Seregnopoli, politica asservita alla lobby del mattone?

SPECIALE SEREGNOPOLI/Parte terza. Pratica G.A.M.M.: secondo l’accusa costituiva “variante” al PGT. La questione della presunta irregolarità amministrativa: nel Piano delle Regole inserita una norma ritenuta favorevole agli interessi degli imprenditori edili. L’ex assessore Barbara Milani: «Senza il nuovo Piano delle Regole, la pratica sarebbe passata dal Consiglio comunale».

Seregnopoli, politica asservita alla lobby del mattone?
L'immobile dismesso nell'area ex Dell'Orto, in via Valassina - ph tratta da seregno.tv
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Seregnopoli, politica asservita alla lobby del mattone?

Quindi, il presunto comitato d’affari “P.A.–Impresa” avrebbe colpito ancora? Secondo l’accusa, sì. E non solo favorendo nei modi già visti (cfr. parte seconda) una norma vantaggiosa per i costruttori, Lugarà in testa, ma anche rivestendo (di una parvenza) di legittimità l’iter di approvazione della pratica G.A.M.M.. Con la conseguenza che l’accorpamento della stessa ai lavori della Giunta non risulterebbe prima facie viziato da alcuna irregolarità amministrativa: secondo il Piano delle Regole del Comune di Seregno (approvato con delibera del Consiglio comunale n. 51 del 28 giugno 2014, esecutiva dal 28 gennaio 2015), «i piani attuativi, se conformi alle previsioni degli atti di PGT, sono adottati ed approvati dalla giunta comunale. Qualora il piano attuativo introduca varianti agli atti del PGT (art. 7, co. 6, PDR)», esso deve passare al vaglio del Consiglio comunale.

Nel caso in questione, l’accusa contesta (ebbene sì) che il Piano attuativo di Lugarà si sarebbe dovuto adottare - e approvare - in Consiglio comunale, e non in Giunta, in quanto in variante al PGT e, per giunta, riferito all’intera area: quindi, non solo al fabbricato dismesso ad uso produttivo, ma anche al limitrofo «fabbricato destinato alla residenza e al commercio» e all’adiacente via Dell’Oca, della quale viene attuato un «cambiamento della destinazione», nel PGT «prevista come ad uso pedonale» - così nell’ordinanza di custodia cautelare del gip di Monza Pierangela Renda - e poi «modificata con il Piano attuativo in carrabile per favorire l’accesso ai parcheggi e ai depositi del centro commerciale, nell’esclusivo interesse del privato». Il che avrebbe anche comportato un errore nello scomputo dei costi dell’opera dagli oneri di urbanizzazione primaria, dato che - in sostanza - della modifica apportata alla «pubblica viabilità» avrebbe beneficiato solo il privato (essendo così facilitato con la creazione di una terza corsia l’accesso dei clienti al centro commerciale).

Fin qui siamo d’accordo. Ma, proprio per l’implicito favoritismo al privato cui si presterebbe l’art. 15 del nuovo Piano delle Regole, il consulente tecnico della difesa e (prima ancora) il Tribunale del Riesame - nel provvedimento che ha disposto la revoca delle misure cautelari che lo scrivente ha ricevuto dalle mani dell’avv. Marco Leanza, difensore del funzionario Mauro Facchinetti, responsabile unico del procedimento di adozione della pratica G.A.M.M. - hanno avuto gioco facile nel negare la natura di “variante” al Piano attuativo di Lugarà: la norma svincola la riconversione degli immobili produttivi dismessi in tessuto polifunzionale e/o commerciale da una di per sé liberamente modificabile destinazione d’uso - cosa che la G.A.M.M. intende fare. E fa sì che l’intervento sull’area prescinda dal limite massimo dei due terzi della superficie originaria - proprio ciò che il Piano attuativo prevede.

Quanto poi alla viabilità, l’esigenza pedonale poteva ritenersi assolta - chiosano gli avvocati - anche dal marciapiede (opera di urbanizzazione primaria) appositamente realizzato. Senza peraltro considerare che per tale modifica gli oneri di urbanizzazione connessi al Piano attuativo, in variante o meno al PGT, Lugarà li avrebbe comunque pagati, in denaro o in servizi con conseguente scomputo dei costi dell’opera dagli oneri della medesima. E avrebbe potuto - come di fatto è accaduto - lucrare la differenza tra il versamento dei 800mila euro di oneri con i due milioni che gli rimaneva da incassare (oltre ai 500mila già versati in base al preliminare) dalla iN’s Supermercati per la vendita dell’area.

