Umberto Cufrini, nel tempo di confine

Umberto Cufrini, capace di riannodare radici e vuoti incolmabili, di recuperare brandelli e farne Storia, ovvero presupposto di un nuovo ascolto...

Umberto Cufrini, nel tempo di confine
Umberto Cufrini - Tributo ad Amedeo Modigliani

Via del Plebiscito, a Frosinone, è un budello di storia o forse una fettuccia di formelle che scivola come serpe taciturno tra i due cantoni della città vecchia. Da un lato il palazzo prefettizio, dall’altro la cattedrale e il suo campanile di guardia. Strettoie e agore minute , un tempo cuore della città, oggi ventre annerito e molle. Colmo di un silenzio che non è memoria o riverbero, è semplicemente silenzio. O assenza.

Sono nato qui molto tempo fa e forse per questo vi torno raramente, anzi, direi mai. Il ricordo talvolta frena sui profumi o sul puzzo di un vicolo cieco. Respiro forte ma non avverto gli avanzi degli uni o dell’altro. Eppure la città è questa, non vi sono altri cuori o altri grembi. Il resto è architettura inutile, infestata, superflua. Forse per questo chi ha coscienza – chi sopravvive - sceglie l’ombra di tracce remote e su questa costruisce la propria storia recente. Quantomeno il proprio cielo.

Lo studio di Umberto Cufrini è in questo luogo. E’ un intrico di stanze comunicanti che sfociano poi in un prato inusuale, quasi liberatorio. Direi perfino improbabile agli occhi del visitatore. Come quei giardini pensili che raccolgono luce per spartirla poi negli angoli dove alloggia l’ombra. E’ un dedalo senza veli questo spazio, una sorta di voce narrante a cui il tempo – trascorso e presente – detta le soste e le fughe. C’è un’ingegnosa “macchina blu” all’ingresso. Anzi, due. Reperti di un contenuto ora umano, naturale, astratto. E a ben guardare c’è forse, in questa prima stazione dello sguardo – due sculture lignee contaminate da ferri bruniti e da un cobalto che è cielo e mare al contempo – il senso intimo (il presupposto) di un indizio che è pane o svelamento del racconto di Cufrini. Quella di una testimonianza lieve eppure indispensabile, ovvero di essere traghettatore consapevole di culture allo sbando, archeologo e visionario, scopritore e inventore.

E non è un caso, allora, che dal suo prologo ad oggi, il lavoro di Cufrini imbandisca una fibra sottile ma consistente che tenga fede – come percorso inarrestabile – ad un  preciso intento narrativo all’interno del quale le anime dell’esistenza-presenza e della mancanza-assenza sono direttrici innegabili, o meglio ancora, terra feconda di incontro e di conflitto . Credo che un artista sia tale laddove colga la “sostanza” del proprio intervallo sociale e su di questa apparecchi la proiezione immaginifica del proprio “sentire”. Cufrini legge la contemporaneità come tempo di confine e pertanto privo di sollievi o di solide persuasioni su ciò che è, su ciò che sarà. Da qui la necessità, come sottolineato in un puntuale scritto da Loredana Rea di comporre “una sorta di galleria della memoria, in cui le icone della contemporaneità, nutrite dalla persistenza e dall’ammirazione, si susseguono”. Ma non è questo un gettar le armi o un indugio nel pantano del remoto, piuttosto la consapevolezza – rara – di repertare il tempo dei padri - ultima frontiera di evidenze – affinché nulla di ciò sia annullato da un sentire comune (quello attuale) disabituato allo “sguardo degli altri” e piuttosto incline al seppellimento del cuore.

Eccola la testimonianza di Umberto Cufrini, capace di riannodare radici e vuoti incolmabili, di recuperare brandelli e farne Storia, ovvero presupposto di un nuovo ascolto. E in questa latitanza di convincimenti finanche la pittura può riaffermarsi sotto vesti insolite, come sostegno periferico o come svuotata anch’essa di equilibri cromatici. Basta un bianco incommensurabile o il cobalto della notte per fermare il tempo vicino affinché nessuno lo disperda. Basta il ferro corroso per fare meno silenziosa la parola del racconto. La presenza in fondo è proprio nella scrittura – tenue, lieve, mai urlata – di un’assenza che è comunque crocevia del ripensamento e pertanto di una obbligatoria riflessione.

Come a dire che meno “amplificato” è il racconto (privo di scorciatoie estetiche, di acrobazie formali, di grida) più intima e diretta è la notizia. Mi pare che Umberto Cufrini  segua questa andatura.

WORDNEWS.IT © Riproduzione vietata