Seregnopoli: «Ci siamo accorti che qualcosa non andava. Ci veniva detto che non erano affari nostri»

L'INTERVISTA. La parola al capogruppo di “Ripartiamo Insieme” ed ex segretario della Lega a Seregno Davide Vismara: «La situazione non era chiara: gli inquirenti sequestravano i documenti, ma per Mazza era una “visita di cortesia”». La questione del Pgt? «Art. 15 usato per rendere più agevole l’operato dei costruttori nelle aree polifunzionali: scritto in maniera poco comprensibile». Il rapporto con la Milani? «Mi aveva riferito le sue perplessità: la invitai a rivolgersi alle autorità competenti». Sul trattamento dei “dissidenti” politici: «Non ci fu isolamento: eravamo la maggioranza. Ma solo in pochi decisero di lasciare».

Seregnopoli: «Ci siamo accorti che qualcosa non andava. Ci veniva detto che non erano affari nostri»
Davide Vismara (Ripartiamo Insieme), ph primamonza.it

Dopo svariate ricerche, siamo entrati in contatto con Davide Vismara, segretario della Lega di Seregno dal 7 settembre 2015 al 28 maggio 2017 e attualmente membro della Commissione permanente “Legalità” presso il Comune di Seregno per il gruppo “Ripartiamo Insieme” - che sostiene la maggioranza del sindaco Alberto Rossi (centrosinistra) in Consiglio comunale.

Vismara fu il primo di una serie di politici che si dimisero, tra maggio e giugno 2017, in dissidio con la linea tenuta dalla maggioranza, e quindi dal loro stesso partito di appartenenza (la Lega), su certe questioni pregnanti, fra cui proprio la materia urbanistica - con tutti i profili di rilevanza penale che nel successivo processo sarebbero scaturiti.

Abbiamo voluto porgli alcune domande riguardo alla situazione politica che si è vissuta in Comune nella forbice di tempo che ha preceduto l’ordinanza di Seregnopoli (maggio-settembre 2017): quando già le indagini erano in corso e c’era il sentore, anche in seno alla maggioranza, che qualcosa non andasse per il verso giusto. Un’occasione, l’intervista, per accennare anche alla novità dello scorso 19 novembre: è spuntato, infatti, un nuovo procedimento a carico di nove imputati, fra cui gli stessi Edoardo Mazza e Giacinto Mariani, ex sindaco ed ex vicesindaco di Seregno, insieme a tre imprenditori del settore edile: Giorgio Vendraminetto, Maurizio Schiatti ed Emilio Giussani.

Una sorta di filone “bis” del processo Seregnopoli, che ha visto il gip del Tribunale Monza Pierangela Renda respingere la richiesta di applicazione degli arresti domiciliari ai due ex sindaci e del carcere agli imprenditori, ritenendo complessivamente assenti le necessarie esigenze cautelari. 

Contro la decisione della gip monzese, a fine dicembre la Procura ha presentato ricorso al collegio milanese del Tribunale del Riesame. Collegio che proprio in questi giorni si è pronunciato in merito ad altra vicenda seregnese (ribattezzabile "Seregnopoli 2-bis"), e segnatamente sul ricorso, presentato questa volta dalla difesa e puntualmente accolto dal Tribunale, contro le misure cautelari disposte dalla gip nell'ambito di un procedimento che vede coinvolta anche la Polizia Stradale di Seregno.

Ripercorrendo quindi la fase delle dimissioni ‘a catena’ rassegnate, tra maggio e giugno 2017, da lei, dall’assessore all’Urbanistica Barbara Milani e da due consiglieri comunali della Lega, allora la forza politica di maggioranza: come si svolsero i fatti che portarono alla denuncia degli affari e delle cointeressenze (o presunte tali) di quella Giunta con il gruppo d’interesse di alcune imprese edili - perché questo era il contesto?

«Noi, molto semplicemente, ci siamo resi conto che qualcosa non andava. Ci sembravano strane determinate cose, come il fatto che ricorressero sempre gli stessi nomi in determinate situazioni. E davanti a confronti politici interni alla sezione, dove si chiedevano informazioni e delucidazioni su determinati argomenti, le risposte erano sempre o negative o di farsi gli affari propri. Quindi, di fronte a una situazione non molto chiara, in cui l’autorità inquirente stava indagando ed era venuta in Comune a prendere dei documenti, e il Sindaco rispose “sono venuti a fare una visita di cortesia” - e si è visto poi com’è andata a finire… mettendo insieme tutto un insieme di fattori e di pressioni che sono state ricevute - e fra l’altro nell’informativa di Seregnopoli 2 c’è molto ben scritto le varie pressioni che anche l’assessore Milani aveva ricevuto, non solo da dei colleghi (cioè da un consigliere della Lega), ma anche da appartenenti alle altre forze politiche - io avevo deciso di fare (come avevo detto all’epoca) “un passo di lato”, nell’attesa che le cose fossero più chiare. Perché sapevo bene che alcune cose non tornavano, e che quindi ci sarebbero stati dei problemi. Prima o poi. Di certo, non si pensava che le cose prendessero una piega così rapida, tant’è vero che poco dopo, a settembre, vi fu il noto blitz.»

