Trentun anni fa l’omicidio Mormile. Parla il fratello Stefano: «L’ordine di eliminarlo ebbe l’avallo dei Servizi segreti»

TRATTATIVA STATO-‘NDRANGHETA. Sempre più vicina la «verità giudiziaria» sul barbaro assassinio dell’educatore carcerario di Opera: malgrado i tentativi di insabbiamento perpetrati dall’amministrazione penitenziaria, tanto le ricostruzioni della compagna Armida Miserere quanto le indagini dei magistrati hanno certificato il vero movente nella scoperta da parte di Mormile degli incontri avvenuti dietro le sbarre fra esponenti del Sisde e boss detenuti. Depongono in questo senso, da ultimo, i riscontri dei pentiti nel processo ‘Ndrangheta stragista e le risultanze del dibattimento nel processo d’appello sulla Trattativa Stato-mafia.

Trentun anni fa l’omicidio Mormile. Parla il fratello Stefano: «L’ordine di eliminarlo ebbe l’avallo dei Servizi segreti»
Umberto Mormile (ph antimafiaduemila)

È l’11 aprile 1990. Umberto Mormile, educatore carcerario in servizio presso la casa di reclusione di Opera, si sta recando al lavoro come tutte le mattine. È fermo a un semaforo sulla provinciale Binasco-Melegnano, all’altezza di Carpiano, quando due sicari a bordo di una Honda 600 affiancano la sua Alfa Romeo 33. Vengono esplosi sei colpi da una calibro 38 special: inutile il tentativo del funzionario trentaseienne di farsi scudo con una mano. I soccorritori lo rinvengono, privo di vita, riverso sul sedile. Si sarebbe dovuto sposare a giorni con la sua compagna, Armida Miserere, all’epoca direttrice del carcere di Lodi, che aveva conosciuto quando era in servizio a Parma e con la quale conviveva in una villetta a Montanaso Lombardo.

Fin dai primi rilievi investigativi, nulla di anomalo o sospetto emerge sul suo conto. Per lunghi anni il movente del delitto resterà avvolto nel mistero. A rivendicare l’omicidio alla redazione bolognese dell’Ansa è, a ridosso del fatto, un sedicente gruppo terroristico che si fa chiamare “Falange Armata Carceraria”. Una sigla - quella di Falange Armata - che ritornerà in occasione degli attentati della Uno Bianca nei primi anni ’90 e delle stragi continentali nel ’93, orchestrate dai fratelli Graviano ma concepite negli ambienti dei Servizi segreti.

Quegli stessi Servizi che, secondo le testimonianze convergenti dei pentiti e i riscontri processuali più recenti, avrebbero concorso in misura determinante anche al barbaro assassinio dell’educatore carcerario di Opera. È ormai del tutto smentita - fonte di un vero e proprio depistaggio - l’ipotesi fornita dalla falsa collaborazione di Antonio Schettini, autore dell’omicidio insieme a Nino Cuzzola (conducente della moto), circa il rifiuto da parte di Mormile di una mazzetta da 30 milioni di lire in cambio di una relazione favorevole al rilascio di un permesso per lavoro all’esterno al potente padrino della ‘ndrangheta Domenico Papalia, condannato all’ergastolo nell’83 e detenuto presso il carcere di Parma perché accusato dell’omicidio del boss Antonio D’Agostino, avvenuto nel ’76 - addebito da cui verrà assolto nel 2017 “per non aver commesso il fatto”. Assai a lungo - specie dopo le dichiarazioni di Emilio Di Giovine (alleato dei Papalia-Flachi-Trovato) - la figura di Umberto è stata dipinta come quella di un ‘corrotto’ a libro paga del boss Antonio Papalia, fratello di Domenico, su ordine del quale sarebbe stato ucciso per la mancata concessione dei benefici promessi.

