«Una mente a digiuno», anoressia nervosa tra dolore e speranza

L'Anoressia nervosa tra insidie, contrapposizioni, dolore e speranza in quello che è un vero e proprio viaggio in una mente a digiuno.

«Una mente a digiuno», anoressia nervosa  tra dolore e speranza
L’Anoressia Nervosa (ph istitutobeck.com)

I Disturbi del Comportamento Alimentare rappresentano la patologia psichiatrica dove il confine mente-corpo è più indistinto e, paradossalmente, dove la contrapposizione tra psiche e fisicità è più feroce. Nella maggior parte dei disturbi psichici il corpo rappresenta un’appendice del soggetto, dove lo spazio maggiore è occupato dal pensiero ed al massimo dal correlato fisico dell’emozioni stesse.  Nei disturbi del comportamento alimentare, invece, il corpo non rappresenta la salute e la vulnerabilità individuale, ma lo “strumento” privilegiato di relazione ed accettazione nel mondo.

Nell'ampio spettro dei Disturbi del Comportamento Alimentare, l’Anoressia Nervosa è quello in cui tale contrapposizione tra mente e corpo si fa più evidente. Nel 2020, parlare di Anoressia rappresenta ancora un tabù. Incuranti del fatto che questo disturbo è molto più diffuso di quanto si possa anche minimamente immaginare: si stima infatti che 1 soggetto ogni 50-100 persone ne sia affetto. 

Per questo motivo ho deciso di affrontare l’argomento, portandovi in quello che vuole essere un vero e proprio viaggio in una mente a digiuno. Tra insidie, contrapposizioni, dolore e speranza di una patologia ancora troppo sottovalutata.

Inizierei col chiederci, che cos’è l’Anoressia Nervosa?

Secondo i criteri del DSM - 5, l'Anoressia è un Disturbo del Comportamento Alimentare caratterizzato da:

  • Restrizione dell’apporto energetico relativo al bisogno, che induce un significativo basso peso relativamente all’età, sesso, evoluzione dello sviluppo e salute fisica. Un significativo basso peso è definito come un peso minore del minimo normale o, per i bambini e gli adolescenti, minore del minimo atteso.

  • Intensa paura di aumentare di peso o d’ingrassare, o comportamento persistente che interferisce con l’aumento di peso, nonostante un peso significativamente basso.

  • Anomalia nel modo in cui è percepito il peso e la forma del proprio corpo; inappropriata influenza del peso e della forma del corpo sulla propria autostima, o persistente perdita della capacità di valutare la gravità della attuale perdita di peso.

Paura di ingrassare, rifiuto di nutrirsi, essere magri per forza. L’anoressia nervosa in tre caratteristiche che, nell’accezione comune, ne rappresentano i tratti fondamentali. Quando, un bel po’ di anni fa, affrontammo i Disturbi dell’Alimentazione all’Università, ricordo nitidamente ogni slide che il professore aveva preparato per noi: in ognuna di queste, appariva l’immagine della modella emaciata, senza forme, scheletrica. Il prototipo anoressico, ci dicevano. Ed ecco che subito scattava il pensiero automatico, l’associazione immediata: l’anoressia e i canoni fisici e mediatici che impongono una determinata struttura fisica e a cui la ragazzina di 14 anni, giovane e ingenua, aspira e tende a voler imitare. E il giorno successivo, come per magia, smette di mangiare.

Tutto ridotto ad una questione d’immagine.

E’ ben noto che i canoni estetici che il mondo della moda, ma della televisione in generale, propongono sono tutt’altro che “sani”, ma si può davvero ridurre tutto all’aspirazione ad un fisico da modella? E’ possibile che una malattia così subdola, derivi da un capriccio, da una mera aspirazione a inseguire le mode del momento? Oltre la paura di ingrassare e la ricerca di magrezza estrema, c’è un mondo ignaro ancora a troppe persone. Certo, il “chilo in più” può essere una causa intrinseca alla malattia, ma molto più spesso le origini del disturbo anoressico vanno ben oltre l’aspetto fisico e l’alimentazione.

