Seregnopoli, quando a governare erano gli ‘amici’ del calabrese Lugarà

SEREGNO. Prosegue il processo per corruzione che sta svelando la trama di rapporti che si presume leghino l’ex sindaco Edoardo Mazza al costruttore Antonino Lugarà. Al centro, una concessione edilizia forse scambiata per un pacchetto di voti alle elezioni del 2015. Ma anche altri ‘favori’, usura e soffiate sulle indagini in corso.

Seregnopoli, quando a governare erano gli ‘amici’ del calabrese Lugarà
L'ex sindaco di Seregno Edoardo Mazza, insieme al suo legale Antonino De Benedetti, all'uscita dal Tribunale di Monza - foto tratta da ilgiorno.it

Due anni di interminabili udienze e una città stravolta. Nel processo ‘Seregnopoli’ c’è molto di più della proverbiale goccia che fa traboccare il vaso. Ci sono reti di rapporti rimaste per anni sottotraccia, che vengono ora portate alla luce attraverso esami e controesami di testimoni, deposizioni ed altri elementi di prova, in un dibattimento che si presenta indubbiamente come uno dei più travagliati degli ultimi tempi.

Quindici indagati, tutti rinviati a giudizio per altrettanti capi d’accusa.

Siamo a dicembre 2018. Edoardo Mazza, ex sindaco di Seregno, eletto nelle liste di centrodestra alle amministrative di tre anni prima, è fra i principali imputati. Agli arresti domiciliari dal 26 settembre al 30 ottobre 2017, è accusato di corruzione urbanistica per aver favorito il costruttore calabrese Antonino Lugarà nel corso dell’approvazione del piano attuativo per un intervento su un immobile industriale dismesso, ovvero l’ex rimessa per autobus Dell’Orto in via Valassina 38-40. In cambio - si legge nell'ordinanza applicativa di misure cautelari del 7 settembre 2017 a firma del gip di Monza Pierangela Rendaavrebbe ricevuto da Lugarà «la disponibilità e l’impegno a procurare consenso elettorale e appoggio politico» in occasione delle comunali del maggio-giugno 2015, nelle quali Mazza vinse al ballottaggio con il 53,65% dei voti contro il candidato di centrosinistra William Viganò. Un appoggio a cui il costruttore avrebbe provveduto «procurando numerosi voti, organizzando eventi conviviali (come quello al bar del pregiudicato Antonino Tripodi, rimasto coinvolto 5 anni prima nell’inchiesta Infinito e poi condannato per detenzione di armi, ndr) nonché assicurando l’appoggio di Mantovani Mario (non imputato, ndr)», all'epoca assessore alla Sanità e vicepresidente della Giunta Maroni.

L’inchiesta nasce da un esposto presentato in procura il 13 maggio 2015 contro il dirigente comunale Calogero Grisafi dall’allora sindaco Giacinto Mariani (Lega Nord), che sarà poi imputato in Seregnopoli per abuso d’ufficio in concorso con l’ex consigliere comunale Stefano Gatti (FI), considerato l’uomo di fiducia di Lugarà in quanto - sempre secondo il gip che ha firmato l’ordinanza di arresto - ‘prestanome’ in svariate società riconducibili a quest’ultimo.

Già in passato Grisafi ha avuto degli screzi con Mariani, che lo aveva licenziato, poi reintegrato, quindi attenzionato anche tramite ispezioni ordinate dalla GdF. Stavolta gli inquirenti vengono sollecitati a indagare sulle anomalie connesse al rilascio di due autorizzazioni di attività commerciali (si trattava di un supermercato e di un negozio di abbigliamento) in aree urbane destinate ad uso diverso.

Grisafi morirà suicida il 23 settembre 2015 in uno degli appartamenti fra Inverigo e Seveso che gli avrebbe dato in uso lo stesso Lugarà in cambio - scrivono gli inquirenti - di “un’occhio di riguardo” in Comune. Ragion per cui sull’imprenditore edile pende anche l’accusa di corruzione. Tre mesi prima, il 15 giugno 2015, l’ex moglie di Grisafi Giuseppa Cartia (la stessa che in un’intercettazione ha definito Mazza “una pedina in mano a Mariani”) ne aveva denunciato ai Carabinieri il vizio di “prendere tangenti”.

