«Sistema Seregno». Parla Monica Forte (Antimafia): «Bisogna recuperare il senso etico della funzione pubblica»

ANTIMAFIA IN BRIANZA. «Senza la corruzione che garantisce professionalità specifiche e ruoli centrali nelle istituzioni, le mafie potrebbero fare ben poco. Seregno è un caso di scuola: alle mafie servono un’impresa e contatti all’interno della P.A.» La politica? «Dev’essere la prima a dare l’esempio: la mafia si sconfigge facendo rete con la società civile e colmando gli spazi critici nelle norme».

«Sistema Seregno». Parla Monica Forte (Antimafia): «Bisogna recuperare il senso etico della funzione pubblica»
La Presidente della commissione Antimafia della Regione Lombardia, Monica Forte

Nell'esplorare il quadro della vicenda Seregnopoli (e inchieste correlate), si è reso necessario sondare anche l'opinione che ne avesse il mondo istituzionale. Lo abbiamo fatto contattando la consigliera regionale Monica Forte (M5S), presidente della commissione Antimafia della Regione Lombardia, al fine di raccogliere il suo punto di vista e cercare di comprendere, nei limiti del possibile, come interpretare lo spaccato che sta emergendo dai fatti di Seregno.

Che idea si è fatta della dinamica che avrebbe visto in Seregno-1 la società G.A.M.M. (ma anche altre imprese del settore immobiliare) condizionare gli addetti ai lavori dell’amministrazione comunale, al punto che viene contestato dall’accusa il fatto che una norma del nuovo PGT, entrato in vigore nel giugno 2014, sarebbe stata introdotta proprio per favorire gli interessi di Lugarà (al pari di quelli di altri costruttori)?

«Il caso di Seregno non è di certo un caso isolato. Come in molti altri episodi verificatisi nel nostro territorio regionale, esso dimostra e cristallizza una volta di più almeno due dati: da una parte, la centralità dell’impresa che viene collusa, o costretta in qualche maniera a cedere, nelle strategie relazionali di conquista delle organizzazioni mafiose; dall’altra, la necessità per queste ultime di avere contestualmente anche delle relazioni forti all’interno della amministrazione pubblica e non solo. Questo perché - dev’essere chiaro - le mafie, senza lo strumento della corruzione, che consente loro di avere tutta una serie di professionalità specifiche e ruoli essenziali nelle istituzioni, potrebbero fare ben poco. Quando si parla della “mafia dei colletti bianchi” ci si riferisce a una mafia che, oggi più mai, si muove negli ambienti dell’alta finanza o degli investimenti sul territorio nazionale e internazionale, ma che per fare questo ha bisogno di professionalità esterne, la cosiddetta “area grigia”: cioè a dire di ruoli centrali all’interno delle istituzioni, come possono essere l’amministrazione locale, l’assessorato all’urbanistica, ma anche il sindaco o un dirigente comunale. E come possono essere - secondo quanto la stessa indagine sta mettendo in evidenza - figure operanti all’interno delle Procure della Repubblica, che quindi sono in grado di fornire in anticipo una serie di informazioni. E tutti questi ruoli centrali e professionalità esterne, le mafie li ottengono tramite lo strumento della corruzione.»

Si è ipotizzata una corruzione urbanistico-elettorale.

«Difatti, ormai ci troviamo sempre meno di fronte a una corruzione vecchio stampo, con le classiche valigette piene di soldi, bensì a forme di corruzione molto diverse: che si tratti di soldi, lavori, posti di lavoro per figli e parenti, o che si tratti di uno scambio di voti politico-mafioso, sempre di corruzione si tratta. E cioè della disponibilità di certi soggetti di offrire determinati servizi in cambio di qualcos’altro. Cosa che diviene ancora più grave quando si tratta di persone che svolgono un ruolo pubblico, e che quindi dovrebbe avere come proprio obiettivo esclusivamente l’interesse collettivo, e non interessi terzi. Quindi, questi sono alcuni degli elementi strategici delle organizzazioni criminali, che hanno come obiettivo la conquista del potere e il controllo del territorio

In che modo le organizzazioni mafiose si sono radicate in un territorio come quello della Brianza?

