Seregnopoli: «La verità su Lugarà va cercata nei verbali dei pentiti»

DIBATTIMENTO. È proseguita l’odissea del processo Seregnopoli con l’esame dell’imputato Vincenzo Corso e, in seconda battuta, con l’introduzione di alcuni testi e consulenti della difesa. Auditi, in particolare, i testimoni Gennaro Rizzo, funzionario tecnico del Catasto a Seregno, e Carmine Gallo, ex funzionario di Polizia già dirigente presso il Commissariato di Rho Pero, in rapporti di amicizia sia con Antonino Lugarà sia con la parte offesa Luciano Mega.

Seregnopoli: «La verità su Lugarà va cercata nei verbali dei pentiti»
L'auditorium della Provincia di Monza e Brianza in via Grigna, il giorno dell'udienza.

L’udienza del processo “Seregnopoli” dello scorso 19 aprile si è aperta con l’interrogatorio dell’imputato Vincenzo Corso. 68 anni, originario di Mileto ma trapiantato a Cesano Maderno, già dirigente dell’Unep (Ufficio notifiche esecuzioni e protesti) presso la sezione distaccata di Desio del Tribunale di Monza​​​​​. La​ Procura gli contesta di essersi adoperato come “intermediario” per posticipare un provvedimento esecutivo a carico dell’ex assessore regionale all’Ambiente Massimo Ponzoni, in modo da consentire a quest’ultimo di regolarizzare la posizione di un immobile sito a Desio. Accuse che l’ufficiale giudiziario ha respinto recisamente, negando di aver ricevuto nel suo ufficio richieste di esecuzione di sfratto nei confronti di Ponzoni (che ha dichiarato di conoscere solo dal 2018) o di aver mai seguito alcun pignoramento in proposito.

Nella sua deposizione il dipendente Corso, spostato nel 2013 presso il Tribunale di Monza dove dirigente era Walter Zecchino (non imputato), ha affermato di conoscere Antonino Lugarà da oltre trent’anni. Ma, a suo dire, i dialoghi fra di loro vertevano perlopiù su problemi personali, in primis quelli che insorgevano fra Lugarà e gli inquilini residenti nei tanti immobili di sua proprietà. Occasioni nelle quali - ha dichiarato Corso - l’imprenditore era solito chiedergli «consigli sugli sfratti» (ad esempio, se rinviare o no l’avvio di una procedura nell’attesa che l’inquilino paghi). Il pm Giulia Rizzo ha ricordato i tre incontri avvenuti fra Lugarà e Corso (e monitorati dagli inquirenti) tra settembre e ottobre 2015. Era stato Corso a contattare l’immobiliarista calabrese il 30 settembre 2015, concordando con lui un appuntamento presso il santuario di Santa Valeria, a Seregno, per visitare un immobile di Lugarà a cui il collega Zecchino era interessato. La mattina del successivo 2 ottobre, Corso e Lugarà si incontrano nuovamente a Seregno. A distanza di poche ore, Lugarà telefonerà a Ponzoni per rassicurarlo che “qualcuno di sua fiducia” sarebbe interceduto nella procedura esecutiva a suo carico. Corso ha detto di non ricordare questi particolari. Come anche le ragioni per cui, nelle ore successive, aveva luogo presso l’immobile riconducibile a Ponzoni un accesso da parte di altro ufficiale giudiziario, dando esito negativo.

Il terzo incontro fra i due risale al 30 ottobre 2015: Corso incontra Lugarà in un bar pasticceria a Seregno. Ha con sé una busta, dalla quale avrebbe estratto alcuni documenti e - secondo i risultati dell’o.c.p. dei Carabinieri su cui però la difesa dissente - ne avrebbe mostrato il contenuto a Lugarà.

Vincenzo Corso si è difeso sostenendo di non aver saputo - se non dopo la lettura degli atti - dell’esistenza di un contratto di comodato d’uso gratuito stipulato dalla società Acero Rosso di Ponzoni con un inquilino: «Dal capo d’imputazione - ha dichiarato - posso dirle che il contratto di comodato d’uso non ha nessun valore dopo un pignoramento immobiliare: è inopponibile». È un fatto però che Corso, intercettato ambientalmente il 30 settembre, abbia rivelato non poco interesse al colloquio telefonico intrattenuto da Lugarà con una parente dell’inquilino, al punto da sollecitarlo a chiedere maggiori informazioni. È stato inoltre accertato come, il 31 ottobre 2015, all’indomani dell’ultimo incontro fra Corso e Lugarà, Ponzoni abbia mutato il contratto da comodato a locazione. In sede di controesame Corso ha negato di aver mai ricevuto dazioni di denaro da parte di Lugarà. Benché dalle intercettazioni sia emersa la proposta da parte dell’imprenditore di farsi carico (in un’ottica di scambio?) del rinnovo dell’assicurazione dell’auto in uso a Corso, che scadeva proprio in quel periodo e che il dirigente lamentava di non riuscire a pagare.

