Un popolo di santi, navigatori e mafiosi

Occorre abbandonare ogni atteggiamento di disaffezione e di disinteresse. Serve scendere in campo, ognuno come può, per lottare contro questo maledetto cancro che porta una doppia firma: la mafia e lo stato mafioso che permette tale maledetta convivenza. 

Un popolo di santi, navigatori e mafiosi

Il principale problema è la mafia. In questo Paese tutto è molto mafioso. Superato il prototipo coppola e lupara, il catalogo è molto vasto: abbiamo boss temuti e latitanti, l'esercito armato, la manovalanza spicciola, i cittadini omertosi, i funzionari e i politici corrotti, gli appartenenti alle forze dell'ordine collusi e sù sù, ancora più sù fino a toccare il blu!

Noi cittadini onesti, cresciuti con la Piovra di Michele Placido, ora ci ritroviamo a fare una quotidiana lotta al malaffare: possiamo farlo nel nostro piccolo. Indignandoci, parlando con le persone, cercando di sensibilizzare i più giovani raccontando loro la storia del passato e quella del presente, di chi ogni giorno vive sulla propria pelle lo schifo e la violenza dei mafiosi e dei corrotti. A volte sono la stessa persona.

A chi non conosce i grandi nomi (Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Don Pino Puglisi, Francesca Morvillo, ...), a causa della giovane età o per disinteresse, noi abbiamo il dovere di raccontare queste vite meravigliose spese in nome della giustizia e del diritto fino all'estremo sacrificio. Colpiti in vita e trucidati dalla ferocia mafiosa. Ma non solo. 

Vanno raccontate queste esistenze, vanno commemorate con rispetto, amore, riconoscenza. E quando non ci saremo più noi, andrà fatto ancora molto per crescere generazioni di cittadini consapevoli e pronti a dire "no" di fronte alle "infiltrazioni" della malavita. 

E dopo 28 anni, domani, lo faremo ancora per Paolo Borsellino, Agostino Catalano, Walter Cosina, Emanuela Loi, Claudio Traina, Vincenzo Li Muli. Perché ricordare è fondamentale per cambiare il futuro. Perché, come dice Dacia Maraini, «La memoria è la continuità del tempo, permette alla conoscenza di proseguire».

Quindi raccontare, raccontare sempre. Senza mai stancarsi.
E sicuramente vanno raccontate le storie attuali, magari sconosciute al grande pubblico. Storie di persone normali che non hanno taciuto di fronte alla prepotenza degli estortori di turno, del clan della zona o di fronte ai reati commessi dal politico e dal funzionario corrotto, che pur di guadagnare potere e denaro sporco di sangue, tradiscono il proprio ruolo. 

Nel mio piccolo provo a raccogliere le testimonianze di persone perbene che hanno messo a rischio la propria vita e quella delle proprie famiglie dicendo no alla mafia
Persone grazie alle quali questo Paese può aspirare ad essere migliore: meno sporco, un po' più giusto. Non è facile denunciare in questo Paese, non sempre si è tutelati. Può venir meno l'appoggio di familiari e amici. Si rischia di morire di fame perché si resta senza lavoro. Si rischia l'isolamento. Si rischia di impazzire.
Quello che è accaduto a Gennaro Ciliberto, Daniele Ventura, Jvan Baio (solo per citarne alcuni), potrebbe accadere a tutti noi.

Ma raccontare da fastidio. I "grandi" boss, quelli che lo sono da sempre, se infastiditi o fanno cose eclatanti o tacciono. Ma poi ci sono anche i mafiosetti senza potere reale, mafiosi nell'atteggiamento, invidiosi perché vivono nel sistema e se ne nutrono, senza poter fare carriera. E questi sono infastiditi da chi denuncia il malaffare, da chi lo racconta, da chi non tace.

Questi mentecatti si muovono bene nel silenzio delle tenebre e, magari, sotto falso nome. Sono quasi sempre "coraggiosi temerari" che non ci mettono neanche la faccia! 

Di questi ultimi tempi i leoni da tastiera sono sempre più numerosi. 

A noi piace tanto raccontare e piace molto dare fastidio a chi immette veleno nel corpo del Paese a piccole dosi. 

E per questo ci corre l'obbligo, ogni giorno, di parlare di mafie: è un nostro dovere ricordare chi realmente ha combattuto in prima linea e, oggi, non c'è più. Raccontare, essere al fianco dei magistrati e delle forze dell'ordine impegnati in inchieste difficili che fanno la storia di un Paese devastato dalla corruzione e dalla attività delle associazioni criminali.

Però non basta. Dobbiamo imparare a votare e ad impegnarci per una politica migliore.

E, soprattutto, dobbiamo chiedere verità e giustizia, per le vittime di mafia, per le loro famiglie, per noi cittadini per bene che non abbiamo nessuna intenzione di cedere.
Occorre abbandonare ogni atteggiamento di disaffezione e di disinteresse. Serve scendere in campo, ognuno come può, per lottare contro questo maledetto cancro che porta una doppia firma: la mafia e lo Stato mafioso. 
Per vostro diletto, allego alcuni commenti ad alcuni miei post, da parte di uno dei tanti baronetti acculturati ed onesti che sguazzano nella melma del malaffare.