2012), il suo movimento politico è stato ed è uno dei pochi che in Brianza si è occupato seriamente del fenomeno mafioso.

Se dovessimo fare un’analisi del fenomeno ‘ndrangheta a Seregno e in Lombardia a partire dalla sua tesi, cosa potremmo dire e che conclusioni ne potremmo trarre?

«Premetto che la mia era una tesi di sociologia. Quindi, i fatti di cronaca, che inevitabilmente ricadono nella trattazione, diventano uno spunto per riflettere su come mai sono avvenuti. Cioè sui motivi per cui Seregno avesse delle caratteristiche particolari per avere un certo tipo di mafia. La mafia nel Nord Italia c’è stata fin dal dopoguerra, si è presentata prima in Piemonte, poi in Lombardia, documentata in modo indiretto, magari attraverso dei film che non volevano parlare di mafia, ma la mettevano al loro interno. E, come in tutti i paesi del Nord e della Lombardia, la mafia si è presentata anche a Seregno.

La mafia ha preso le caratteristiche e i difetti, i punti di debolezza della nostra popolazione e ne ha fatti dei punti di forza. Nella mia tesi avevo parlato, ad esempio, del razzismo come “effetto boomerang”: in primis, infatti, quando si sviluppa il razzismo, si chiudono le porte a una fetta della popolazione e, per contro, la popolazione di un determinato territorio fa fatica a integrarsi, si ripiega su se stessa e quindi ha rafforza gli elementi criminali di per sé presenti in quella popolazione. In secondo luogo, quando si tendono a erigere dei muri, di solito a livello economico, si chiedono delle cose in più: certificati, autorizzazioni, soldi in più. Alla fine, chi è che riesce a superare questi muri? Chi ha più disponibilità economiche. Può capitare che un grande imprenditore onesto abbia più disponibilità economiche. Ma, tendenzialmente, quando le disponibilità richieste sono tante, di solito è chi fa parte della criminalità organizzata a riuscire a superare le barriere. Sicuramente c’è stato il problema del silenzio e dell’omertà. Omertà che non è sempre dettata dalla paura. Ma spesso c’è anche un’ingenuità reale da parte della popolazione».

Si riferisce alla sottovalutazione o scarsa consapevolezza del fenomeno da parte della società civile?

«Proprio così. Io stesso fino al 2006-2007 pensavo che Seregno fosse un’”isola felice”, perché la si metteva a confronto con altre realtà. Prima il confronto Nord-Sud, poi il confronto di alcune città della Lombardia con altre, poi quello fra Desio e Seregno. Fino ad ammettere che la criminalità organizzata era presente anche a Seregno. Questo per tante ragioni: anzitutto perché la criminalità organizzata a Seregno si è presentata in modo più sfumato, con molte più sfaccettature e molte più complessità che in altri luoghi; seconda cosa, ci si concentra su quei paesi in cui si scrive su giornali, in cui avvengono dei fatti di cronaca o degli scossoni politici. A Desio è uscita fuori prima la questione della ‘ndrangheta, sia per la potenza di fuoco e la visibilità con cui si è presentata la ‘ndrangheta a Desio, sia anche per la maggior semplicità del fenomeno: una sola locale con tutta una serie di attività, un solo tipo di corruzione, fino a toccare la politica e la scoperta dei legami tra mafia e apparati tecnici. A Seregno invece gli episodi legati alla ‘ndrangheta e i settori a cui partecipava la ‘ndrangheta erano di più e presentati in modo diverso. E poi, rispetto ad altre città, non c’è una mafia sola o, volendo limitarci alla criminalità calabrese, non c’è una sola ‘ndrangheta. E quando sono avvenuti i primi fatti di cronaca, ogni fatto era riferito a una situazione diversa.»

Infatti, lei mette in evidenza che riguardavano locali esterne…

«Esatto. Fra i primi episodi, c’è stata nel marzo 2008 l’uccisione di Rocco Cristello, che avrebbe dovuto percepirsi come un episodio terribilmente interno. Però c’erano tantissime dinamiche esterne che hanno fatto pensare che non riguardasse direttamente i conflitti interni alla locale di Seregno: Cristello è stato ucciso a Verano Brianza; in quel periodo eravamo tutti convinti che l’uccisione fosse legata all’affare del Magic Movie Park di Muggiò, cioè quella sorta di joint venture tra ‘ndrangheta calabrese e mafia cinese, quei 5 milioni di “investimento” che sono stati persi dalla ‘ndrangheta. Poi, nel settembre 2008, è arrivata la questione delle discariche abusive (operazione Star Wars, ndr) che ha riguardato principalmente il territorio di Desio (in minor parte Seregno e Briosco). E, prima ancora, nel giugno 2006, la scoperta del deposito di armi della cosca Mancuso: che è avvenuta, sì, nel territorio seregnese, ma che - di nuovo - non c’entrava nulla con la locale di Seregno. Quando è arrivata l’operazione Infinito, a quel punto si è provato a rimettere assieme le idee, ma era ancora troppo presto: avevamo ancora poche informazioni e ricostruzioni dei fatti. E anche gli episodi che hanno portato all’arresto di Mazza (Edoardo, sindaco di Seregno dal giugno 2015 al settembre 2017, ndr) non c’entravano nulla con quelli avvenuti in precedenza. Quindi c’è tutta una serie di situazioni che convivono, e sulle quali non si riescono a mettere insieme i pezzi. Forse perché non ci sono dei pezzi da mettere assieme. Poi, la chiusura dei bar legati alla ‘ndrangheta (il bar “La Torrefazione” di Corso del Popolo, rilevato dalla moglie del boss Pino Pensabene, e il “Tripodi Pane & Caffè” di Piazza Vittorio Veneto, gestito dalla famiglia di un soggetto condannato per detenzione abusiva di armi nell’ambito dell’operazione Infinito: la licenza di entrambi fu revocata dal Comune di Seregno nel marzo 2016 su ordine del Prefetto per pericolo di infiltrazione mafiosa, ndr)… Sono tutta una serie di episodi che ti dimostra che la ‘ndrangheta a Seregno c’è, ma si fatica a trovare un quadro d’insieme.»