Con la successiva audizione del teste (di accusa e difesa) Gennaro Rizzo, dipendente del Comune di Seregno e responsabile del Polo Catastale Brianza Ovest, si è tornati sulla questione del collaudo delle opere pubbliche realizzate nell’ambito della media struttura di vendita voluta da Lugarà. Tra il giugno e il dicembre 2016, infatti, il tecnico Rizzo viene «spostato temporaneamente» presso l’ufficio Lavori Pubblici del Comune per il 30% del suo orario. Essendo in possesso dei necessari requisiti, gli viene affidato - su richiesta del segretario comunale di allora - un collaudo dichiaratamente «semplice», pur a fronte della sua pressoché totale inesperienza in materia. Altri funzionari inseriti nell’elenco dei potenziali collaudatori - ha dichiarato Rizzo di aver appreso nei piccoli uffici comunali - erano risultati incompatibili con l’incarico dal momento che avevano già curato il versante dell’edilizia privata. La scelta fu infatti quella di individuare l’affidatario della procedura di collaudo all’interno, «e non all’esterno», del Comune di Seregno. Per la prestazione non era peraltro prevista alcuna remunerazione “extra”.

Rizzo risulta quindi l’incaricato di quel collaudo che, secondo l’accusa, il dirigente del settore Edilizia Privata Carlo Santambrogio (interrogato all’udienza del 1° marzo) avrebbe omesso di assicurare alle opere pubbliche connesse all’unità immobiliare di Lugarà quale condizione per il rilascio di un parere favorevole alla dichiarazione di agibilità parziale. Per ragioni diverse, gli architetti Silvia Salvioni (non imputata) e Franco Greco (imputato per abuso d’ufficio) erano indisponibili a quell’incarico. Il teste ha ricordato, e confermato poi in sede di controesame, che la richiesta di agibilità parziale per l’immobiliare G.A.M.M. Srl era stata presentata prima del collaudo, completa di documento di fine lavori e accatastamento commerciale. Il 27 gennaio 2017 faceva un sopralluogo di persona per vedere le opere di urbanizzazione alla fine collaudate.

Significativa anche la relazione con la quale il perito grafologico della difesa ha confermato l’autografia delle firme di Luciano Mega (parte civile) sui documenti di riconoscimento, tra il 2013 e il 2015, dei debiti di 80.000 e 110.000 euro - nonché sulla relativa costituzione di fideiussione - nei confronti di Lugarà. È stata poi la volta della discussione sulla configurabilità o meno di interessi usurari sul prestito erogato dall’imprenditore calabrese a favore del socio in affari, alla luce dei calcoli svolti dal consulente tecnico della difesa competente in materia.

Al centro della seconda parte dell’udienza, l’esame e controesame del testimone della difesa Carmine Gallo, 62 anni, ex ufficiale della Polizia di Stato in congedo dal dicembre 2018. Originario di Gragnano (Napoli), ha lavorato per trent’anni alla Questura di Milano, in servizio presso la Criminalpol Lombardia, per poi ricoprire la carica di dirigente al Commissariato di Rho Pero. «Ho conosciuto Mega Luciano negli ultimi anni della mia carriera, credo che lui fosse residente in quel periodo a Pero, che rientra nella giurisdizione del Commissariato da me diretto», ha dichiarato all’avvocato Rosario Minniti, legale di Lugarà. «Parliamo degli anni 2012-2013. Il figlio di Mega ha avuto delle problematiche anche di carattere giudiziario. E quindi in occasione di notifiche che i miei collaboratori facevano al figlio, ho avuto modo di conoscere Luciano Mega. Abbiamo instaurato un rapporto normale, cordiale, di conoscenza. In quel periodo credo che gestisse un’impresa di pulizie».

L’ex ufficiale ha affermato anche di essere in rapporti con Lugarà: «Conosco Lugarà Antonino da oltre 30 anni. Credo di averlo conosciuto nell’89, in occasione di una vicenda che lo ha visto vittima insieme ai suoi fratelli, quando a Seregno furono attinti da colpi di arma da fuoco da due soggetti rimasti sconosciuti. All’epoca - ha proseguito Gallo - prestavo servizio alla Criminalpol, e il mio dirigente mi ordinò di andare sul posto, per accertare quello che fosse successo e svolgere delle indagini insieme ai Carabinieri. Andai anche in ospedale, e lì feci conoscenza col signor Lugarà».

Quelle indagini portarono a un nulla di fatto. Negli anni successivi gli inquirenti che si occupavano di criminalità organizzata - ha dichiarato Gallo - fecero domande su quell’accadimento a svariati pentiti di ‘ndrangheta, anche solo per una spontanea «curiosità investigativa», quella cioè di «riuscire a scoprire cosa fosse successo quella sera: a tutti i collaboratori di giustizia fu chiesto se fossero a conoscenza di quell’episodio». Ma senza risultato. Dal confronto con dati e informazioni in possesso della Dda di Milano, l’ex poliziotto ha dichiarato in aula di non aver mai ricevuto notizie di una contiguità dell’imprenditore Lugarà ad ambienti ‘ndranghetisti.