Ben diverso è, tuttavia, lo spaccato che emerge dalle dichiarazioni rese da vari pentiti durante il dibattimento del processo ‘Ndrangheta stragista, e in particolare da Vittorio Foschini, sentito pure nel corso del processo d’appello sulla Trattativa Stato-mafia. Il movente dell’efferato omicidio si celerebbe nella scoperta da parte di Umberto di una serie di incontri non autorizzati avvenuti dietro le sbarre fra esponenti «non identificati» (si legge nelle carte processuali) dei Servizi segreti e alcuni boss detenuti. Tra questi, lo stesso Domenico Papalia, che in quel periodo - sempre secondo i racconti dei pentiti - era a capo di un “consorzio criminale” che proprio a Milano univa trasversalmente la ‘ndrangheta a Cosa Nostra e alle altre mafie. Rapporti perversi, quelli fra apparati del Sisde e boss mafiosi, che avrebbero ottenuto il benestare dello stesso Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, nell’ambito di una sorta di Protocollo Farfalla “ante litteram” - dal nome dell’accordo siglato nel 2004 fra l’allora capo del Sisde Mario Mori e il direttore del Dap dell’epoca Giovanni Tinebra, finalizzato all’ottenimento di informazioni dai boss in cambio di dazioni di denaro.

Umberto è stato ucciso perché testimone - suo malgrado - di una delle tante, indicibili Trattative che, fin dagli albori della nostra storia repubblicana, pezzi deviati dello Stato hanno usato puntualmente intavolare con esponenti di spicco della criminalità mafiosa. Trattative di cui è stato ed è da sempre interesse dei promotori tenere nascosti i coinvolgimenti più incresciosi: quelli facenti capo alle più alte sfere del mondo istituzionale. E ciò anche a costo di spargere il sangue di tanti integerrimi cittadini e servitori dello Stato che quegli sporchi patti - nella logica dei grandi epigoni della “ragion di Stato” - minacciavano di portare alla luce.

Ma, ricorda il fratello minore di Umberto, Stefano Mormile (nella foto in alto) - intervistato da WordNews - «il merito principale di non avere mai mollato, e di essersi sempre battuta per arrivare alla verità, va riconosciuto sicuramente ad Armida Miserere. Armida e Umberto - racconta - si erano conosciuti perché lei aveva vinto un concorso come vicedirettrice ed era approdata a Parma, dove Umberto lavorava come educatore. Poi, lei si trasferì a Lodi come direttrice, e successivamente lui la raggiunse facendosi trasferire ad Opera. Armida, quindi, era dentro l’ambiente, era una criminologa molto apprezzata, veramente brava. A lei va riconosciuto lo zelo con cui fin da subito, dopo l’omicidio di Umberto, svolse le sue indagini.

Lei - spiega Stefano - non ha fatto altro che mettere insieme dei pezzi. Aveva capito che era stata eretta una “barriera”, una cortina fumogena attorno al carcere di Opera, per evitare che gli investigatori scavassero nel torbido di quel delitto. Perché era chiaro, agli occhi del sostituto procuratore di Lodi Carlo Cardi (a cui erano state affidate le indagini), che la pista, il movente, gli elementi per trovare la ragione dell’uccisione di Umberto stavano dentro il carcere di Opera. Non potevano essere altrove».

Due, in particolare, gli episodi che Stefano Mormile rievoca quali sintomi «se non di un depistaggio, quantomeno di un clima di omertà» venutosi a creare all’interno dell’amministrazione penitenziaria: «In una prima fase, all’interno del carcere di Opera, erano stati messi in atto in tutta segretezza, senza che la Procura generale ne fosse messa a parte, provvedimenti di trasferimento di personale e detenuti in maniera peraltro immotivata». In secondo luogo, fatto «ancora più clamoroso», ci fu l’episodio dell’ispezione che gli inquirenti - ricorda Stefano - avevano deciso di effettuare proprio «per aggirare quella sorta di cortina di fumo»: un blitz «“disperato”, con cui si aspettavano semplicemente di smuovere un po’ le acque, di mettere in allarme l’interno del carcere, nella speranza che qualcuno si decidesse a collaborare». L’operazione, in un primo momento autorizzata - c’era l’avallo della Procura generale - «fu negata all’ultimo momento, perché ritenuta inopportuna. Così si sottrasse anche quest’ultima carta agli investigatori».

