Umberto Mastroianni, il grido e l’eco della memoria

Il 25 febbraio 1998 muore l’autore considerato dai critici internazionali il più grande scultore monumentale del secolo scorso. Il ricordo di un incontro, pochi giorni prima della sua scomparsa, nella casa-studio di Marino

Umberto Mastroianni, il grido e l’eco della memoria
Umberto Mastroianni (a destra) con il nipote Marcello

Se c’è un artista che ho amato profondamente nel mio girovagare curioso, talvolta appassionato, quello è senza dubbio Umberto Mastroianni. Sono trascorsi ventitre anni dalla sua scomparsa (25 febbraio 1998) e al di là di una reiterata consuetudine che rimanda all’abituale pronunciamento del “sembra ieri”, mai come in questo caso il trascorrere degli anni non ha minimamente intaccato il ricordo vivo, corporeo, tangibile della sua presenza.

Forse perché ho avuto il privilegio di conoscerlo davvero - quasi nella mia età bambinesca – e di averlo frequentato a lungo fino ai margini del suo ultimo tempo. Fu generoso con me, come lo sono stati i grandi artisti che ho incrociato negli anni. Perché la grandeur è un accumulo di minuti silenzi, di ascolti, di fatali mitezze. Anche l’ultimo incontro – quello del commiato – fu una sorta di munifica rivelazione. Un mese prima della sua scomparsa mi volle ospite nella sua casa-studio di Marino, alle porte di Roma, in un luogo di inimmaginabile bellezza, quasi si fosse concentrato, in quell’alveo di viottoli e minuscole agore che accerchiavano la casa, l’intero suo incedere: i grandi acciai che aggregavano lo spazio restituendo fastelli di luce, un’armata di pensieri in ordine sparso, sentinelle affatto bonarie al limite di un cespo, di un muro, di un tuono.

Come se tutto ciò si allertasse allo sguardo per congedarsi poi all’ingresso della dimora antica. E qui le carte, gli arazzi, i vetri e i legni disseminati – in quel giorno di gennaio di ventitre anni fa centinaia di opere erano sparpagliate sul pavimento come in preda ad un caos ventoso – in ogni dove, in ogni stanza della dimora. Non c’era – non c’è mai stato probabilmente in lui - una netta dissociazione tra il tempo “offerto” all’arte e quello concesso al quotidiano spicciolo. Tutto si consumava per confluenze, incroci, misture del sentire. Non è un coincidenza che questa “casa” sia stata per decenni uno scrigno prezioso, uno spaccato considerevole di quella che oggi potremmo definire la storia culturale del “secolo breve”. E attraversarne il giardino, le mura, le pareti secolari è stato un privilegio che non ha prezzo. “Alla mia personale al Museo d’Arte Moderna di Valle Giulia a Roma viene a trovarmi Marquez, il rivoluzionario, l’autore di Cento anni di solitudine” annota Mastroianni nel 1974 “ E’ come ci si può aspettare sia un rivoluzionario sudamericano: piccolo, atticciato, capelli neri, ricci, folti, striati di bianco; sopracciglia e baffi cespugliosi, vivace e malinconico. E’ un uomo difficile da avvicinare, ma da me è venuto. Le mie opere lo colpiscono. Hanno un rapporto con il fantastico che è in lui … continua a girare intorno alle opere, a squadrale da tutte le angolazioni, infine mi dice ‘Mi hai scioccato. Ti manderò un mio testo. Devi illustrarmelo”. Gabriel Garcia Marquez, uno dei tanti.

C’è un prezioso libro di Umberto Mastroianni – che conservo  con cura – che è una sorta di “diario pubblico” realizzato non già per officiare un tempo e una storia che non hanno eguali, piuttosto per testimoniare (anche) una memoria che si fa, passo dopo passo, comune, avvincente, partecipata.  “Il grido e l’eco” ha come titolo e raccoglie le immagini e le parole di uno sconfinato repertorio di incontri, di soste, di ripensamenti, di confessioni.

Come un “eroico” diario bambinesco in cui si annota la pena e l’inganno, il pensiero ricomparso, le ore vuote e quelle del presagio. In questo “inventario delle meraviglie” sfilano le donne e gli uomini che hanno scritto il Novecento, che hanno patito i castighi e l’intolleranza, la furia e l’assenza; che hanno costruito e poi messo al riparo il “senso” di un nuovo umanesimo, di un riappacificante sentire. E curiosamente la casa-studio di Marino è stata per lunghi anni un incrocio di venti, di brezze pronte a sostare per il tempo di uno sguardo, di un silenzio, di un’ intesa. “Oggi Pertini ha visitato la mia casa-studio di Marino. E’ venuto per vedere il bozzetto del monumento alla Pace destinato a Cassino” annota l’artista nel 1983 “Sono anni che lavoro a quest’opera colossale: un involucro lacerato e tragico, proiettato nello spazio, per ricordare la battaglia di Cassino. Da dieci anni questo monumento matura e cresce dentro di me, mi ossessiona…”.

E ancora gli incontri con Palma Bucarelli, Goffredo Parise, Aurel Milloss, Enrico Berlinguer, col nipote Marcello Mastroianni, Maria Leon e Raphael Alberti, Antonio Corpora, Michel Tapié, Lionello Venturi, con Massimo Struffi amico di cento battaglie, Ossip Zadkine, Giulio Carlo Argan…  Stilare un elenco completo? Ruberebbe uno spazio smisurato. Come è stata sconfinata la sua generosità di uomo e artista, offerta agli sguardi e all’affetto di tanti, me compreso. E il ricordo incessante, ripetuto per la sua terra – lui che è stato viaggiatore inarrestabile -, luogo non soltanto di memorie e rievocazioni ma cortile di creatività, di resistenza, di prospettive. “Il fiume taglia in due Fontana, la squarcia nel mezzo, segnandola col suo fluire lucente. Spaziando nell’aria, alla sua sinistra si intravede Montecassino, s’intuisce Casamari sulla via di Napoli” narra della sua terra “S’erge come una balconata materna su Fontana una montagna brulla, dal cui ventre un vulcano spento elargisce acqua ferrigna alla valle…

Quando lo salutai – quella sera di un gennaio avanzato di ventitre anni fa – sapevo che sarebbe stata l’ultima volta. Nonostante le sue rassicurazioni, l’invito a tornare, l’energia soffocata. Mi abbracciò forte.

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