Fattori biologici, genetici, ambientali, sociali, si intersecano tra loro in maniera del tutto casuale e provocano quella che è la manifestazione, il sintomo più forte della malattia, la magrezza. Magrezza che ovviamente deriva da un evitamento del cibo, ma non ne è di certo la causa scatenante. In realtà, quando si parla di Disturbi del Comportamento Alimentare, pensare di poterne trovare le cause è impensabile. Basterebbe solamente ricordarsi che si tratta di patologie che nascono e coinvolgono la mente, e che quindi vanno ben oltre il desiderio di essere magri per forza.

Il corpo scheletrico è solamente il mezzo per comunicare qualcosa di più profondo, di più intimo. Un urlo a pieni polmoni di una sofferenza interiore che soffoca l’anima e annebbia la mente.

Immaginate di trovarvi in mezzo a tanta gente, e di percepire che nessuno si accorge di voi. Siete diventati d’un tratto invisibili. Sapete di essere lì, lo sentite, ma nessuno, a parte voi, pare accorgersene. Qual è la prima cosa che vi viene in mente di fare? Ovviamente, cercare di attirare attenzioni, di rendervi visibili, di farvi vedere. Bene, una delle cause scatenanti l’Anoressia è la necessità di farsi vedere. Una mancata percezione del valore di sé che si manifesta con la sensazione di essere invisibili e che porta, come conseguenza, la ricerca di auto – rappresentazione, di aiuto.

Come fa una sensazione a trasformarsi in disturbo? Ovviamente, devono per forza esistere dei meccanismi e dei limiti a livello mentale che frenano la persona nel cercare di risolvere il problema semplicemente parlandone. Il sentirsi a volte invisibili, o quantomeno avere la sensazione che chi ci sta intorno non ci dia il giusto valore, è qualcosa che sperimentiamo più o meno tutti, ma non tutti sviluppiamo un disturbo del comportamento alimentare. Ecco che i fattori di varia natura (biologica, ambientale, sociale) iniziano ad intersecarsi e a portare quella stessa persona a sviluppare ossessioni e comportamenti maniacali, in questo specifico caso nei confronti del cibo e del proprio corpo. Queste convinzioni, questi schemi mentali, creano nel tempo un vero e proprio circolo vizioso: la certezza di essere inadeguati, la sicurezza di non poter essere accettati e, spesso, la convinzione di non essere capiti da nessuno.

La persona così si chiude in se stessa, creando un muro con l’ambiente sociale e familiare. La persona resta sola, con il suo corpo, che molto probabilmente già di base non gradisce, accanendosi letteralmente con quel corpo per cercare aiuto, per essere finalmente vista.

Mi sento invisibile. Mi renderò fisicamente tale per farmi notare. Manifestare un dolore a livello fisico, far parlare il proprio corpo invece di aprire bocca.

Quello che rimane all’oscuro di molti è proprio il conoscere e cercare di capire cosa accade nella mente da chi è affetto da un DCA. Non lo sapremo mai.  Certo è che fattori psicologici e psichiatrici intervengono ad alterare la percezione dell’ambiente fisico e sociale che circonda la persona, che appare del tutto alienata e rintanata nelle sue convinzioni. Non credo molto alla predisposizione genetica alla malattia. Credo invece che alcuni tratti di personalità ne siano più suscettibili, e che questi, inserendosi in un contesto sociale “scatenante”, che può essere più o meno grave, porti ad accanirsi verso il proprio corpo, in quella che è una delle patologie più subdole e più complesse sia dal punto di vista psicologico che fisiologico.

A livello fisico, le conseguenze dell’anoressia sono abbastanza note: l’eccessiva magrezza, protratta nel tempo, porta pian piano ad uno scompenso sistemico. Il corpo inizia letteralmente a divorare se stesso, creando problematiche anche abbastanza difficoltose da trattare. E per quanto riguarda la mente? Quali sono le conseguenze psicologiche di un disturbo alimentare? Bella domanda. Le ripercussioni da questo punto di vista sono difficili da interpretare e da determinare con certezza.