Per questo Armida (nella foto in basso), «con la sua capacità e la sua rete di informatori», ebbe un ruolo fondamentale nel consentire, nonostante tutto, la ricostruzione di quei fatti. «Addirittura - aggiunge Stefano Mormile - scoprì la mappa criminale che si nascondeva all’interno di Milano-Opera: i nominativi di quelli che a distanza di anni sono risultati essere i mandanti e gli esecutori materiali, Armida li aveva già identificati, nonostante il quadro non fosse ancora così definito da permettere di attribuire loro con certezza la responsabilità dell’omicidio».

Il resto della vicenda, purtroppo, è assai noto: dopo oltre un decennio di ricerche e, sul fronte professionale, di trasferimenti da un istituto penitenziario all’altro, dov’era spesso chiamata per la sua tempra inflessibile a gestire le situazioni più difficili (come quelle di Voghera o dell’Ucciardone a Palermo), a un certo punto Armida non resse più. Il 19 aprile 2003, nell’abitazione annessa al carcere di Sulmona, che dirigeva, Armida Miserere - afferma Stefano Mormile - «si è ufficialmente tolta la vita con un colpo di pistola alla testa. Dico “ufficialmente” perché comunque perdurano dei misteri su quella morte, ancora ci sono dei piccoli elementi che lasciano dubitare fortemente - e non lo dico io, lo dicono investigatori importanti come Nino Di Matteo. Nel 2003, quando si uccise, ancora non erano emerse le ipotesi di alcuni pentiti e altri elementi significativi. Elementi che sono venuti alla luce dopo il Protocollo Farfalla, che sappiamo essere stato anch’esso soffocato dal segreto di Stato per “ragioni superiori” che ancora ci sfuggono». Giusto il tempo di rimuoverlo durante il governo Renzi, che l’inchiesta, com’è stata riaperta, si è di lì a poco prescritta. «Così i personaggi che erano inquisiti sono stati subito prosciolti, e sono tornati a fare quello che facevano prima».

Le indagini della magistratura sul caso di Umberto come sono proseguite? «Per quanto riguarda l’inchiesta vera e propria - spiega Stefano - è vero che sono stati condannati gli esecutori materiali, entrambi rei confessi, Antonio Schettini e Antonino Cuzzola, così come sono stati condannati i fratelli Antonio e Domenico Papalia, in qualità di mandanti, insieme a un altro boss, Franco Coco Trovato, che faceva comunque parte del Gotha. Quello che ancora manca è però l’“altro livello”: il livello che poi ha determinato tutto il resto. Tant’è vero che le battaglie che noi abbiamo intrapreso, e Salvatore Borsellino e le Agende Rosse ci hanno aiutato in modo significativa, non ci hanno ancora permesso di arrivare alla piena giustizia».

In compenso, però, possiamo dire che ci siano dei precedenti indelebili nella storia del nostro paese, riguardo al fenomeno ricorrente delle Trattative fra la mafia e pezzi dello Stato? «Quello che è emerso fino alla morte di Armida, ma anche dopo con il Protocollo Farfalla, comunque denuncia e testimonia che c’erano queste pratiche indecenti che avvenivano all’interno del carcere, dei veri e propri negoziati. Ne abbiamo le prove addirittura prima dell’uccisione di Umberto: qualcuno dimentica, ad esempio, la trattativa per la liberazione dell’assessore regionale della Campania Ciro Cirillo, che fu condotta dai Servizi segreti con la sapiente regia di Raffaele Cutolo. Solamente chi finge di non vedere non scorge l’esistenza di queste “verità indicibili”. E, ogni volta che c’è qualche episodio - ed è stato il caso di Umberto - che rischia di attirare l’attenzione su queste pratiche, piuttosto che cessarle si preferisce oscurare la memoria delle persone che le hanno scoperte».