«Da sempre qui le mafie conquistano il territorio attraverso, ad esempio, l’acquisizione di imprese legali: un tema emergente, in Brianza, dove il tasso di imprenditorialità - soprattutto micro, piccola e media - è molto alto, e quindi le mafie possono attecchire facilmente. Ma è un tema che sta diventando particolarmente urgente in questo periodo di crisi economica durante l’emergenza sanitaria, che sta determinando così tante fragilità da creare un terreno incredibilmente fertile per le mafie. Lei comprenderà bene che casi come quello di Seregno dovrebbero essere un momento di riflessione profonda per comprendere il metodo e le dinamiche che interessano la criminalità organizzataSoltanto dalla conoscenza di questo metodo, e delle strategie che loro mettono in atto, noi possiamo comprendere come si muovono, quali strumenti utilizzano, quali modalità di avvicinamento adottano, così da riconoscerne i segnali e poterle contrastare

Leggendo le carte del processo ci si imbatte in un soggetto come Lugarà. Alla luce delle intercettazioni si intravedono dei rapporti, per il tramite del cugino Carmelo Mallimaci, con esponenti della ‘ndrangheta di Mariano Comense. Lo stesso - secondo i magistrati - sembra non abbia esitato a sollecitare - in occasione della controversia relativa a un quadro datogli in pegno a garanzia di un debito - il ricorso ai sistemi di violenza propri del clan Morabito, che hanno fatto il bello e il cattivo tempo a Cantù. Dove, peraltro, è in corso un processo che ha già prodotto diverse condanne - confermate anche in appello - per associazione mafiosa o con l’aggravante del 416-bis.1.

Gli stessi magistrati della Dda, in primis la Dott.ssa Alessandra Dolci, avevano definito Lugarà il “capitale sociale” della ‘ndrangheta. Eppure, tutta questa mole di conoscenza sul fenomeno non si è tradotta finora in un capo d’accusa. Come se lo spiega?

«Lei ha citato giustamente il caso di Cantù. Deve sapere che da quando sono stata nominata Presidente di questa commissione in Regione Lombardia, uno dei compiti che mi sono data, e che la commissione ha condiviso pienamente, è di seguire per quanto possibile i processi per mafia che si tengono sul nostro territorio regionale. Lo scopo inizialmente è stato, indubbiamente, quello di manifestare vicinanza istituzionale non soltanto ai pm e ai presidenti dei Tribunali ma anche ai vari testimoni, perché proprio questi ultimi durante le udienze subivano di solito una certa forma di intimidazione. C’era infatti una massiccia presenza di parenti degli imputati nel pubblico che assisteva alle udienze, che era quindi una presenza molto invadente, rumorosa, e che perpetrava nell’aula giudiziaria quello stesso atteggiamento minaccioso e intimidatorio che in realtà aveva anche fuori.

Partecipare a queste udienze mi ha consentito di comprendere bene quanto sia complesso dimostrare l’appartenenza a un’associazione di tipo mafioso o il concorso esterno in associazione di tipo mafioso.

Dimostrare questo reato, che si radica sui principi come l’assoggettamento, l’intimidazione, l’omertà ecc., e vedere i pm lavorare per tentare di raccogliere elementi di prova, è un compito estremamente complesso. E molto spesso ci si trova di fronte alla straordinaria attività degli avvocati difensori degli imputati, che conoscono altrettanto bene la norma, e lavorano sempre per far sì che si stia sempre sul filo del rasoio. Quindi i pm sono posti di fronte a un compito veramente arduo, perché devono dimostrare non soltanto la collusione o anche la partecipazione attiva del soggetto, ma anche tutto il contesto in cui si muove. Bisogna riuscire a provare che nell’ambiente in cui il soggetto si è mosso è evidente, senza alcuna ombra di dubbio, che ci si trovi nella circostanza di un’associazione a delinquere di stampo mafioso. La partecipazione alle udienze per il momento non è più possibile come prima, perché le hanno quasi tutte sospese causa Covid, o comunque hanno previsto una fortissima limitazione della presenza fisica. Comunque io voglio cogliere l’occasione di questa intervista per invitare cittadini o giornalisti che parlano di questi temi, così come le associazioni che se ne occupano, a partecipare. Perché, oltre ad avere una valenza estremamente simbolica, è qualcosa di incredibilmente formativo.»

Proprio riguardo al tema della formazione di amministratori e funzionari pubblici, costruttori come Lugarà si sono mostrati molto invasivi nei lavori della Giunta seregnese. Le indagini di Seregno-2 stanno portando alla luce (come affermano i magistrati) un sistema di "scambi di favori" tra imprenditori, da una parte, e politici e dirigenti, dall'altra? Com’è possibile arginare fenomeni di questo tipo ed evitare che gli interessi del privato vengano anteposti al bene collettivo?