A partire da questo filone, i pm di Monza Salvatore Bellomo e Giulia Rizzo, titolari dell'inchiesta, hanno ricostruito la trama di relazioni che lega Lugarà al mondo politico e istituzionale, svelando inoltre pesanti addentellati con esponenti di spicco della locale di ‘ndrangheta di Mariano Comense, come Carmelo Mallimaci e Fortunato Calabrò. Relazioni ricostruite nel dettaglio dal maresciallo maggiore dei Carabinieri Luigi Maci nel corso delle quattro ore di udienza dibattimentale del 28 ottobre 2019. Non indifferenti neanche i presunti rapporti con Edoardo Mazza, cui è contestato pure il reato di abuso d’ufficio per aver designato, su richiesta di Lugarà e di Gatti, Francesco Motolese (assolto in abbreviato insieme all’ex assessore a Protezione civile e servizi demografici Gianfranco Ciafrone l’11 ottobre 2019) alla carica di segretario comunale.

Ma il punto di partenza è forse da rintracciarsi nel 20 dicembre 2012. A questa data - ha dimostrato il maresciallo del nucleo investigativo dei Carabinieri di Desio Antonio Fornaro nell’udienza del 25 novembre 2019 - risale la stipula di un preliminare di vendita tra la G.A.M.M. Srl di proprietà di Giuseppina Linati (socio all'82,5%), moglie di Lugarà, e della figlia Annalisa Lugarà, e la società iN’s Mercato. Oggetto: una porzione della zona dell’ex rimessa per autobus Dell’Orto, di proprietà esclusiva della G.A.M.M. dal 2008, che Lugarà vuole trasformare in un centro commerciale. Unica condizione cui si subordina la firma dell’accordo finale: la conversione della destinazione d’uso dell’area. Questa infatti - secondo quanto riscontrato dal consulente tecnico dell’accusa Giacinto Rimoldi nell’udienza del 20 giugno 2020 - appartiene alle “zone di micro-tessuto produttivo”, sulle quali il Piano regolatore del Comune “non ammette interventi di tipo commerciale superiori a 1'500 metri quadrati di superficie di vendita”, laddove l’immobile in questione ne occupa 5mila. Occorre dunque presentare in Comune un Piano attuativo che ne consenta lo sfruttamento a questi fini.

Ed è qui che s’innestano - secondo l’accusa - i tanti, frazionati apporti che funzionari comunali, ora imputati, avrebbero dato per sveltire l’iter burocratico: si tratta di Antonella Cazorzi, Mauro Facchinetti, Franco Greco, Biagio Milione, Carlo Santambrogio.

All’epoca Edoardo Mazza è assessore all’Urbanistica. La richiesta di approvazione del Piano attuativo viene presentata da Lugarà più di due anni dopo, il 17 marzo 2015, ritoccata a più riprese nel mese di maggio. L’ultima modifica della richiesta risale a metà luglio. Mazza nel frattempo è diventato sindaco, e Mariani il suo vice. Il Piano attuativo viene adottato appena due settimane dopo, con deliberazione della Giunta comunale n. 147 del 30 luglio 2015. In esso si prevede “la riconversione funzionale degli immobili produttivi dismessi posti nel micro-tessuto produttivo ai sensi dell’art. 15 del Piano delle Regole, la demolizione dell’edificio residenziale direzionale prospettante su via Valassina posto nel micro tessuto polifunzionale e la cessione delle aree interessate dalla previsione di ampliamento di via Valassina”. Com’è stato possibile? Dalla consulenza tecnica dello scorso 20 giugno è emerso che “è stato modificato un articolo che ha reso possibile la trasformazione della destinazione d’uso con potere edificatorio più ampio. E anche la possibilità di monetizzare gli oneri di urbanizzazione destinati al Comune invece di cedere una parte dell’area”. Il principio, dunque, è non cedere nulla. Si paga, ma almeno si tiene tutto.

