Seregnopoli: «Lugarà teneva molto al progetto»

PAROLA ALLA DIFESA. Dodici i teste della difesa che hanno deposto in aula nella scorsa udienza. Fra i capi d’imputazione su cui sono stati sentiti e controesaminati, quelli relativi all’iter della pratica G.A.M.M., all’intervento su via Dell’Oca, al prestito presuntivamente usurato a danno di Mega e ai profili di presunta illiceità sulle vicende dell’appartamentino per i dipendenti del maneggio di Gianni Lugarà dato temporaneamente in uso a Grisafi e dell’anfora romana asportata dal cantiere della Maisa.

Seregnopoli: «Lugarà teneva molto al progetto»
La sede della Provincia di Monza e Brianza in via Grigna (Monza) (ph scattata in loco)

Processo “Seregnopoli”. Nel corso dell’udienza del 26 aprile è stata audita la gran parte dei testimoni della difesa Lugarà. Fra i temi toccati, quello - non nuovo - della ricostruzione delle destinazioni d’uso dell’area ex Dell’Orto e dei profili procedurali relativi alla pratica G.A.M.M.

A deporre sul punto, l’architetto desiano Roberto Pozzoli, libero professionista dal 1980, già assessore all’Edilizia privata al Comune di Seregno negli anni ’90 e consigliere comunale in quota FI dal 2000 al 2010. Titolare di uno studio professionale prima a Monza, in un locale che gli aveva concesso in affitto l’ex sindaco Giacinto Mariani, e dal 2005 a Seregno, il teste - esaminato dall’avvocato Luca Ricci - ha descritto la natura dei suoi rapporti professionali con Antonino Lugarà e le sue società: «Quando lui aveva qualche opportunità di acquisto di aree o immobili, siccome mi sono occupato per moltissimi anni di urbanistica, si rivolgeva a me per domandarmi della fattibilità di questo o quel tipo di intervento».

Così avvenne anche per l’area ex Dell’Orto, acquistata dall’immobiliare G.A.M.M. nel 2008: «Fui interpellato in quel periodo perché Lugarà voleva capire come intervenire su quell’area per costruire un edificio produttivo dove trasferire la sua azienda». Dallo storico delle destinazioni d’uso risultante dall’accesso agli atti effettuato da Pozzoli nell’ottobre 2008 e dal relativo certificato di destinazione urbanistica, è emerso come l’area fosse da sempre stata edificabile: «Il fabbricato esistente era di circa 1.500 mq mentre l’area di cui al Prg (Piano regolatore generale, ndr) vigente allora - che dal 2000 ne aveva mutato la destinazione d’uso in zona produttiva - consentiva di costruire esattamente il doppio, un capannone industriale che poteva estendersi per una superficie di 3.000 mq e un’altezza di 12 metri. Realizzarlo avrebbe rischiato di essere “un pugno nell’occhio”, in mezzo a tanti edifici residenziali».

È stato proprio l’architetto Pozzoli a curare, quindi, sulla base dei dati estratti, uno studio di fattibilità relativo all’ex rimessa per autobus turistici: «A partire dalla legge regionale n. 12 del 2005 ci sarebbe stata anche la possibilità, con un programma integrato d’intervento, di presentare un progetto in variante al Piano regolatore e ottenere un cambio della destinazione d’uso in commerciale ed anche terziario». Per una serie di vicende (forse la stessa “guerra sul Pgt” che portò alla fine l’amministrazione Mariani a secretarne la bozza nel 2009?) quel progetto, in Comune, non è mai stato depositato.

Si è dovuto aspettare parecchio tempo - intanto Lugarà prendeva accordi con la iN’s Mercati - per arrivare al Pgt attualmente vigente a Seregno. Alla sua approvazione, il 28 giugno 2014, hanno concorso - si è ricordato - una richiesta preventiva di modifica della destinazione d’uso dell’ex Dell’Orto da produttiva a commerciale/terziaria datata 5 luglio 2013; un’osservazione al Pgt per conto della G.A.M.M. di analogo contenuto in data 25 marzo 2014; e un’integrazione in tal senso, redatta ai sensi della direttiva Bolkestein, in data 9 maggio 2014. Tutti atti a firma dell’architetto Pozzoli.