«In un’occasione, sicuramente, sono stato io presentare Mega a Lugarà e viceversa, perché erano entrambi nel mio ufficio. È accaduto quando ero da poco dirigente del Commissariato, credo nel febbraio-marzo 2013. Erano entrambi venuti a trovarmi (uno per un motivo, l’altro per un altro) nella vecchia sede del Commissariato, a Rho Fiera. C’era in quei mesi il Salone del Mobile e tutt’e due erano interessati a vederlo», ha ricordato il teste. Riguardo alla questione del prestito da 110mila euro che Mega aveva ricevuto da Lugarà, «questa - ha dichiarato Gallo - è stata una confidenza che Lugarà mi ha fatto qualche mese dopo, raccomandandomi di non riferirla a nessuno. Mi disse confidenzialmente che quei soldi servivano a Mega per pagare le spese legali del figlio. Da loro ho avuto solo notizie informali. Credo che quel prestito non sia mai stato restituito». Anche se Mega ha dovuto pagare a Lugarà il compenso per una procura a vendere l’appartamento di Lugano (30.000 franchi) e cedere - a titolo di garanzia - l’immobile di Alezio al figlio dell’imprenditore per 80.000 euro (a fronte di un prezzo d’acquisto di 200.000 e di successiva rivendita pari a 140.000).

«Quando Lugarà mi disse del prestito, credo che lo fece per avere contezza che Mega fosse persona in grado poi di pagare il debito. Tutti sapevano delle problematiche del figlio, ma io gli dissi che in ogni caso avrebbe pagato», il commento dell’ex ufficiale di polizia. I suoi rapporti con Lugarà e Mega sarebbero proseguiti nel periodo successivo. Tanto da aver appreso dallo stesso Mega i guai giudiziari che stava attraversando: «Credo abbia avuto uno o due procedimenti per bancarotta fraudolenta e riciclaggio. Ne ho avuto conoscenza direttamente da lui. Gli avevo mandato gli auguri o i saluti, e in quel momento ho saputo da lui che aveva ricevuto l’avviso di garanzia o che era indagato o imputato in questo tipo di reati finanziari. Notizie date da lui». Riguardo ai rapporti di Mega con Cosimo Tulli, il teste Carmine Gallo si è limitato a dichiarare di essere a conoscenza del loro «rapporto d’affari», dato che gestivano insieme un locale - il Puro - tra Pero e Milano.

Controesaminato dal pm Salvatore Bellomo (nella foto in alto), l’ex ufficiale - a conoscenza di segreti a quanto pare di non poco conto confidatigli da Lugarà - ha ricordato che le dichiarazioni rese dai collaboratori di giustizia nell’ambito delle inchieste a cui aveva preso parte con la Dda «avvenivano sempre in presenza di un magistrato». Si tratta quindi, ha concluso Bellomo, di domande e risposte che venivano verbalizzate.

Saverio Morabito, Antonio Schettini, Salvatore Pace, Mario Inzaghi: questi i nomi dei pentiti che, ammesso siano stati sentiti sul punto (come affermato sotto giuramento da Gallo), avrebbero potuto riferire - secondo il pm - «sull’appartenenza o conoscenza di Lugarà ad ambienti ‘ndranghetisti». È attraverso i verbali delle loro dichiarazioni che si potrà verificare la portata delle affermazioni di Gallo. E - perché no - fare chiarezza magari una volta per tutte sulla serie di efferati delitti che insanguinò la Brianza durante la “guerra sugli appalti” del biennio 1989-’90: non solo la sparatoria che coinvolse i fratelli Lugarà - che a loro volta risposero al fuoco degli assalitori con armi regolarmente denunciate - ma anche gli omicidi di Carmelo e Antonio D’Amico il 27 giugno 1989 a Vimercate, di Antonino Romeo il 21 settembre ’89 a Canonica di Triuggio, di Assunto Miriadi e Giovanni Tripodi il 4 maggio 1990 a Oreno. L’acquisizione di questi verbali al processo potrebbe anche rappresentarne un punto di svolta.

A ulteriore domanda del pm sui motivi per cui le indagini sul “Far West” brianzolo si arenarono, l’ex poliziotto Carmine Gallo ha escluso che Lugarà gli abbia mai riferito di avere dei nemici o qualche sospetto che potesse contribuire a quell’indagine, anche solo in via confidenziale. Sta di fatto, riportando il commento in aula del sostituto procuratore monzese, che «non è (normale, ndr) che a uno che passa per strada e va in giro con una macchina blindata sparino dei colpi di pistola».

Dalla prossima udienza, fissata per il 26 aprile, comincerà l'ascolto dei numerosi testi proposti dalle difese.

 

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