È pur vero che, se la pratica non fosse passata, il contratto preliminare tra G.A.M.M. e iN’s si sarebbe risolto, il che fa pensare che un imprenditore tutt’altro che sprovveduto come Lugarà si fosse premunito anche contro una simile evenienza - anche in tal senso deve intendersi la fideiussione bancaria rilasciata dalla G.A.M.M. a garanzia in caso di mancato avveramento delle condizioni di vendita. Ma, d’altro lato, il pressing delle telefonate all’amico consigliere Stefano Gatti (FI) nei giorni antecedenti l’adozione del piano in Giunta il 30 luglio 2015 («la prima pratica che doveva andare dopo la campagna elettorale era la mia… la prima… è sei mesi che siamo in ballo… sei mesi… mi dispiace io purtroppo devo adesso… io non voglio essere preso in giro… altro che mi dicono se era di Schiatti sarebbe già passata… giustificatelo alla Procura della Repubblica, cosa vuoi che dica… io faccio un casino che (inc)») e le puntuali visite nella saletta riunioni del Comune, durante le quali anche dopo l’approvazione del piano Lugarà lamentava la lentezza con cui si era provveduto alla sua pratica («in via Milano va in Giunta e la pubblica il giorno dopo! Invece il mio va in Giunta dopo tre anni! Lo pubblicano un mese e mezzo dopo… perché c’è Giussani!»), suggeriscono, forse, che a percorrere “quella” via l’imprenditore abbia avuto un particolare interesse.

Lui come tanti, del resto. Le solite lobby del mattone e aggregati di potere economico che, nell’edilizia come in altri campi, fanno tutt’uno con quel sistema che - lo dimostrano le numerose inchieste sul fenomeno mafioso succedutesi negli anni in Brianza - vede le organizzazioni criminali gestire in consorzio i propri affari o estendere su porzioni sempre più vaste di territorio il proprio controllo.

E, in questo quadro, la connivenza, se non talvolta la corruttela, e quindi l’asservimento, di amministratori locali ed altri pubblici ufficiali (salva, ovviamente, la perennemente sacrosanta presunzione d’innocenza) gioca un ruolo fondamentale, anche nell’assicurare, attraverso un sodalizio omertoso, la complessiva impunità del gruppo. Al punto che qualunque forma di dissenso legittimo o di deviazione altrimenti illegittima da questo indirizzo asseritamente criminale è destinata ad un unico epilogo: l’isolamento, il discredito, il ricatto morale, l’allontanamento dal potere del singolo dissenziente o agente deviato. O anche il semplice silenzio.

Fra l'altro, la Prefettura di Monza e Brianza ha rigettato, tra aprile 2019 e novembre 2020 due istanze di ostensione della relazione conclusiva della Commissione d’indagine (istituita, dopo le dimissioni ‘di massa’ del Consiglio comunale seregnese nel settembre 2017, su delega dell’allora ministro dell’Interno Marco Minniti e presieduta da Antonio Cananà), istanze presentate la prima dal Comune di Seregno e la seconda dal giornalista Marco Fraceti - come abbiamo da lui stesso appreso.

Il motivo? L'asserita "riservatezza" dei documenti custoditi e l'irrinunciabile esigenza di "tutela di interessi pubblici", tali da "inibire alla radice l'istanza di trasparenza". Il tutto dopo che l'insussistenza di infiltrazioni mafiose - e la conseguente carenza dei presupposti per lo scioglimento del Consiglio comunale ex art. 143 del Testo unico degli enti locali - era stata già accertata con decreto del 10 maggio 2018, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 23 maggio successivo, nel pieno della campagna elettorale per le comunali che avrebbe visto il candidato sindaco Alberto Rossi (centrosinistra) trionfare al ballottaggio sulla sfidante Ilaria Cerqua (centrodestra); decreto peraltro comunicato alla città solo il 28 marzo 2019.

