Sono venuto al mare per scrivere di Elham Hamedi

Direi che la strada che l’autrice percorre – nella molteplicità dei ruoli abitati – è un ricamo di escrescenze disseminate, di insenature, di tagli, di fratture. O, più verosimilmente, di ferite....

Sono venuto al mare per scrivere di Elham Hamedi
un'opera di Helam Hamedi

Nella mia tasca vive un piccolo uomo che ha ingoiato la sua ansia in me / e sorride umilmente in risposta ad ogni domanda accanto alla cucitura strappata della tasca

Elham Hamedi

 

Sono venuto al mare per scrivere di Elham Hamedi. Ragionevolmente. Per restituire spessore alle parole o per spogliarle di ogni impertinente ritualità. Non è un mare rapinoso fitto di inganni o trabocchetti, di inusuali risacche o di inseguimenti. Piuttosto un mare di aliti, di venti timidi, talvolta inappuntabile nella sua serenità. Camminando – o nuotando – si riconosce il fondale, il chiarore delle ombre dettate dal sole, la consistenza della sabbia – e la sua fragilità –, la rapida usura di un sasso, della conchiglia, dell’alga strappata ai cortili sommersi. “Frammenti” in transito direi. O deposti per accidenti ventosi e lì rimasti in attesa di millenari riordini. Frammenti di memorie incaute o sfacelo di minuscole esistenze.

Ed è tra questi lembi di scorrevoli esistenze che sono venuto per comprendere – o tentare di farlo – il senso ( la sostanza) del lavoro artistico di Elham Hamedi. Come messo alle corde da una circostanza visibile e al contempo soltanto impalpabile. In effetti c’è un indizio verbale che più di altri costituisce l’emblema, per nulla accidentale, dell’intera narrazione – poetica e pittorica – dell’artista iraniana: il frammento, appunto. Lo ripete, talvolta con ostinata reiterazione, come una sorta di liturgica nenia, quale assennata rivendicazione del suo essere donna, medico, poeta, artista, rimescolando di continuo l’ordine – altrettanto casuale – di questa classificazione di ruoli e recapiti. Come a dire che la pratica della scissione (in rivoli di indizi) e la sua faticosa ( ma consequenziale) ricomposizione è l’atto fisiologico di un racconto ininterrotto. Direi che la strada che l’autrice percorre – nella molteplicità dei ruoli abitati – è un ricamo di escrescenze disseminate, di insenature, di tagli, di fratture. O, più verosimilmente, di ferite.

Ecco allora la prima e sostanziale identificazione: il frammento originario è, nel cosmo espressivo della nostra autrice, una lesione, uno squarcio, una faglia. Non è un caso la sua predilezione per la sostanza poetica di Bacon, per quello smembramento corporeo incessante, affannoso, e il tentativo – vano – di ricomporre le membra ormai orfane della consuetudinaria “armonia”. D’altra parte “dipinge teste, non volti” Francis Bacon per ribadire un ventaglio di ipotesi, di affondi, di un rinvenibile “illimite”.

L’opera pittorica di Elham Hamedi – e quella poetica – è di per sé la testimonianza, mai benevola o rassicurante, di una interiorità attraversata – di continuo – da una figurazione che non è più tale: incisa, spaiata, ricreata per rivoli inediti, per trame non conosciute, per schiacciamenti; per sequenze di battute che non hanno spartito di riferimento, per assilli o schianti; e allora lo “spazio non è più organizzato ma aperto alla percezione per ogni verso” , una sorta di ripostiglio di orrori. Ma non è più – non è soltanto – il volto, il corpo, l’occhio chiuso strappato alle traiettorie, o le membra sbranate.

E’ l’orientamento sacrificato in un’atmosfera timorosa. E’ il respiro reciso, l’ombra velata, il battito dal mezzo dell’acqua morta. Come se il circostante – e l’altrove – vivessero, di continuo, lo stesso destino del “corpo ferito” e viceversa. Senza pause di sollievo o destinazioni di ristoro. D’altra parte l’Artista – ed Elham ne è l’emblematico avamposto – è sentinella sul crinale, taumaturgo e tramite. E la “voce” degli Artisti va ascoltata prima ancora di altre voci. Soprattutto quando la loro parola alloggia negli avvolgimenti del dolore e della sofferenza.  

 

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