«Questo, potremmo dire, è il tema cruciale. Nel senso che bisogna muoversi su vari livelli. Intanto, se parliamo di amministrazioni pubbliche, è assolutamente necessaria la conoscenza del fenomeno, la consapevolezza del fenomeno all’interno del proprio territorio, e quindi capire chi sono questi soggetti, a che attività - illecite e non - sono dediti, come si muovono, che tipo di contatti hanno, anche con i territori limitrofi. Poi, a fianco a questo, bisogna fare una formazione rivolta tanto agli amministratori pubblici quanto ai dipendenti sull’etica della funzione pubblica. Perché è estremamente importante che chi rivesta un ruolo pubblico, dall’usciere all’amministratore, passando attraverso tutta la dirigenza, decida bene e abbia una chiara percezione del suo ruolo in quel contesto. Se io sono un semplice funzionario pubblico senza responsabilità di tipo dirigenziale, ma mi passa sotto il naso una carta o un’informazione o qualcosa che mi solleva un dubbio o un sospetto, in quel momento sento il dovere di rappresentare il dubbio a qualcuno, per esempio a un superiore, oppure ritengo che tutto sommato non sia responsabilità mia, quindi faccio finta di niente e passo avanti? È qui che bisogna lavorare, perché è un momento cruciale del ruolo pubblico. Se noi saremo in grado di costruire una classe di amministratori e dirigenti pubblici capaci di recuperare le carenze d’informazione sulle dinamiche del fenomeno mafioso, ma anche il senso etico del proprio ruolo, credo che avremo fatto un ottimo lavoro. E a quel punto le mafie, a parte quei fenomeni sporadici che ahimè sopravvivono sempre, avranno grosse difficoltà a trovare quei soggetti che - come dicevamo sopra - sono in grado di fornire loro le necessarie professionalità.»

Le mafie hanno bisogno, per sopravvivere, degli strumenti dell’economia legale, perché essi agevolano in modo considerevole il loro ruolo. È così?

«Altroché! Il caso di Seregno è, per così dire, un caso di scuola. Prendendo ad esempio proprio il settore del movimento terra, e quindi anche degli appalti pubblici, di che cosa hanno bisogno le mafie per fare il proprio affare? Anzitutto, di un’impresa, e quindi la trovano attraverso un imprenditore colluso o disponibile oppure attraverso la violenza, e quindi attraverso strumenti come l’usura, le minacce, l’intimidazione… insomma, in un modo o nell’altro hanno bisogno di un’impresa che sia apparentemente legale, ecco perché spesso lasciano il titolare al proprio posto, perché serve questa legalità di facciata. Poi hanno bisogno di qualcuno, all’interno dell’amministrazione pubblica, che consenta loro di accedere all’appalto. Anche qui i metodi sono tra i più svariati: se ho un buon contatto riesco a farmi costruire un appalto con caratteristiche tali per cui si sposa alle mie esigenze, oppure attendo che l’appalto sia assegnato e poi vado dalla ditta che si è aggiudicata l’appalto e la costringo a subappaltarmi parte dei lavori o ad acquistare i mezzi da me. Comunque, hanno bisogno di un contatto. In questo caso - pare - avevano pure un infiltrato nella Procura della Repubblica di Monza, che addirittura rivelava l’esistenza di indagini in corso su componenti e dirigenti della Giunta, e questo soggetto avrebbe potuto quindi fare gli aggiustamenti a seconda di come le indagini evolvevano.»

Come le sembra abbia reagito finora la comunità? C'è interesse per il processo in corso o domina la più totale indifferenza?