Tutto parte dalla necessità di rendere il proprio corpo minuscolo. E l’unico modo per farlo, è quello di diventare maniacali nel controllo del cibo, che finisce per diventare un vero e proprio nemico.

La paura ossessiva del cibo è paradossalmente accompagnata da una fissazione verso il cibo stesso. Una caratteristica comune dei pazienti anoressici è infatti quella di precludere a loro stessi un‘adeguata alimentazione, ma, allo stesso tempo, fissarsi su peso e calorie di ricette, piatti che solitamente cucinano per gli altri con l’idea che, così facendo, anche loro possano ingrassare. La soddisfazione di vedere gli altri mangiare, porta la persona a sentirsi “brava” e meno inadeguata. Chi soffre di anoressia spesso afferma di saziarsi vedendo gli altri mangiare piatti cucinati dalle loro stesse mani.

Quello che però accade nella mente di un soggetto anoressico è l’instaurarsi e il perpetuarsi di una continua lotta contro se stessi: essendo molto informati dal punto di vista dell’alimentazione, sanno benissimo che, ad esempio, la pasta è un alimento del tutto sano, che nella giusta quantità fa solamente bene, ma nel momento in cui ne assaggiano anche solamente un boccone, sopraggiunge la spiacevole sensazione di ingrassare, istantaneamente. E’ una sensazione che non può essere spiegata a parole, e che non è di semplice comprensione. Ma quel boccone di pasta rappresenta per loro un macigno. A quel punto, la soluzione è smettere di mangiarla. E così il pane, i biscotti, la pizza. Tutti alimenti che reputano “ingrassanti” e che escludono categoricamente dalla loro alimentazione, generando una lista infinita di Fear Foods, da evitare a tutti i costi.

Più la lista si allunga, meno saranno gli alimenti concessi, che spesso si riducono a qualche verdura, carne e pesci magri, pochissima frutta, che ovviamente non sono sufficienti per coprire i fabbisogni energetici, portando a quella che è la magrezza, l’emaciazione, il sottopeso; questi, a loro volta, esasperano ancor di più l’atteggiamento nei confronti del cibo e che porta all’instaurarsi di altri comportamenti maniacali e ossessivi: uno studio incessante, spesso senza alcun risultato, una pulizia compulsiva, spesso un abuso di fumo e alcol e, soprattutto, il traguardo del “perfezionismo”, unica “strategia” per essere accettati dagli altri.

Avete presente un cane che si morde la coda? E’ esattamente quello che accade. Controllo sul cibo, perdita di peso, maggior controllo sul cibo, ulteriore perdita di peso.

Un loop infinito in cui il corpo diventa una tela su cui dar sfogo ai pensieri, sempre più distorti e fuori controllo.

Nel momento in cui la perdita di peso diventa importante, il disturbo prende il sopravvento e denota caratterisitche che non sono più del soggetto, ma della malattia stessa. Il soggetto però tende a impersonarlo in tutto e per tutto, riconoscendosi in quel nuovo “Io” e autoconvincendosi di stare bene. 

Il digiuno diventa un punto di forza: resistere alla tentazione di mangiare quel boccone in più, riuscire a saltare un pasto, avvertire la sensazione di fame e ignorarla; queste piccole "vittorie quotidiane" mantengono il disturbo e ne accrescono la gravità di giorno in giorno. L'obiettivo della giornata di un soggetto anoressico diventa "riuscire a mangiare sempre meno"; tutto il resto non conta. Quando si arriva a questo punto, la malattia è già ben radicata.

L’effetto psicologico forse più disastroso, che deriva dall'ossessione e dal controllo maniacale per la forma del corpo e per il cibo, è l‘allontanamento dagli altri: sbalzi d’umore, depressione, ansia e stanchezza, tutte onseguenze del digiuno prolungato, isolano queste persone da qualsiasi interiezione. La mancata voglia di vivere li conduce in un tunnel che si fa sempre più lungo: dal momento che non interagiscono con gli altri, diventano più ossessionate dal loro problema, che si fa insistente e sofferente. E il peso continua a scendere. Ancora e ancora. Perché è l’unica cosa che da soddisfazione: un numero ogni giorno più basso; un osso sempre più sporgente; i vestiti man mano più larghi.