Per poi giungere alle quattro osservazioni presentate dalla G.A.M.M., insieme a quelle di una serie di altre imprese (circa una ventina), risultate «parzialmente accolte» dal Comune in sede di controdeduzioni: in altre parole, la riconversione funzionale di un immobile produttivo di comprovata dismissione in microtessuto polifunzionale si sarebbe potuta attuare alle condizioni previste dall’art. 15 del Piano delle Regole.

Secondo il testimone tale circostanza, e cioè la necessità di ricorrere per interventi di questo tipo allo strumento del piano attuativo, avrebbe reso non poco oneroso per Lugarà l’iter della pratica, in particolare per la cessione gratuita del 12% della superficie al Comune, corrispondente al marciapiede realizzato con l’allargamento di via Dell’Oca.

Aspetto, quest’ultimo, sul quale è stata sentita anche la teste Maria Cristina Manzella, architetto “di fiducia” di Lugarà (che del marito di lei, di professione agente immobiliare, era amico di vecchia data), titolare di uno studio di architettura a Sesto San Giovanni.

Scartata nel 2013 l’ipotesi dell’edificazione di un nuovo capannone sull’area dismessa (avrebbe stonato con il contesto residenziale circostante), è stata quindi imboccata dalla progettista la via del piano attuativo: prima col deposito del progetto urbano, il 27 febbraio 2015, poi con la presentazione del piano convenzionato, integrato dalle tavole che prevedevano le opere di urbanizzazione, tra cui il necessario ampliamento di via Dell’Oca, «per creare una parte pedonale che prima non c’era», ha spiegato la tecnica. La strada - insomma - sarebbe rimasta carrabile, se non fosse stato realizzato quel marciapiede sul quale è tuttora controverso se possa configurarsi o meno una variante al Pgt.

Due pareri viabilistici di segno favorevole resi a maggio 2015 dall’allora comandante della polizia locale Damiano Vernò (e avvalorati dalla sua deposizione in aula come teste) parrebbero confermare - secondo la difesa - il fatto che su via Dell’Oca il traffico di autovetture ci sia sempre stato, come dimostrerebbe la presenza di un senso unico. L’accusa ha tuttavia chiesto lumi sul fatto che, stanti le originarie strette dimensioni della sede stradale di via Dell’Oca, lo stesso teste avesse commentato: «Si dubitava che lì riuscissero a circolare delle auto».

Nel controesame condotto dal pm Giulia Rizzo, il teste Pozzoli ha riferito come, nella fase successiva dell’iter, quando l’incarico era passato alla Manzella, non fosse più stato interpellato da Lugarà, se non informalmente sul tipo di procedura da seguire. Al che Pozzoli - a suo dire - gli aveva risposto in linee generali che, se fosse stato in variante al Pgt, il piano attuativo sarebbe stato approvato dal Consiglio comunale; altrimenti sarebbe stato sufficiente un passaggio in Giunta.

Proprio in questa fase la teste Manzella ha dichiarato di aver avuto - come (secondo lei) da prassi - «frequenti contatti e confronti» con i dipendenti dell’ufficio dell’Edilizia Privata, interloquendo principalmente col dirigente Calogero Grisafi e col responsabile unico del procedimento Mauro Facchinetti. Lugarà sarebbe stato sempre appresso a lei, per tutto il corso dell’iter, «anche attraverso continui accessi in Comune»: «Ci teneva molto a questo progetto. Mi ha affiancata per tutto l’iter», ha affermato la Manzella. «Inoltre, tutti i tecnici hanno dedicato grande attenzione, scrupolo e interesse al progetto».

Ulteriore passaggio da lei seguito, quello della destinazione della palazzina presente nella stessa area accanto alla media struttura di vendita realizzata da Lugarà: destinazione che, come ricordato in esame dall’avvocato Daniele Milione, uno dei legali di Biagio Milione e Antonella Cazorzi, sarebbe stata indicata nella Dia del 18 marzo 2016 con la non meglio precisata dicitura “polifunzionale”. Fino alla variante presentata dalla stessa architetta il successivo 10 giugno per imprimere alle unità al piano terra la destinazione definitiva di negozi di vicinato, e agli uffici al piano superiore una destinazione direzionale. Cosa che, ha commentato la tecnica, sarebbe stata fondamentale per conseguire, fra l’altro, il documento di fine lavori.