Infatti. Chiariamo subito che lei non è mai stato indagato né tantomeno imputato, anzi, ha caldamente incoraggiato i suoi colleghi di partito a rivolgersi a chi di dovere per contribuire a fare luce sui fatti oggetto del processo. Ha fatto una denuncia?

«Quello che ho fatto è stato semplicemente fare la cosa giusta per capire se i dubbi sorti erano problemi seri o meno. Per quanto ne so, e come penso sappiano anche i miei colleghi, l’autorità inquirente stava già indagando per fatti suoi.»

Già, perché l’esposto fu presentato dallo stesso Mariani, nel maggio 2015.

«Sì, sì. E, com’è ben emerso dalle udienze di Seregnopoli 1, i Carabinieri, all’interno di un’indagine su Lugarà e compagnia cantante, passarono per competenza le carte ai colleghi di Desio, e quando poi videro l’esposto di Mariani, visti i nomi in ballo, decisero di indagare più a fondo su cosa stesse succedendo.»

Quindi, nell’ambiente della maggioranza di centrodestra si notava che i funzionari coinvolti, quelli tuttora imputati, nonché gli stessi Mazza e Mariani, anteponessero gli interessi privati di questi soggetti (i cui nomi mi ha detto che si ripetevano) rispetto al bene pubblico?

«Questo è ciò che dice la Procura, non lo dico certo io. Nel senso che l’indagine è partita proprio da quello e, alla luce di quanto sta portando avanti la Procura con Seregnopoli 1 e 2, è l’oggetto stesso dell’imputazione a presupporre che venga messo davanti all’interesse pubblico il beneficio del privato

Le “pressioni” che ha menzionato prima sono quelle che hanno portato lei a fare un passo di lato e la Milani a far recapitare al sindaco Mazza, il 30 maggio 2017, una lettera di dimissioni, in cui viene anche toccata la questione della “mancata cooperazione nel processo di revisione generale al Pgt”. Vuole parlarcene?

«Quello che noi avevamo chiesto, io come segreteria politica e la Milani come assessore all’Urbanistica, era una revisione del Piano generale del territorio, nella quale si chiedeva l’abrogazione in toto dell’art. 15 del Piano, che è l’articolo grazie al quale tutte le operazioni che sono state fatte, sono di fatto avvenute legittimamente. Perché quell’articolo è stato volutamente scritto in una maniera poco comprensibile e che dava spazio ai tecnici degli uffici ad una interpretazione abbastanza personale a seconda di chi lo leggeva e lo interpretava. Tant’è vero che, nelle udienze di Seregnopoli 1, il consulente tecnico della Procura, l’architetto Rimoldi, ha spiegato bene che cosa permette di fare questo art. 15. Per questo la nuova amministrazione si sta muovendo per andare a rivederlo e ad abrogarlo quanto prima. Dato che poi mette l’amministrazione in una condizione in cui non poter fare nulla se un privato procede.»

Su questo punto, quello della legittimità della pratica Lugarà in Seregnopoli 1, era giustificato dal fatto che dovesse passare per la Giunta, anziché per il Consiglio comunale, perché il carattere di variante veniva in un certo senso “eliso” dall’art.15?

«Sì, diciamo che l’art. 15 permetteva un passaggio di Giunta, e non di Consiglio, ovviamente sulla base di considerazioni di chi ha fatto quella regola e di chi l’ha applicata, e per cui oggi quel qualcuno è stato rinviato a giudizio ed è imputato, permette fondamentalmente questo: cioè il privato, quando c’è un’area polifunzionale, con questo articolo può fare il bello e il cattivo tempo, senza che poi il pubblico possa intervenire. Perché una volta che io agisco nell’ambito di regole fatte dal pubblico, posso fare quello che voglio.»

La stessa Milani dichiarava nel verbale di sommarie informazioni del 2 marzo 2017 che “Se l’art. 15 del PDR non fosse stato modificato come in effetti lo è stato, la pratica sarebbe dovuta senza dubbio passare in Consiglio comunale con inevitabili lungaggini nel procedimento” e ribadiva nella lettera di dimissioni che, fondamentalmente, l’art. 15 dava un “amplissimo margine di manovra al privato”, dato che quello che emergeva era una sorta di implicito favoritismo reso a costruttori e imprenditori. Questo fatto, messo in rapporto con le “pressioni” che la Milani avrebbe subito, e di cui ha riferito in qualità di teste nell’udienza del 23 novembre scorso, come lo commenterebbe?

