Seregnopoli: l’affare tunisino e quel prestito “fra amici”

SPECIALE SEREGNOPOLI/Parte ottava. Oggetto del processo spunta anche un episodio di presunta usura: coinvolti l’imprenditore Antonino Lugarà e l’ex assessore regionale all’Ambiente Massimo Ponzoni; parte lesa l’imprenditore Luciano Mega. Non viene però contestata alcuna aggravante mafiosa.

Seregnopoli: l’affare tunisino e quel prestito “fra amici”
L'ingresso del Tribunale di Monza - ph tratta da mbnews.it

Se il potere mafioso ha potuto consolidarsi in un territorio urbanizzato e foriero di affaristi danarosi come la Brianza, è perché qualcuno gliel’ha permesso. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti: già nel 2008 il 45% degli associati di Confcommercio Lombardia in Brianza dichiarava in un questionario di essere almeno una volta entrato in rapporti, anche solo per ragioni di convenienza economica, con esponenti della criminalità organizzata.

Sondaggi più recenti hanno invece registrato, in uno scenario di pandemia e di correlata crisi economica, l’esposizione delle tante imprese sull’orlo del fallimento a un forte rischio di usura e riciclaggio: da un’indagine condotta da Confcommercio sui suoi associati nell’ottobre 2020, è emerso come il 20% di essi, perlopiù titolari di imprese di ristorazione e somministrazione, abbia ricevuto proposte anomale di rilevazione dell’attività. Collusioni e connivenze avranno sempre luogo, finché la parte più compiacente della politica e dell’imprenditoria continuerà a trovare conveniente, se non addirittura necessario, fare affari, stringere sodalizi o favorire gli interessi di soggetti contigui alle stesse organizzazioni criminali.

E allora non stupisce che, il 13 giugno 2020, nel corso della prima udienza del processo Seregnopoli dopo il lockdown, nell’aula bunker di piazza Filangieri, a Milano, sia emerso pure un fatto di usura.

Fermo restando che non viene contestata alcuna aggravante mafiosa, sul punto veniva escusso il testimone Luciano Mega (parte lesa della vicenda), imprenditore di Vanzago (Milano) indagato per bancarotta fraudolenta, a proposito di un prestito da 100mila euro al quale - secondo l’accusa - sarebbero stati applicati interessi usurari. A fargli avere i soldi nel febbraio 2014 sarebbero stati Antonino Lugarà e, con lui, l’ex assessore regionale all’Ambiente Massimo Ponzoni (nella foto in alto), il “golden boy” del Pdl in Brianza, condannato a gennaio 2018 in via definitiva a 5 anni e 10 mesi per vari reati, fra cui corruzione e bancarotta.

A legare Mega ai due imputati sarebbe stato un rapporto, oltre che di affari, di amicizia nato - come racconta in aula - nel 2008: «Mi ha presentato Lugarà il mio grandissimo amico Massimo Guarischi in Regione, quando Ponzoni era assessore regionale. Poi ho incontrato Ponzoni in un bar nel 2013 e abbiamo parlato di mettere su un business insieme a Lugarà con una cava di marmo in Tunisia. Lugarà è venuto con noi in Tunisia nel 2014, Ponzoni era stato condannato proprio in quel periodo».

Nei loro piani la società, nella quale il loro nome non figurava, avrebbe dovuto occuparsi di importazione di marmo dalla Tunisia: «Eravamo diventati soci di fatto in una società, di cui soci di diritto risultavano la mia compagna, la compagna di Ponzoni e la società “Briantea” di Lugarà. Ponzoni doveva occuparsi della parte commerciale, io e Lugarà della parte gestionale, ma poi l’affare non è andato in porto perché Lugarà non andava d’accordo col gestore della cava».

A complicare ulteriormente le cose, alla fine del 2013, è una serie di vicissitudini economiche che colpiscono il Mega: pesa il costo dei lavori da eseguire nei ristoranti “Puro” a Milano ed “Expo” a Cinisello Balsamo, di proprietà sua e di un altro socio - Cosimo Tulli detto infatti ‘Mimmo del Puro’ (lo stesso della famigerata controversia del quadro dato in pegno da Mega a Lugarà a garanzia di un debito da 80.000 euro, parte prima), il quale resta pure coinvolto nel 2016 in un’indagine della Dda di Milano. La somma ai debiti già esistenti delle spese da sostenere per i locali («avevo bisogno di soldi»), spinge il Mega a chiedere, tramite Ponzoni, un prestito a Lugarà, in ragione del rapporto patrimoniale che li legava.

«Il 19 febbraio 2014 - ha dichiarato il teste Mega - ho avuto da Lugarà 100mila euro. Dovevo restituirgliene 130mila entro tre mesi». Il denaro gli viene consegnato in pezzi da 500 da Ponzoni stesso, il quale ne trattiene 10mila. Il tutto si svolge in Francia, in un immobile di proprietà di Ponzoni. «Ho restituito a Lugarà 30mila franchi svizzeri dopo la firma di una procura a vendere di un appartamento a Lugano e ho venduto a suo figlio per 80mila euro un appartamento a Gallipoli comprato per 200mila. Ho saputo che poi l’hanno rivenduto a 140mila».

