Il collaboratore Mancuso: «Il clan è fortemente legato alla politica e alla massoneria»

Le mafie utilizzano i bambini per fare pressioni, per ricattare, per minacciare gli affiliati che decidono di fare scelte differenti allo scopo di farli desistere. Abbiamo, quindi, provato ad approfondire alcuni aspetti contattando l’avvocato Antonia Nicolini che ha girato le nostre domande direttamente al suo assistito.

Il collaboratore Mancuso: «Il clan è fortemente legato alla politica e alla massoneria»

In un accorato appello inviato alle redazioni dei giornali, tramite il proprio legale, il collaboratore di giustizia Emanuele Mancuso ha chiesto allontanare la figlia (avuta con la ex compagna Chimirri Nensy Vera) dalla Calabria e dalla sua famiglia di origine, il sanguinario e violento clan della ‘ndrangheta calabrese: i Mancuso di Limbadi.

 

Emanuele Mancuso, un “pezzo grosso” (secondo l’ex parlamentare Angela Napoli) all’interno del clan, denuncia il fatto che sua figlia sia rimasta con la madre la quale, nonostante un’apparente adesione al programma di protezione predisposto per i soggetti che si dissociano dalla malavita, continua ad essere in rapporti con la famiglia dei Mancuso. Tali rapporti, che gli inquirenti hanno ricostruito grazie alle numerose intercettazioni tra la donna e il clan, fanno presumere che la scelta di accettare il programma di protezione sia essenzialmente una strategia difensiva per tenere con sé la bambina.

 

Il collaboratore, le cui dichiarazioni sono entrate a far parte anche dell’inchiesta denominata Rinascita-Scott del dottor Gratteri, dice di voler cambiare vita soprattutto per dare alla figlia un futuro diverso dal suo, nato e cresciuto in una famiglia di ‘ndranghetisti dove la violenza, la morte e il denaro sono alla base di tutto.

 

Lui conosce bene le conseguenze per chi sceglie di allontanarsi dal clan e di collaborare con la giustizia. Non esiste più la famiglia, non esiste più il vincolo di sangue, l’“infame” deve essere punito, anche per dimostrare che nulla può scalfire la potenza e lo strapotere della ‘ndrangheta.

Per mafiosi e ‘ndranghetisti il “traditore” che parla con gli “sbirri” diventa altro. Per lui è stata già decisa la condanna a morte. In questa realtà fatta di violenze e omicidi anche i bambini diventano “merce di scambio”.

La sua richiesta di allontanamento della minore dal Vibonese è stata rigettata per ben tre volte dal Tribunale dei minori di Catanzaro. Per adesso la bambina resta con la madre che non si è mai dissociata dal clan.

 

Le mafie utilizzano i bambini per fare pressioni, per ricattare, per minacciare gli affiliati che decidono di fare scelte differenti allo scopo di farli desistere. Abbiamo, quindi, provato ad approfondire alcuni aspetti contattando l’avvocato Antonia Nicolini che ha girato le nostre domande direttamente al suo assistito.

 

Chi è la famiglia Mancuso e cosa rappresenta sul territorio?

«La risposta a questa domanda viene data direttamente dalla esistenza di numerose sentenze, passate in giudicato, che vedono i componenti della famiglia Mancuso condannati per gravi reati quali usura, estorsione, narcotraffico, omicidi, ecc, ecc. (a titolo di esempio cito l’operazione Tirreno, l’operazione Dinasty, l’operazione Genesi, l’operazione Batteria, l’operazione Gringia, e tante altre).

Non si può non menzionare la circostanza che Pantaleone Mancuso, classe ‘61, alias "Scarpuni" sta scontando l'ergastolo ai 41bis; Giuseppe Mancuso, classe’ 49, alias "mbrojja", condannato per omicidio, è detenuto al 41 bis; Cosma Mancuso, alias Michelina, condannato per omicidio, è attualmente detenuto.

Inoltre, da ultimo, è risaputo che la nota operazione denominata "Rinascita Scott", il cui processo è in fase di trattazione, ha acclarato il forte legame della famiglia Mancuso con gli ambienti politici e la massoneria deviata. Una semplice ricerca su google consente, anche al semplice cittadino, soggetto che non si reca nelle aule di giustizia, di appurare l'ingerenza della famiglia Mancuso nelle attività economiche/imprenditoriali della Calabria e non solo.»

 

Cosa significa, secondo la mentalità mafiosa, “tradire” la famiglia.

«Tradire significa “ingannare qualcuno o violare un patto, venire meno a un obbligo vincolante, alla fede data”. “Tradire la famiglia”, se intende famiglia/cosca di ‘ndrangheta, significa andare contro quel sistema comportamentale imposto sin dalla nascita.
Personalmente, com’è notorio, non mi sono mai adeguato a quel sistema tant’è che ero considerato il “figlio ribelle”, di Pantaleone Mancuso alias “L’Ingegnere”, proprio per il mio modo di agire che non rispecchiava, alla perfezione, i canoni ‘ndranghetistici.
Appunto per questo, una volta raggiunta la consapevolezza che quel mondo non mi apparteneva, ho fatto una scelta di vita sul percorso della legalità. In questa decisione, con grande rammarico, non sono stato supportato dalla mia “famiglia” , intesa in senso stretto, ossia dalla mia compagna, Chimirri Nensy Vera, con cui convivevo da circa 8/9 anni e con la quale eravamo in attesa della bambina. Sebbene mi abbia “tradito”, violando cioè il nostro intenso e forte legale sentimentale, nei suoi confronti non ha mai nutrito rancore. Naturalmente una volta confermato il mio percorso
collaborativo, con la sottoscrizione del verbale illustrativo, nei 180 giorni, mia figlia, per la tutela della sua incolumità fisica, non poteva continuare a vivere sul territorio vibonese tant’è che, il Pubblico Ministero Minorile, “esclusivamente per il bene e nell’interesse della minore”, nel mese di febbraio o marzo 2019, non ricordo precisamente, ha avanzato al Tribunale per i Minorenni di Catanzaro richiesta di immediato allontanamento dal territorio calabrese e dalla famiglia “Mancuso”.»

 

Come legge la scelta della compagna di Mancuso di aderire al programma di protezione.

«Solo strumentale in quanto l'attività investigativa versata dall'Ufficio di Procura, Direzione Distrettuale Antimafia di Catanzaro - intercettazioni, messagistica - nel procedimento penale a carico dei miei congiunti e della Chimirri Nensy Vera, RGNR n. 3422/2019, dà atto che è stata una decisione assunta dalla mia famiglia di origine per non perdere il controllo sulla bambina

 

Può spiegare meglio l’accusa (“sul libro paga della cosca”) rivolta all’avvocato Naso?

«Si tratta di una constatazione di fatto in quanto dalle intercettazioni emerge il ruolo rivestito dallo stesso il quale, pur essendo il difensore della Chimirri Nensy Vera nel procedimento, presso il Tribunale dei Minorenni di Catanzaro, che riguarda mia figlia, violando il segreto professionale, si interfaccia con Del Vecchio Rosaria Rita e Mancuso Desirè, membri della famiglia Mancuso alle quali riferisce l’esito delle udienze e ne percepisce i compensi.»

 

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