In questo scenario, è capitato più volte di trovarsi di fronte a episodi contraddittori da parte della politica. Da un lato quello che veniva dichiarato, magari anche le iniziative prese, e dall’altro atteggiamenti discutibili, se non rivelatori di una convergenza, per quanto spesso incolpevole, con gli interessi con la criminalità organizzata. Così nel caso della mancata richiesta di dimissioni nei riguardi del consigliere Gioffré (definito dai giudici dell’indagine Ulisse come soggetto “dal comportamento opaco e vicino alla connivenza” con la ‘ndrangheta) o nella stessa vicenda del bar Tripodi (dove il centrodestra di Mariani e Mazza ha promosso rinfreschi e spot elettorali). Alla luce di tutto ciò, qual è stata la linea tenuta della politica seregnese rispetto al fenomeno mafioso sul territorio?

«Secondo me la linea politica di Seregno verso la criminalità organizzata è chiara: la politica seregnese, rispetto ad altri Comuni, è stata tra le prime ad affrontare il fenomeno mafioso per quello che riguarda iniziative “di facciata” (ad esempio, quelle dedicate a Falcone e Borsellino). Ma soprattutto colpisce il modo con cui l’ha fatto: lì ha compiuto, secondo me, colpevolmente o incolpevolmente, qualche errore.

Cioè, affrontare il fenomeno mafioso come se fosse un fenomeno di normale criminalità. I politici potrebbero difendersi dicendo che quelli erano gli strumenti a disposizione. Esempio, sulle discariche abusive: Mariani fa scattare i controlli della polizia locale solo sui terreni pubblici, perché non si poteva entrare nei terreni privati. Oppure, ci sono delle mafie importanti che controllano il territorio di Seregno per quel che riguarda il traffico di droga: che cosa si può fare? “Rafforzare i controlli sullo spaccio” è la risposta. Che poi lo spaccio per strada è il piccolo spaccio, è solo la punta dell’iceberg. Quindi la ‘ndrangheta si è affrontata con i mezzi sbagliati. I problemi grossi della politica seregnese, che non sono stati risolti nonostante gli ultimi cambi di Giunta, sono l’estrema frammentarietà della politica seregnese, divisa in piccoli “feudi”, di cui ognuno, anche all’interno degli stessi partiti (se proprio di partiti si vuole parlare), ha a disposizione piccoli bacini di voti, che si contendono tra di loro. Questa cosa certamente non fa bene alla gestione della cosa pubblica e non aiuta a combattere il fenomeno mafioso

L’altra faccia della medaglia sono i rapporti con l’imprenditoria e, in particolare, l’edilizia: corruttele e collusioni, ammesso che ci siano state - e i procedimenti in corso non sono certo un buon segnale - anomalie negli appalti, nelle concessioni, nei meccanismi di avvio dei lavori e della pianificazione urbanistica del territorio seregnese. In che modo tutti questi fenomeni, riguardanti la mala imprenditoria, hanno avuto ripercussioni sulla presenza e l’operatività della criminalità organizzata?

«È difficile che in questo genere di settori entrino direttamente personaggi sospetti o mafiosi. È più facile che prima questi soggetti accumulino il capitale e poi prendano un’azienda pulita come testa di ponte. Fino a qualche anno fa si presentavano attraverso le fiduciarie: cioè gli imprenditori che prendevano in mano un luogo erano puliti, ma le fiduciarie che stavano dietro agli imprenditori, se si parla di agenzie di prestiti, erano legate alla criminalità organizzata. Può darsi che si ripresenti in questo modo, nel peggiore dei casi. Però, secondo me, siccome la criminalità muta, si presenterà in un modo diverso, ancora più pulito. Prima ripulisce completamente il denaro, e dopo, con una società completamente pulita, va a partecipare agli appalti

Oggi che forme ha assunto o sta assumendo la criminalità organizzata nel territorio di Seregno?

«È evidente che sta succedendo qualcosa: da una parte - come ho detto al nostro incontro lo scorso 20 gennaio - c’è tanto caos, come se fosse presente una criminalità “disorganizzata”. In seguito alle varie ondate di arresti, di cui gli ultimi all’esito dell’operazione Freccia (nel giugno 2020, ndr) che ha riguardato non tanto la parte politico-imprenditoriale, quanto proprio la struttura criminale del clan egemone, quello dei Cristello, la gestione della droga e di altri tipi di reato è affidata a clan più piccoli, meno coperti, chiassosi: si vede oggi una gestione quasi “camorristica” (che non vuol dire che entrata la camorra). La Seregno in cui la ‘ndrangheta è davvero egemone era un dormitorio. Se tu andavi a Seregno di sera nel 2012 o 2013, trovavi proprio la calma piatta. Perché allora i reati erano gestiti dall’alto: adesso non c’è più questo controllo. Questa cosa può causare tutta una serie di ragionamenti pericolosi, primo fra tutti la nostalgia, la quiete della pace che fu, che in realtà era una “pace armata”, molto pesante. E poi, evidentemente, ci sarà anche un cambio di gestione in corso: altre famiglie, altre forme di criminalità stanno prendendo piede, ma riusciremo ad avere le idee chiare solo fra qualche anno.»

 

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