Quali risultati sono stati ottenuti in questi 31 anni di battaglie? «Diciamo che, malgrado tutta questa frenesia nel nascondere le trattative, esistono delle “verità giudiziarie” ormai incontrovertibili. Già la sentenza di primo grado, che ha condannato gli esecutori materiali e i mandanti criminali, emessa dalla Corte d’assise di Milano nel 2008, al netto di alcune acrobazie lessicali (i giudici sostenevano in un passo che Umberto fosse stato ucciso perché era un corrotto e all’ultimo momento non aveva fatto il “lavoro” per il quale era stato pagato, salvo poi affermare, nella stessa sentenza, che era stato ucciso perché “incorruttibile”), evidenzia chiaramente il fatto che Umberto Mormile minacciava di denunciare gli incontri dei Servizi con i boss di cui lui era venuto a conoscenza.

Stiamo parlando del 2008, e già in quella sentenza si parla di queste relazioni tra Servizi e boss della ‘ndrangheta.

Ovviamente la schizofrenia in cui è caduta la Corte sul movente dell’omicidio deriva dalle rivelazioni contraddittorie di due pentiti: la stessa Corte riconosce che quella della corruzione è una versione che proviene da un “falso pentito”, un mistificatore, oltre che collaboratore dei Servizi, che è colui che ha sparato: Schettini. La deposizione che riguarda invece la conoscenza che Umberto ebbe di questi incontri proviene da un testimone che, specularmente, la Corte riconosce attendibilissimo e riscontrato. Quindi, evidentemente, in quella sentenza ci si è arrampicati sugli specchi per evitare di andare più a fondo. Perché è chiaro che, se entrano in carcere degli agenti dei Servizi segreti senza alcuna autorizzazione per parlare con i boss, è un dovere giuridico aprire un’altra indagine, perché siamo di fronte a una notizia di reato anche grave. Invece, per evitare di schiudere il vaso di Pandora, hanno deciso di scrivere quella sentenza. Ma è importante citarla perché in quelle motivazioni, pur così assurde, emerge già nitidamente quale sia stato il vero movente. È una prima verità giudiziaria».

E per quanto riguarda le verità giudiziarie più recenti? «Il processo ‘Ndrangheta stragista, celebrato dal pm Giuseppe Lombardo, la cui sentenza è arrivata a luglio 2020 e le motivazioni sono state depositate a gennaio di quest’anno, ha portato alla luce importanti verità: i personaggi sono gli stessi, si è parlato nel dibattimento e nella requisitoria dell’omicidio dell’educatore del carcere di Opera; delle infiltrazioni dei Servizi all’interno del carcere; e si ribadisce che questa volta a parlare sono diversi pentiti. C’è la testimonianza di Foschini, di Cuzzola, di Fiume. Ci sono più voci, più testimonianze che convergono tutte sugli stessi punti. Poi, all’interno della storia, si sono aggiunti nuovi elementi, nel senso che il movente proveniva sì dai due boss della ‘ndrangheta, ma l’ordine di eliminare quella persona divenuta pericolosa per i fatti di cui era stato testimone, ebbe l’avallo dei Servizi segreti. Il che, ovviamente, è ancora più grave. Più di recente, nel corso del dibattimento del processo d’appello sulla Trattativa Stato-mafia, che dovrebbe giungere a sentenza nei prossimi mesi, si è parlato dell’omicidio di Umberto. Anche là sono stati ribaditi questi concetti».

Il 19 luglio di quattro anni fa, durante la commemorazione della strage di via d’Amelio, tu e tua sorella Nunzia annunciavate la volontà di chiedere una riapertura del caso. Come sta procedendo? «Abbiamo chiesto insieme all’avvocato Fabio Repici la riapertura delle indagini presso la Dda di Milano. Si sta ora concludendo la fase istruttoria. Quel che posso dire è che ci sono ormai riscontri forti che provengono da aule di giustizia e da procure distrettuali, che avallano una determinata realtà dei fatti. Ovviamente si continua a non dare spazio a questi elementi, perché evidentemente fa comodo così. Ma l’omicidio di Umberto non è certo il primo episodio in cui hanno luogo queste pratiche: ce ne sono stati altri in precedenza, e purtroppo continuano tuttora, come accaduto nello scandalo delle scarcerazioni dei mafiosi al 41-bis, in cui è emerso esservi stata una trattativa tra persone non identificate delle istituzioni e boss mafiosi».