Mega si è detto legato da sincera amicizia con Ponzoni. Ha dichiarato di averlo pure aiutato a pagare la parcella all’avvocato. Quanto a Lugarà, diversi elementi rendono meno nitido il quadro: «Antonino Lugarà non mi ha mai minacciato, ma è una persona che mi incuteva un certo timore. Come quando, sollecitandomi il saldo del denaro avuto in prestito, mi ha detto con tono deciso “è una partita che va chiusa, se no mando qualcuno a prendere i soldi”». È un leitmotiv che si ripete. Se ne ha traccia in altro processo, riguardante i disordini di Cantù (Lugarà non è fra gli imputati), con riferimento al ricorso da parte di Lugarà, per il tramite del cugino, alla violenza del clan Morabito per risolvere la citata controversia relativa a un credito e ad un quadro ricevuto in pegno da Tulli; e, nella vicenda Seregnopoli, all’intercettazione ambientale tra il funzionario Biagio Milione e il geometra Alessandro Fusi, in cui quest’ultimo avrebbe alluso a un’uscita poco lusinghiera da parte del costruttore (parte sesta): «Cioè il Lugarà m’ha detto che mi doveva spostare al cimitero, eh, se avesse vinto quello (il suo concorrente, ndr)! Mi aveva già detto che il mio posto era nell’ufficio del cimitero, eh!?».

In sede di controesame, l’avvocato Luca Ricci, legale di Lugarà, di concerto con gli altri difensori, ha prodotto un documento, firmato da Mega, che attesterebbe che l’erogazione del prestito da parte di Lugarà sarebbe avvenuta a luglio 2013, e non a febbraio 2014. Cosa che l’imprenditore di Vanzago ha contestato, sostenendo la firma del documento non essere la sua. Il collegio, nell’udienza dello scorso 1° marzo, non ha ancora sciolto la riserva sulla perizia grafica richiesta dall’avvocato di Mega, Vincenzo Lepre, sul documento.

Sempre lo scorso 1° marzo è stata sentita Maria Nives Iannaccone, notaio di fiducia di Lugarà a Seregno, in qualità di teste di parte civile. La quale, al netto dei tanti “non ricordo”, ha sottolineato come nel dicembre 2015, al momento del rogito dell’atto definitivo di compravendita a favore del figlio Giovanni Lugarà, avente ad oggetto un immobile ad Alezio (Lecce) di proprietà del Mega, il valore dell’immobile fosse mutato, passando da 65 agli 80mila euro. Denaro che, traspariva dallo scritto, era versato «a saldo» di un debito preesistente di 110mila euro. Il notaio ha dichiarato di non sapere che la società venditrice avesse acquistato due anni prima quello stesso immobile al valore di 200mila euro.

Altro teste addotto dalla parte civile è stato l’ex inquilino, nonché cugino acquisito di Mega, Alessandro Marella, residente dal 2011 in un appartamento a Lugano di proprietà dello stesso Mega. Nel corso della deposizione, Marella ha riferito della volta che Mega venne ad avvertirlo della sua intenzione di vendere l’appartamento per i debiti vantati nei suoi confronti da Lugarà. Occasione nella quale Mega gli aveva dato l’impressione di «temere quella persona». Lo stesso Lugarà, ha raccontato Marella, era venuto più volte a visionare l’appartamento (anche tramite “agenzie”): una cosa che - ha dichiarato - «mi aveva dato qualche noia».

Alla fine, l’inquilino disse a Mega che a comprare l’immobile avrebbe provveduto lui (per procedere all’acquisto aveva pure acceso un mutuo in banca). Il rogito risale al 25 novembre 2014 per una somma pari a 325mila franchi. Un mese prima, il 22 ottobre 2014, Mega aveva rilasciato a Lugarà una procura a vendere l’appartamento ad un prezzo non inferiore a 288mila franchi svizzeri. A fronte della quale sarebbero stati versati, a titolo di compenso, 30mila franchi. Nel controesame condotto dall’avvocato Luca Ricci, legale di Lugarà, Marella ha confermato che dall’importo della vendita erano stati detratti 65mila franchi da lui già pagati a Mega a titolo di «aiuto personale», senza ricordare quanto tempo prima li avesse versati.

Al di là di tutto ciò, un altro dato colpisce: all’epoca dei fatti Mega non ha denunciato la situazione di ‘ricatto’ alla quale, a suo dire, era sottoposto - fino a quando non si è costituito parte civile nel processo. Perché ha comunque deciso di ripagare un debito secondo l’accusa palesemente usurato? Perché non si è rivolto subito alle forze dell’ordine o a un’associazione antiracket o antiusura ma ha scelto di continuare a orbitare in quegli ambienti? Interrogativi che restano tuttora senza risposta.

8.continua

 

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