Teresa Pollidori e l'elogio dello sguardo

Mi viene in soccorso, scrivendo di Teresa Pollidori e dei suoi “scatti” recenti, la sua “militanza” di artista a tutto tondo, i suoi attraversamenti nei bagliori di campiture modulate o nelle rigorose affermazioni del segno...

Teresa Pollidori e l'elogio dello sguardo
un'opera di Teresa Pollidori

“…mi sono chiesto se era davvero possibile rubare l’anima di qualcuno con una fotocamera. Ed è possibile in effetti…” (Oliviero Toscani)

Raramente ho scritto di opere fotografiche e dei suoi autori. Forse per l’incapacità, tutta mia, di rendere “udibile” questa voce al pari delle più rassicuranti incursioni nel sillabario della pittura o della scultura. E allora, quando raramente l’ho fatto, ho forse imbastito racconti che fornivano all’immagine un’attendibilità quasi plastica o più marcatamente materica, quasi a ri-scivolare lentamente nei canoni delle mie inevitabili suggestioni.

Mi viene in soccorso, scrivendo di Teresa Pollidori e dei suoi “scatti” recenti, la sua “militanza” di artista a tutto tondo, i suoi attraversamenti nei bagliori di campiture modulate o nelle rigorose affermazioni del segno. A ben guardare le opere – queste inconfutabili “stanze” della memoria – ribadiscono, finanche nella loro costruzione narrativa, il senso (la dimensione) di un riepilogo mai contraffatto in cui la storia artistica della Pollidori sembra aver trovato una dimensione di delineato dissolvimento. Inteso questo come una successiva stazione di sguardo una volta deposta – in maniera transitoria? – la lunga esperienza che l’ha vista pittrice e scultrice. L’immagine fotografica come una sorta di “clemenza narrativa” che favorisce, probabilmente, una mediazione più intima con la vulnerabilità del narrato. E nella sequenza di queste minuscole agore comunicanti – svuotate di ogni eventuale presenza – riecheggia innanzitutto la profondità segnica dell’artista, la sua dinamica geometria – in tal caso affidata agli echi dell’ombra e della sua ostinata rivale – che pianifica prospettive oniriche, equilibri mutanti, sottolineando come (prendendo a prestito una felice intuizione di Raffaele Bruno nel suo “Elogio dello sguardo”)”…in realtà, vi è qualcosa come un esterno solo in quanto vi è qualcosa come un interno…”.

E allora l’apparente inamovibilità dell’immagine offerta da Teresa Pollidori sembra in verità celare un ritmo motorio quasi vorticistico dove lo sguardo appare specchiato in mille rifrazioni e lo spazio angusto della “stanza” – la sua luce abbuiata – pare farsi appendice di un sentire più ampio, perfino universale. Tra quelle pareti prive di rassicuranti metafore si muovono figure disperse (o dissolte), come viandanti smarriti o reperti – loro si – di una memoria che non trova più alloggio nella nostra territorialità umana. E allora si fa marcato il senso dello smarrimento in un labirinto struggente dove perfino il laccio di Arianna è ormai segmento disfatto.

Non viene meno allora il “progetto di denuncia” che per decenni ha sostenuto e alimentato – convertendola in immagine, ora pittorica, scultorea o fotografica – il racconto della Pollidori. Una notifica la sua (o lucido avvertimento) sulla scomparsa dell’identità, sullo svuotamento di un sentire privato di un’etica della memoria che era prologo costante di ogni inedito divenire, regola insostituibile e rivelatrice di ulteriori percorsi. Ecco, questo è lo sguardo acceso di Teresa Pollidori. La sua voce.

Alcune note biografiche

Nata a Caserta compie gli studi artistici a Napoli. Vive per un lungo periodo a Cassino dove inizia la sua attività artistica e didattica. Nel ’70 si trasferisce a Roma e nel ’91 lascia definitivamente l’insegnamento per dedicarsi completamente all’attività artistica. Tutto il suo percorso è caratterizzato da un interesse costante per lo spazio, nella sua accezione architettonica, il segno e il corpo. Inizia il percorso artistico attraverso una pittura figurativa di sapore metafisico ed inpianto geometrico (1966/75) per poi passare ad una indagine di approfondimento sui fenomeni della percezione visiva e della luce. Dopo un lungo periodo di stasi e di riflessione riprende l’attività compiendo un lungo e tortuoso percorso di recupero dell’inconscio a partire dall’analisi degli automatismi segnici. Finalmente negli anni ’90 approda di nuovo alla ricerca. Il suo linguaggio si apre in maniera decisa alla scultura con cui ritrova il proprio interesse naturale per quella dimensione geometrico-architettonica che si concretizza in forme e valori minimali. In questi anni, inoltre, arricchisce la sua ricerca con una costante indagine sulla dualità, ovvero sulle contrapposizioni come: fuori/dentro, negativo/positivo, leggero/pesante, fragile/solido…dal 1995 inizia ad interessarsi anche al libro d’artista e all’organizzazione e promozione di eventi artistici. E’ attualmente Direttrice del MAC Guarcino, un museo dedicato esclusivamente alle opere di piccolo formato.

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