«Anche qui bisogna fare un discorso molto ampio. Non credo che domini la più totale indifferenza: il fatto che ne stiamo parlando lei ed io, denota che c’è qualcuno che si sta interessando del processo. Lei nel suo ruolo, qualche cittadino probabilmente nel proprio, io nel mio… Insomma, i soggetti ci sono. È anche vero che negli ultimi dieci anni in Lombardia si sono fatti moltissimi passi avanti in termini di consapevolezza. Non entro nel merito del lavoro che sta facendo la magistratura, perché quello lo hanno sempre fatto. Il problema semmai è sempre stato circa il grado di consapevolezza della cittadinanza, ma anche delle istituzioni e della politica. Le associazioni sono cresciute nel frattempo, si sono date molto da fare. È chiaro che io posso permettermi in qualità di istituzione e persona politica di fare un appello ai cittadini, invitandoli - come ho fatto dianzi - a partecipare ai processi per mafia in corso, a patto che io per prima mi esponga su questi temi. In questo le istituzioni e la politica hanno un ruolo fondamentale, perché possono e devono diventare un modello di riferimento. Non solo nel parlare apertamente di questi temi alla propria cittadinanza, nell’esporsi, nel fare attività concreta di contrasto alle mafie e di prevenzione e di diffusione della legalità. Ma anche nel riconoscere che nel proprio territorio questo ruolo non c’è. E parlarne apertamente. La politica di ogni territorio deve parlare ad alta voce di questi temi, deve fare rete e squadra con le associazioni, con i giornalisti, con le forze dell’ordine, con le istituzioni locali, con i cittadini tutti, con le scuole, ecc. Cioè, è così che si affronta la mafia! L’idea che ognuno di noi, fatto il proprio nel proprio piccolo, abbia esaurito il proprio compito, non è sufficiente. È già tanto, ma non è sufficiente. Occorre anche costruire delle solide “alleanze civili”: chi ha un ruolo di rappresentanza, o di dirigenza, deve per primo dare l’esempio, e trascinare poi dietro di sé tutto il resto. Politica e istituzioni devono prendersi un grosso pezzo di responsabilità, in questo.»

Un tema discusso nel processo è quello della legittimità o meno della pratica di Lugarà, perché, secondo il consulente tecnico dell’accusa, la pratica sarebbe dovuta passare per il Consiglio comunale, e non per la Giunta, perché in variante al Pgt. Ma gli avvocati hanno fatto notare che una norma del nuovo Pgt (approvato nel 2014) avrebbe reso del tutto legittimo questo passaggio per la Giunta ed escluso la presenza di una variante. Per come è strutturato il nostro sistema normativo, anche a livello locale, è possibile che esso renda più facile aggirare le norme?

«Diciamo che nessuna norma è perfetta, ma è sempre perfettibile. Quindi è chiaro che le nostre norme, anche quelle che afferiscono all’amministrazione della cosa pubblica, evidentemente possono avere sempre degli spazi di rischio che le organizzazioni possono sfruttare. Non dimentichiamoci quello che abbiamo detto all’inizio, e cioè che si affidano a professionisti molto bravi. Quindi, se fosse vero che nel Comune sono stati indotti a introdurre una norma che consentisse di bypassare il Consiglio comunale e andare in Giunta, questo è certamente opera di qualcuno che conosceva molto bene la norma e sapeva come aggirarla. Ma questo non deve indurci ad avere un’opinione totalmente disfattista delle nostre leggi. Perché in realtà le norme vengono fatte bene. Dopodiché, è chiaro che, man mano che le organizzazioni criminali dimostrano a noi legislatori e amministratori che ci sono degli spazi in cui potersi inserire e che riescono a sfruttare a proprio piacimento, lì è necessario intervenire. Ad esempio, è evidente che nelle gare pubbliche uno strumento come quello del massimo ribasso possa favorire l’impresa mafiosa, che non ha certamente l’interesse di fare soldi, e quindi può trovare conveniente offrire maggiori sconti.»

Qual è allora il rimedio a questa situazione?

«Fra le tante cose che si possono fare, bisogna sicuramente alzare il livello dell’attenzione per colmare tutti questi spazi di rischio. È anche vero che le mafie, per loro natura, sono molto più veloci a prendere le decisioni e ad adattarsi ai mutamenti economici, normativi, amministrativi. Non hanno tutti i passaggi che invece noi, per fortuna, in una democrazia abbiamo per imporre una modifica a una legge o a una procedura amministrativa. E quindi è evidente che, in linea di massima, loro tendono ad arrivare sempre prima rispetto a noi. Ma questo non significa che, se noi ci diamo un metodo e dei tempi più consoni, non possiamo interrompere sul nascere una degenerazione ad opera delle mafie che sfrutta un vuoto o un vacuum. È una responsabilità che ci dobbiamo prendere, per questo dicevo all’origine che bisogna conoscere molto bene le mafie. Le informazioni hanno bisogno di un continuo aggiornamento. Le mafie si sono evolute negli ultimi quarant’anni per quanto riguarda metodo, attività illecite/lecite, strumenti e tecnologia più evoluta… E quindi in tal senso la formazione continua è fondamentale.»

 

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