L’accusa elevata a carico dei due funzionari è quella di aver «omesso di segnalare l’aumento della superficie commerciale» e la conseguente «insufficienza degli standard». Secondo la teste, tuttavia, l’ingresso del supermercato iN’s e quello degli uffici sarebbero stati «separati ab origine»; e nei fatti un giunto divide il fabbricato dall’adiacente struttura. Ha poi disconosciuto di aver mai rilevato una non corrispondenza degli standard a quanto previsto dal piano dei servizi. Le parti comuni alle due strutture sarebbero state previste in conformità alla normativa.

Qualche perplessità ha suscitato nell’accusa il fatto che la Manzella fosse stata scelta per occuparsi di un PA, nonostante la sua esperienza riguardi - per sua stessa ammissione - l’ambito delle ristrutturazioni e dell’architettura di interni. «Mi è bastato consultare gli strumenti urbanistici e confrontarmi con i tecnici per capire come muovermi», la risposta della progettista. Confronti ai quali Lugarà (tutto meno che uno sprovveduto, tanto da esser pure iscritto all’albo dei geometri) non mancava: «Lugarà voleva informarsi - ha spiegato la Manzella -, ci confrontavamo sulla normativa, ci vedevamo sempre per visionare i progetti in fase preliminare. Quella di Lugarà era una presenza a 360 gradi, nel senso che mi aiutava perché io comunque non avevo allora un’esperienza tale da condurre un progetto di questo tipo. (…) Credo, comunque, sia una caratteristica propria di Lugarà, quella di non limitarsi all’attività di costruttore, ma di seguire a fondo i propri progetti».

Ulteriore capo d’accusa sul quale i testi sono stati chiamati a deporre, quello del presunto accordo corruttivo intercorso fra Lugarà e Grisafi.

Quest’ultimo avrebbe infatti beneficiato, tra febbraio e luglio 2015, della disponibilità di un alloggio riservato al personale dipendente del maneggio “Luga QH” di Inverigo, di proprietà del figlio di Lugarà, Giovanni. Le testimonianze rese dall’ex addetta alle pulizie Luisa Sartorano, dall’ex dipendente Driss Nifta e dallo stesso Gianni Lugarà, hanno permesso di ricostruire la vicenda. Nel gennaio 2015, il dirigente all’Edilizia Privata viene cacciato di casa dalla moglie Maria Giuseppa Cartia. Quando suona al campanello del maneggio, ha ancora un occhio nero e alcuni graffi sul volto. Al suo seguito, una Jaguar verde con a bordo i suoi effetti personali. Lugarà sr. raccomanda al figlio e ai suoi dipendenti di assegnargli un appartamento, dove farlo soggiornare «temporaneamente, massimo una settimana o dieci giorni».

Peccato che la sua permanenza si rivelerà un’autentica “palla al piede”. «Mi dava fastidio soprattutto il fatto che portasse nell’appartamento donne straniere, con un distinto accento rumeno», ha dichiarato Lugarà jr., in senso convergente agli altri due testimoni. Al 22 giugno 2015 risale la conversazione registrata all’interno del Mimo’s Bar (e richiamata dall’avvocato Ricci), in cui lo stesso sindaco Mazza invitava “caldamente” i Lugarà - per usare un eufemismo - a mandare via il dirigente da quella sistemazione. Così, puntuale ai primi di luglio, Lugarà sr. ordina di cambiare serratura all’appartamento e di portare tutti i vestiti di Grisafi in cantina. Dopo aver restituito il telecomando del cancello, il dirigente se ne va con la coda fra le gambe, fiaccato già dall’esposto formalizzato contro di lui da un ostile Mariani.