Ma torniamo alla questione dei dissenzienti/agenti deviati. A “far fuori” - in termini burocratico legali - il dirigente all’ufficio tecnico edilizia privata Calogero Grisafi ci pensa da sindaco (ancora per poco) Giacinto Mariani. È il 13 maggio 2015 quando si reca in Procura per formalizzare un esposto contro presunte «condotte censurabili» del dirigente Grisafi. Nella specie, il rilascio di due autorizzazioni per l’esercizio di attività commerciali in aree destinate ad uso diverso, che - per Mariani - avrebbe barattato con qualche regalia. Dal vizio del gioco all’appetito per le donne dell’Est, la figura di Grisafi è scandagliata a fondo dagli inquirenti, anche dopo le dichiarazioni rese ai carabinieri dall’ex moglie Maria Giuseppa Cartia il 15 giugno 2015, preoccupata a suo dire per l’abitudine dell’uomo a «prendere tangenti» - e i rapporti tra Grisafi e l'imprenditore Giorgio Vendraminetto parrebbero, secondo l'accusa di Seregno-2, deporre in tal senso.

Trent’anni di carriera nell’amministrazione comunale (dal ’97 dirigente dell’ufficio tecnico area territorio), già in passato si era rivelato tuttavia una sorta di “variabile impazzita”, finendo per scontrarsi più volte con Mariani, che nel 2005 lo licenziò. Fu poi reintegrato nel posto di lavoro e risarcito dal Comune su disposizione del Tribunale, al quale aveva fatto ricorso. Esaurita questa via, a Mariani non restava che il penale. Anche solo come grimaldello - forse - per dissuadere il dirigente dal "bloccare", col suo diniego, l'iter di certe pratiche. Peccato che, all’esito degli accertamenti, Mariani stesso sarebbe finito implicato per abuso d’ufficio insieme ad altri imputati nel processo di cui stiamo trattando e per corruzione in Seregnopoli 2. Quanto a Grisafi, il disonore e la delegittimazione che si riversano su di lui (già affetto da depressione) sono tali da indurlo all’estremo gesto. Il 23 settembre 2015 viene trovato morto nell’appartamento datogli in uso da Lugarà (per questo accusato di corruzione) a Seveso: accanto a lui, vari contenitori di psicofarmaci.

Abbiamo tentato a più riprese di contattare la vedova di Grisafi, Maria Giuseppa Cartia, al suo studio di architettura, ma siamo sempre incappati nella segreteria telefonica.

Saremmo stati interessati ad apprendere il suo pensiero su questa drammatica vicenda. Da un verbale del 5 maggio 2015 della commissione consiliare territorio risulta che il suo ex marito, all'epoca dirigente, si sia confrontato con alcuni politici e tecnici proprio sulla questione dell'interpretazione dell'art. 15 del Pgt.

A Mariani, per contro, resterà in pugno ancora per un po’ il coacervo di potere di quel “gruppo di comando” di cui - stando ad alcuni dialoghi intercettati - sarebbe stato a capo, e che l’incontrollabile devianza di Grisafi aveva rischiato più volte di minare. Ciò dopo che il sindaco Mazza in una conversazione intercettata il 22 giugno 2015 nel Mimo’s Bar con Lugarà sr. e jr. aveva suggerito ai due di liberarsi di un personaggio evidentemente sfuggito anche al loro controllo: «levatelo dai coglioni, ascolta me… non ci siamo mai visti… eh, però levatevelo… Per voi ve lo dico, perché ormai lo sanno tutti che è su da voi ad abitare». 

Non diverso trattamento è riservato ai fenomeni di dissenso politico. La spaccatura nel partito di maggioranza in Giunta si apre il 30 maggio 2017, quando l’assessore alla Pianificazione Territoriale e all’Edilizia Privata al Comune di Seregno Barbara Milani rassegna le proprie dimissioni, all’indomani di quelle di Davide Vismara (che abbiamo intervistato) da segretario di sezione della Lega. Seguiranno, dopo una settimana, le dimissioni di due consiglieri comunali leghisti: Alberto Cantù e Alberto Peruffo. Il motivo è facilmente intuibile: Mariani e i suoi dominano sempre di più la scena facendo gli interessi dei gruppi immobiliari locali - questo sempre secondo i pm, anche alla luce dei fatti di Seregnopoli 2 - e dando filo da torcere a tutti quanti (al fin dei conti, la maggioranza dei consiglieri) si oppongano. A Seregno non si fa altro che costruire, anche se ci sono oltre mille appartamenti rimasti invenduti: lo dirà Alberto Cantù, in un’intervista a Seregno.tv, aggiungendo anche - in tono apparentemente scherzoso - di aver subito “pressioni”.