L'allontanamento dagli altri comprende anche il nucleo familiare. In questo contesto, i sintomi della mente a digiuno portano i familiari a domandarsi “che cosa si sia rotto nella sua testa”. La persona in difficoltà diventa quindi materiale di studio e di sconvolgimento degli equilibri familiari, ed il suo comportamento anomalo diviene il crogiuolo della sofferenza familiare e la ragione ultima dell’intervento terapeutico a cui si demanda con disperazione la soluzione di un problema senz’altro complesso.

“Perché proprio mio figlio?” risulta così la domanda che mantiene il genitore, a sua volta, a bocca aperta, nel vuoto di risposte, facendo così da contrappasso alla bocca vuota/piena di cibo del figlio. E mentre la logica del “controllo” occupa l’intera aggiornata della persona anoressica, il nucleo familiare si spezza completamente, sprofondando in un abisso di domande senza risposta, in cui ogni equilibrio viene perso, e nel quale tutto gira intorno a quel corpo fragile e a quella mente vuota.

In tutto questo quadro psicosomatico fatto di digiuni e malumori, si tende a guardare ed esasperare il sintomo, dimenticandosi della vera essenza della malattia: dietro il digiuno c’è infatti fame, ma non di cibo, bensì di amore. Una «fame di rapporti autentici, fame di una vita più piena e ricca di significato».

Il sintomo, paradossalmente, è la cura ad un male di vivere, è il tentativo estremo di sopravvivere, ed è per questo che la persona non può pensare di liberarsene.

La guarigione, dunque, terrorizza. Più di qualsiasi altra cosa. Mentre per un bulimico o un soggetto affetto da alimentazione incontrollata il chiedere aiuto fa parte del processo di liberazione da quello che viene riconosciuto come un disagio, la persona anoressica, facendo un’estrema fatica a riconoscere il problema, difficilmente arriverà di sua spontanea volontà a chiedere una mano per essere aiutata.

Eppure il segreto si trova proprio là, nel momento in cui il soggetto osa fare quello che più lo spaventa; la richiesta d’aiuto esprime il lasciarsi andare ad un gesto di rispetto e d’amore verso se stessi.

La guarigione è possibile, ma solo a partire dalla volontà di abbandonare la prigione del dolore in cui ci si ritrova rinchiusi, per affidarsi a chi saprà ascoltare, comprendere e donare infine gli strumenti utili per tornare a vivere.

Il cambiamento, pertanto, non si concretizza in una rimozione della sofferenza, bensì in una risignificazione della stessa, al fine di dischiudere la possibilità di sperare in una ripresa del cammino della propria vita. L’elaborazione dell’esperienza del dolore, dunque, crea dentro di se' non un vuoto, bensì uno spazio che andrà riempito di emozioni, di nuovi pensieri, di nuove esperienze, di vita, e tutto questo grazie al terapeuta, che con la sua cura trasmette il desiderio di aver cura di se stessi.

La guarigione parte da se stessi, dalla volontà di dire basta ad una vita in compagnia della malattia, per scegliere di vivere «una vita vera non semplice!»; non si può pensare ad una vita priva di dolore e difficoltà ma, grazie alla cura, possiamo ricevere gli strumenti necessari per affrontarli.

L'Anoressia non è dunque un capriccio. Non è voglia di essere magri. Non è incoscienza nel rincorrere modelli sbagliati.

L'Anoressia è una malattia della mente che utilizza il corpo per manifestarsi. Il corpo è solo un mezzo per comunicare il dolore. L'attenzione non va dunque al sintomo, ma alla causa. Per guarire dall'Anoressia c'è bisogno di amore, più che di cibo.