Presso l’azienda agricola Luga QH lavora invece tuttora la teste Claudia Pedoni, assunta nel settembre 2007 dalla Lombarda Costruzioni, poi trasferita alla General Costruzioni - ambedue società di Lugarà. È stata lei a redigere, sotto dettatura dell’imprenditore, le scritture del 10 luglio 2013 e dell’8 luglio 2015, delle quali ha detto di ricordare fortuitamente la data: nel primo caso, in particolare, per via dell’importo elevato (i famosi 110.000 euro) del prestito di cui il debitore avrebbe riconosciuto il valore. Lugarà le disse che sarebbe dovuto passare a firmarle il signor Luciano Mega. «Mi è capitato di incrociarlo un paio di volte, ma mai negli uffici», ha dichiarato la Pedoni riguardo a quest’ultimo. Anche la fideiussione prestata da Pop Gabriela Anna Maria per l’immobiliare Domus a garanzia del debito da 80.000 euro sarebbe stata contratta in questo contesto.

Pure Gianni Lugarà ha ricordato la ragione del prestito dei 110.000 risiedere - per averlo appreso dal padre - nella necessità di Mega di far fronte alle spese legali del figlio. Lo stesso Lugarà jr. ha dichiarato di aver sùbito dato procura al padre di gestire l’appartamento di Alezio venduto dall’immobiliare Domus. Sia all’atto della stipula del preliminare l’8 luglio 2015, sia al momento del rogito nel dicembre 2015 erano presenti - secondo il figlio di Lugarà - «Mega, la cognata e la moglie». Dal canto suo il titolare della Luga QH ha affermato di non aver mai visto l’appartamento di Alezio, stimato intorno agli 80.000 euro (a sanare il debito di Mega) e poi rivenduto da Lugarà sr. a 140.000. Aggiungendo che, in precedenza, fosse stato ceduto, o comunque dato in uso, al figlio di una famiglia che già lì risiedeva.

Altro capo d’imputazione su cui si sono soffermate invece le testimonianze dell’avvocato Gioacchino Antonio Restuccia, dell’architetto Domenico Zema (casualmente omonimo di quel ‘Mimmo’ Zema rimasto coinvolto nell’operazione Tibet del 2014), dell’ingegnere Vincenzo Meli e di Salvatore Lugarà, fratello del costruttore, è quello relativo all’anfora romana sequestrata dai Carabinieri nel settembre 2017 presso la villa di Lugarà in via Russo a Seregno. Questi in sintesi i fatti che emergono dai loro racconti.

Nel 2006, nel cantiere della Maisa Immobiliare relativo alla demolizione di un’ex falegnameria in corso Garibaldi a Seveso, viene rinvenuta nel sottoscala della struttura, fra tante cianfrusaglie, un’antica anfora romana (che la Soprintendenza stimerà risalente a un periodo compreso fra il I secolo a.C. e il I d.C.). Giovanni Lugarà, responsabile delle demolizioni, chiede allo zio Salvatore di aiutarlo a portarla a casa, «per fare un regalo alla mamma».

Ed evitare, in questo modo, che finisca in discarica insieme ad altre suppellettili. Viene quindi sistemata nel patio della villa di Lugarà, in una posizione visibile dalla cancellata esterna. Ritenuta addirittura dalla famiglia Lugarà come «di scarso valore» - la utilizzavano solitamente come portaombrelli, tenendola su un supporto in ferro battuto senza curarsi del fatto che i nipotini, giocando, potessero danneggiarla.

Gianni Lugarà sarà sentito nuovamente nel prosieguo del dibattimento sulla questione delle scritture private. All’epoca dei fatti ha dichiarato di sapere che Grisafi fosse un conoscente del padre, ma non gli era mai capitato di chiedere a quest’ultimo informazioni sui motivi per i quali, nella palazzina di sua proprietà, ospitavano proprio il dirigente del Comune di Seregno. «Me l’ha chiesto mio padre…».

Interrogato dalla pm, ha risposto di non essersi mai interessato al fatto che Grisafi si stesse occupando proprio della pratica G.A.M.M. Quanto all’anfora, ha dichiarato di non averla mai fatta stimare, e di averla sempre ritenuta priva di valore, a giudicare dal fatto che pure per la madre fosse un «regalo sgradito».

La prossima udienza in calendario è fissata al 12 luglio 2021.

 

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