Ma è proprio questo esborso che la difesa ha denunciato quale indice del maggior svantaggio per Lugarà del Piano attuativo approvato in data 20 ottobre 2015, con delibera di Giunta n. 200, rispetto a quello adottato. Senza però tenere conto del fatto che Lugarà avrebbe ammortizzato i costi col perfezionamento della vendita alla iN’s Supermercati e che, in ogni caso, il Piano attuativo - a giudizio del consulente tecnico Rimoldi, che conferma quanto già dichiarato dal luogotenente del nucleo investigativo dei Carabinieri di Desio Giovanni Azzaro nell’udienza del 18 novembre 2019 - si sarebbe dovuto bensì adottare con una delibera del Consiglio comunale, e non della Giunta, in quanto “in variante al Piano regolatore”.

Altro reato che si contesta a Lugarà è la presunta usura perpetrata in concorso con l’assessore regionale Massimo Ponzoni (PdL) a danno di Luciano Mega, imprenditore di Vanzago (Milano). Nell’udienza tenuta il 13 giugno scorso, Mega ha testimoniato di essere entrato in affari con Lugarà e Ponzoni per avviare un’attività di importazione di marmo da una cava in Tunisia, servendosi delle compagne di Ponzoni e Mega, nonché della società Briantea riconducibile allo stesso Lugarà, come soci di diritto. A fronte di difficoltà economiche legate alla gestione di due ristoranti (e ad un suo socio indagato dall’Antimafia), Mega avrebbe chiesto e ottenuto da Lugarà, tramite Ponzoni, un prestito di 100mila euro, di cui il 10% trattenuto dallo stesso Ponzoni.

Il pagamento si perfeziona in territorio francese il 19 febbraio 2014. Il patto prevede però che Mega ne restituisca 130mila in 3 mesi. Nel termine previsto, vengono fatti avere a Lugarà 30mila franchi svizzeri - con la causale di compenso per una procura nella vendita di un immobile in Svizzera - oltre ad un immobile di proprietà di Mega, sito ad Alezio (Lecce), praticamente svenduto al figlio di Lugarà per 80mila euro (a fronte di un valore originario di 200mila) che ha incassato dalla sua rivendita 140mila euro. Mega ha dichiarato di non aver ricevuto alcuna minaccia, ma che Lugarà “incuteva timore”, mentre Ponzoni avrebbe fatto pressioni per indurlo a “chiudere l’operazione”. Di usura è accusato anche Angelo Bombara, calabrese di Cesano Maderno, in merito a un prestito di 57mila euro concesso a una ristoratrice.

Deve rispondere invece di rivelazione di segreto d’ufficio il funzionario Giuseppe Carello, addetto all’ufficio smistamento delle notizie di reato. Secondo l’accusa, che porta a sostegno le intercettazioni fornite dal luogotenente Azzaro (udienza del 18 novembre 2019), sarebbe lui la ‘manina’ di Lugarà all’interno della procura.

Il 1° febbraio 2015 Lugarà lo chiama, per avere informazioni su un esposto. Carello, per tutta risposta, gli suggerisce la chiave di ricerca della banca dati del Comune di Seregno. Appena Lugarà si rende conto dell’esistenza di un’indagine a carico dei componenti della Giunta e dei dirigenti comunali, non esita ad avvisare i suoi ‘amici’. Informa i vari Grisafi, Greco, Santambrogio. Incontra personalmente Ciafrone nel suo ufficio, il quale si dice stupito che non sia coinvolto anche Mariani. Intanto chiede conferma a Carello sul fatto che l’imprenditore Emilio Giussani non sia iscritto nel registro degli indagati.

E come se non bastasse, la presenza del costruttore calabrese si sarebbe insinuata anche nell’ufficio esecuzioni del Tribunale di Monza. Sull’ex dirigente Vincenzo Corso grava l’accusa di aver ritardato, su richiesta di Lugarà, il procedimento di sfratto da un’abitazione in uso alla moglie di Massimo Ponzoni. Se non altro, ad accusa e difesa è data ampia materia di cui contendere.