Trattativa Stato-mafia, ultimo atto: ascoltati i sottufficiali Gigliotti e Serra

FINE FASE ISTRUTTORIA. Al processo d'Appello sulla Trattativa Stato-mafia sono stati auditi i sottufficiali del Ros Pasquale Gigliotti e Sebastiano Serra sulla vicenda dell'arresto di Giovanni Napoli, favoreggiatore del boss Bernardo Provenzano, e sul sequestro del materiale che è stato poi inspiegabilmente restituito alla moglie dell'arrestato. Tra ricordi vaghi e buio totale, non è stato possibile ricostruire con precisione i fatti. Il processo è stato rinviato al 22 marzo, ultima udienza prima della discussione che partirà a maggio.

Trattativa Stato-mafia, ultimo atto: ascoltati i sottufficiali Gigliotti e Serra

Il processo Trattativa Stato-mafia, che si sta svolgendo dinanzi alla Corte di Appello di Palermo, sta per chiudere l'istruttoria dibattimentale. Ultimo atto di questa fase sono state le audizioni dei sottufficiali del Ros, Pasquale Gigliotti e Sebastiano Serra, ascoltati dalla Corte nell'udienza di ieri mattina come richiesto dal Pg Giuseppe Fici.

Le testimonianze non hanno aiutato granché a ricostruire la vicenda dell'arresto di Giovanni Napoli, fedelissimo di Bernardo Provenzano, avvenuta il 10 novembre 1998 a Palermo, in via Casella. In occasione dell'arresto, sarebbero stati sequestrati anche tre telefoni cellulari, un rilevatore di microspie, sette floppy disk e successivamente un'agenda elettronica. Materiale che poi, inspiegabilmente, fu restituito alla moglie di Napoli.

Il procuratore Fici ha cercato di ricostruire i fatti attraverso le parole dei due sottufficiali che a quell'operazione presero parte.

Il maresciallo Serra, a quei tempi in tirocinio presso il Ros di Monreale, ha ricordato con dovizia di particolari la notte dell'arresto. Qualche giorno prima dell'operazione, proprio lui, insieme al maresciallo Gigliotti, si recò a fare i sopralluoghi in via Casella e a Mezzojuso per identificare le abitazioni di Napoli. La sera dell'arresto, si occupò solamente della notifica del provvedimento, senza preoccuparsi della perlustrazione all'interno dell'abitazione, della quale “non ho memoria”. Non ricorda se furono materialmente prelevati i tre telefoni cellulari e il rilevatore di microspie, perché il suo compito era quello di notificare i provvedimenti e di recarsi a Mezzojuso a sequestrare ulteriore materiale. Materiale che però non fu rinvenuto in quanto “l'edificio era disabitato, non c'era nulla da sequestrare”.

Sulle perquisizioni furono stilati verbali diversi nei giorni successivi (due l'11 novembre e uno, quello sull'agenda elettronica, il 19 novembre, nove giorni dopo l'arresto). Alla domanda del Presidente Pellino sul perché di queste annotazioni “a rate”, il teste ha risposto che “le dinamiche non sono a mia conoscenza, dell'arresto di Napoli non mi sono occupato se non per le operazioni di quella notte”.

Sebastiano Serra non conosceva Giovanni Napoli. “Ho capito la sua importanza solo tempo dopo”, ma quella notte non sapeva di stare notificando l'arresto a un fedelissimo di Bernardo Provenzano. E non sapeva neppure perché il comandante Michele Sini avesse chiesto di portar via eventuali macchine da scrivere (mai rinvenute), che erano lo strumento con cui il boss scriveva i suoi pizzini.

Dal verbale di sequestro risulta poi che solo un cellulare fu effettivamente aperto, mentre degli altri due non si parla. Al perché del procuratore però, il teste non ha saputo dare spiegazioni. Serra ha affermato di non avere a quei tempi “particolari competenze informatiche” e di non essersi occupato dell'esame di quel materiale. Né di aver estrapolato i dati da un'agenda elettronica, come risulterebbe dall'annotazione firmata insieme a Gigliotti. “Non ricordo di averlo fatto io, non sono in grado di fare un'analisi approfondita su agende elettroniche”.

Più bui, invece, i ricordi del maresciallo Pasquale Gigliotti, che dal 2001 al 2018 ha prestato servizio al Sismi. Dell'arresto di Giovanni Napoli non ricorda nulla. Era arrivato a Palermo "nel maggio o giugno del 1998" e nei primi mesi di servizio non gli venivano affidati incarichi importanti perché il suo era considerato una sorta di “periodo di prova”. Nonostante abbia riconosciuto come sua la firma sui verbali di perquisizione (nella quale viene fatto cenno ai famosi floppy disk), di quell'operazione non ricorda proprio nulla.

In un'audizione precedente, a proposito di quella firma, Gigliotti aveva detto “sono stato fregato”. Ma nell'udienza di ieri ha specificato il senso di quelle parole: “non sono stato delucidato. Se avessi saputo che vi era scritto del tentativo di aprire quei dischetti, di sicuro non avrei firmato. Io nel mio passato, in operazioni del genere, mi sono sempre ben guardato di fare cose del genere. C'è una magistratura competente che interviene su questo”.

Di una cosa Gigliotti è però certo: “non avevo competenze per esaminare materiale informatico. Che motivo avevo di aprire dei dischetti? Non ne ero capace e non avrei capito nulla” perché non conosceva nel dettaglio la vicenda.

Non un grande contributo, in definitiva, per ricostruire con esattezza i fatti di quella notte e il giallo dei cellulari riconsegnati alla moglie di Napoli.

Il processo è stato rinviato alla prossima udienza, quella del 22 marzo, nella quale verranno depositate le prove contrarie delle difese. Dopodiché si partirà con la seconda fase, quella della discussione, che andrà avanti dal 10 maggio al 12 luglio.

 

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