«Che cosa vuole che le commenti, per me nulla di nuovo. Nel senso che sono le stesse cose che l’assessore Milani all’epoca continuava a ripetere a chi la voleva ascoltare. Io all’epoca ero segretario politico e, come lei ben sa, al segretario politico fanno riferimento tutte le persone che hanno un incarico politico nell’amministrazione comunale. E quando un mio assessore, quale la Milani, mi aveva espresso queste perplessità, che vanno anche nel tecnico, io avevo consigliato di andare a parlare con qualche autorità in grado di cogliere un eventuale spunto su elementi che potevano essere o meno regolari. Io non ho le capacità e le competenze tecniche per entrare nel merito, però mi sembrava chiaro che la Milani all’epoca avesse intercettato che qualche problema c’era. Questo per dirle che le dichiarazioni della Milani per me non sono affatto nuove, anzi per me sono una ripetizione di quello che lei andava dicendo da tempo.»

In una conversazione intercettata fra Lugarà e il consigliere Stefano Gatti, quest’ultimo sosteneva come il sindaco Mazza avesse un padrone, e questo padrone fosse proprio il vicesindaco Mariani. Quindi, potremmo definire questa sorta di “gruppo di comando”, facente capo alla figura di Mariani, come il risultato di una concentrazione di potere rispetto alla quale chiunque si fosse opposto, come i dissidenti della Lega che poi si sono dimessi, nonché lo stesso dirigente Grisafi (che tempo prima, purtroppo, aveva fatto una fine drammatica, essendo morto suicida il 23 settembre 2015), sarebbe stato isolato, messo da parte e in un certo senso stigmatizzato?

«Diciamo che, all’interno della sezione, quando io ero segretario, c’erano due anime: una che dava l'impressione di seguire alla lettera quello che sosteneva Giacinto Mariani, a prescindere dal fatto che capisse o meno quanto veniva detto; e poi c’erano altri che cercavano di capire cosa stessero facendo dei tesserati della Lega, come ad esempio Mariani, all’interno dell’amministrazione. Adottando anche con un occhio critico su determinate situazioni, o facendo domande su questioni che a una prima analisi non apparivano lineari.»

Fino a degenerare in “scontri”, “pressioni”, “isolamento”, di cui parla la Milani nella lettera di dimissioni, come se fosse stata fatta terra bruciata intorno a questi dissidenti… è corretta questa ricostruzione?

«Diciamo che non è stata fatta terra bruciata intorno a noi, perché noi eravamo tanti, eravamo più della metà: per esempio io sono diventato segretario di sezione perché più della metà dei militanti mi aveva votato. E quindi più della metà dei militanti, che erano poi le persone più miti, che di giorno lavoravano e la sera dormivano, sono quelli che mi hanno seguito e mi hanno votato. Quindi, noi non è che siamo stati isolati, siamo stati noi che abbiamo deciso di prendere le distanze da un qualcosa che non era chiaro. Loro non hanno avuto la forza di buttarsi fuori, tant’è vero che il movimento non ha mai preso alcun provvedimento di espulsione verso nessuno, salvo il caso dell’onorevole Grimoldi (Paolo, ndr), che cercò di espellermi quando non ero più tesserato della Lega, ma perché sono stato io a non rinnovare più la tessera, non loro ad avermi espulso. Quindi, il movimento, sapendo di essere nel marasma più totale sulla tematica Seregno, nel dubbio non ha fatto niente, ecco. Noi abbiamo scelto di dimetterci perché, quando si va oltre una certa linea, non è più un confronto politico tra me e te che la pensiamo in maniera diversa all’interno di uno stesso movimento. Quando c’è qualcosa che non torna, io affido a qualcun altro il compito di verificare se effettivamente quella cosa che non mi tornava effettivamente aveva un problema.»

Un giudizio politico su Mariani.

«Sul territorio di Seregno, nell’alveo del centrodestra, non ha mai avuto un rivale capace come lo è lui, perché dal punto di vista politico ha un’ottima dialettica. Che fosse una persona in gamba lo sapevano anche i sassi. Il punto è che non ha mai avuto un avversario con il quale confrontarsi. Cioè, in un paese di ciechi, se hai un occhio fai il sindaco. È evidente che le capacità politiche, che comunque aveva, erano anche commisurate al fatto che non aveva dei concorrenti, né all’interno della Lega - a parte noi che comunque gli abbiamo tenuto testa fino alla fine - né in definitiva negli altri partiti politici. Ad ogni modo, un politico molto, molto capace

Però anche molto vicino a certi ambienti da cui la politica dovrebbe stare lontano.

«Questo è più un discorso di etica

E quindi, se dovesse dare un giudizio di etica pubblica in merito a questi fatti?

«Mah, cosa vuole che le dica… Evidentemente, alla luce di tutto quello che è uscito e sta uscendo con Seregnopoli 2, che è dieci volte peggio di Seregno 1, visto che il capo d’imputazione è peggiore, dal punto di vista etico non mi sento di esprimere un giudizio, lascio agli altri e alla cittadinanza prendere atto di quello che è successo.»

 

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