In conclusione, sforzandoci di recuperare almeno un aspetto positivo in mezzo al dolore di una perdita così importante, qual è l’ultimo ricordo che conservi di Umberto? «Io e Umberto siamo cresciuti assieme. Tra noi ci sono solo due anni e mezzo di differenza, lui era più grande, e comunque è sempre stato un punto di riferimento per me e per Nunzia, la nostra sorella più piccola. Il primo figlio è sempre un po’ un modello da imitare, il passe-partout che ti legittima a fare tutto quello che lui fa.

Io e Umberto abbiamo condiviso tantissime cose: la passione calcistica, la passione per il teatro, per la musica. Poi le nostre strade si sono divise, perché lui ha abbracciato la causa del carcere. Prima arruolandosi nella polizia penitenziaria per svolgere il servizio di leva, all’epoca obbligatorio. Diciamo che rimase impigliato in quell’avventura per lui nuova, però molto intensa, perché comunque il carcere ti avviluppa, ti entra dentro, se lo fai con professionalità, con intensità, con passione, mettendoci tutto te stesso - come andrebbe fatto per ogni tipo di lavoro che ti coinvolge socialmente, nel quale sei a contatto con dei casi umani, con la sofferenza. Lui rimase talmente affascinato che, malgrado fosse prossimo alla laurea in Legge (era fuori corso di un anno ma gli mancavano 5-6 esami), scelse di rimanere là - non si è più laureato. Ha continuato quel percorso, e poi colse l’occasione di diventare educatore. Si sposò, ebbe da sua moglie, anche lei educatrice penitenziaria, una bambina: Daniela (nella foto in basso, insieme al padre Umberto).

Oltretutto, il nostro rapporto si era ancora di più rafforzato: le distanze, anziché allontanarci, ci hanno fatto diventare ancora più intimi, perché poi quando si cresce, si hanno nuove occasioni. La sua vita professionalmente è diventata sempre più ricca, più appassionante, perché sommando alla cultura da poliziotto penitenziario, che è una cultura tipicamente custodiale, incentrata sulla sicurezza, quella più pedagogica e sociale dell’educatore, lui ha potuto trasferire nel carcere anche le sue passioni, che l’hanno condotto, a Parma, a organizzare dei laboratori teatrali.

Aveva intuito che la cultura e il lavoro possono essere due veicoli formidabili per cercare di rimediare all’isolamento dei detenuti, per aiutarli a tirare fuori il meglio di se stessi e a risocializzarsi. Fece una sorta di scommessa con l’incredulità a cui andava incontro in quel periodo: stiamo parlando degli anni ’80, un’epoca in cui dominava un concetto della detenzione molto riduttivo, per cui il carcere doveva servire solo per espiare la pena. L’educatore carcerario fu introdotto proprio dalla riforma penitenziaria, e lui fu tra i primi educatori a cercare di tracciare un percorso conforme anche con il dettato della Costituzione.

Se però il suo percorso professionale fu molto intenso, non ebbe altrettanta fortuna nelle vicende personali: il suo matrimonio fallì, lui si separò dalla moglie, che da Parma si trasferì con la bambina a Roma. Umberto, per stare con la bambina, veniva a Roma per due fine settimana al mese, così ci vedevamo e passavamo dei momenti molto intensi e felici. Avevamo la possibilità di parlare tantissimo: lui era preoccupato per la bambina, perché era piccola, e aveva dei sensi di colpa. In questo senso, grazie a questi momenti, il nostro rapporto era ancora di più migliorato.

L’ultimo ricordo che ho di Umberto è davvero bello. È il ricordo dell’ultima volta che ci siamo visti, a Roma. Lui era con Armida Miserere, la sua nuova compagna, per accompagnare la nostra sorella più piccola all’altare, il giorno delle sue nozze: era marzo del ’90. Ricordo quel giorno assai vividamente, perché è stato un momento in cui lo vidi particolarmente felice».

 

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