Ma la vera denuncia nei confronti di “quel” sistema proviene dalla lettera di dimissioni che la Milani indirizza al sindaco Mazza: «Devo, mio malgrado, prendere atto di un evidente scollamento tra i principi fondanti il movimento (…) e il sentire politico ravvisato dai colleghi di questa maggioranza» scrive l’ex assessore Milani. «Con l’impegno e la dedizione che una città come Seregno, a mio avviso, merita, ho continuato indefessamente ad applicare le linee guida del movimento “Lega Nord” consapevole degli scontri, delle pressioni e dell’isolamento a cui sarei andata inesorabilmente incontro».

«È evidente - continua la Milani - che favorire pedissequamente le istanze di nuovi insediamenti di grande distribuzione commerciale è atteggiamento contrario alle linee guida impartite dal movimento Lega Nord. Salvaguardare il verde, che sia di Plis, di cintura o di cuscinetto, dovrebbe essere per sé un valore inestimabile. La mancata cooperazione nel processo di revisione generale al Pgt ha di fatto congelato la possibilità di intervenire su alcuni aspetti nodali, che continuano ad offrire il fianco a letture distorte ed alterate, prima tra tutte la tematica della riconversione degli edifici produttivi dismessi, che in assenza di freni, potrebbe condurre ad un impoverimento irreversibile dell’intero tessuto produttivo cittadino».

«Favorire pedissequamente le istanze di nuovi insediamenti di grande distribuzione commerciale»: è evidente a cosa si alluda. Barbara Milani è avvocato e giornalista pubblicista, nominata assessore all’Urbanistica nella Giunta del sindaco Mazza nonostante la sua scarsa esperienza in materia. Qualcosa però non è andato secondo i piani: forse, si è scoperto che la Milani è un osso duro. Come ha dichiarato a WordNews l’ex segretario leghista Davide Vismara, «abbiamo deciso di prendere le distanze da un qualcosa che non era chiaro». Né del resto la Milani è mai ceduta alle pressioni di Mariani e Mazza dirette a sollecitarla - secondo l’accusa - a dare priorità a questa o quella pratica amministrativa (così come allo stesso Piano G.A.M.M.). Al contrario, ha preferito collaborare con gli inquirenti per denunciare le “anomalie” nell’iter di quelle pratiche.

Già nelle dichiarazioni rese in data 2 marzo - come risultanti dal verbale di sommarie informazioni - la Milani non nascondeva il suo dissenso nei confronti dell’amministrazione comunale. Sottolineando come la pratica di Lugarà godesse di «una sorta di corsia preferenziale», data la celerità che nell’amministrazione si sarebbe inteso imprimere alla sua approvazione. E dichiarando - si legge nel provvedimento di revoca delle misure emesso dal Tribunale del Riesame il 17 novembre 2017: «s’intendeva superare qualsiasi difficoltà per arrivare alla conclusione della pratica». Ma anche: «Non so quali rapporti intrattenesse Lugarà con Mazza e Mariani, so che c’erano stati degli articoli di giornale in cui il Lugarà era ritratto insieme a Mazza nel corso della campagna elettorale».

Sentita in aula come teste dell’accusa nell’udienza del 23 novembre 2020, avrebbe però dichiarato: «Un paio di giorni dopo il mio insediamento Lugarà si è seduto di fronte a me alla scrivania in ufficio dicendomi che dovevo subito vidimare la pratica (…). In successive riunioni Lugarà ha prospettato la necessità di un iter veloce perché doveva procedere con il rogito»; «Grisafi mi inseguiva nei corridoi, mi diceva “stai tranquilla, è tutto a posto, firma e porta in Giunta”, mi metteva sotto pressione, mentre per me era una materia nuova».

Per quanto riguarda l’iter seguito nel corso della pratica, la Milani ha affermato - sempre dal verbale di sommarie informazioni: «Se l’art. 15 del PDR non fosse stato modificato come in effetti lo è stato, la pratica sarebbe dovuta senza dubbio passare in Consiglio comunale con inevitabili lungaggini nel procedimento, dovute anche al necessario confronto prima della riunione consiliare con tutti i consiglieri…». La donna - lo si evince anche dalla sua lettera di dimissioni - non è mai stata d’accordo con la modifica dell’art. 15, perché era chiaro che la norma lasciava «un amplissimo margine di manovra al privato».

Idee sgradite, che in Giunta cominciavano ad apparire ingombranti. La sua sorte - politicamente parlando - era ormai già scritta.

 

3.continua

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