Senza la voce delle vittime e degli esclusi non c’è futuro per la società

Il filo rosso dell’esclusione e della marginalità che unisce le recenti elezioni amministrative italiane e la cop26 di Glasgow.

Senza la voce delle vittime e degli esclusi non c’è futuro per la società
il sit in della Rete dei Numeri Pari ad Asti

Il mese di Ottobre è iniziato con le elezioni amministrative in tante città italiane e si è concluso con l’avvio della Cop26 a Glasgow. Nel mezzo altri appuntamenti più o meno noti, più o meno frequentati. Tutti apparentemente slegati ed invece legati da una narrazione e da un filo rosso che ci racconta la società ai tempi della pandemia, e le macerie dell’emergenza, più di qualunque discorso, analisi, riflessione, dibattito, trattato.

La partecipazione, anzi la non partecipazione, alle elezioni amministrative di quest'anno racconta di un’astensione sempre più maggiore, con numeri drammatici nelle periferie delle grandi città e nei centri medio-piccoli. Nei giorni immediatamente successive tante possibili spiegazioni, tante ricerche di motivazioni si sono intervallate.

Si è fatto riferimento alla disaffezione alla «politica», alla credibilità di questo o quel leader politico, ai processi e alle contorsioni interne ai vari partiti dell’arco parlamentare. Fulcro di tutto, inutile girarci intorno, i cosiddetti «palazzi del potere» e i grandi centri. Urbani, politici, economici, sociali. E un corto respiro che tornava indietro al massimo agli ultimi anni e avanti ai prossimi due. Ma giusto perché ci sono due scadenze considerate imprescindibili, centro appunto di tutto: le manovre per l’elezione del prossimo Presidente della Repubblica e per le prossime elezioni parlamentari.

Ma è veramente solo e soltanto questo il fulcro di tutto? Veramente i centri sono, scusate il gioco di parole, il centro di ogni spiegazione e processo? Ci sia permesso di dubitare. Perché la circostanza di un mese iniziato con amministrative scarsamente partecipate e dell’avvio della cop26 racconterebbero una realtà più complessa e più ampia. Quella delle macerie della pandemia e di un sistema sociale, economico e politico molto più radicato e antico su cui abbiamo iniziato a soffermarci in questi giorni.

Oltre le Ztl della partecipazione politica e del dibattito confindustriale, economico e asociale esiste un mondo sempre più immenso. Quello degli esclusi, degli emarginati, delle vittime di una società della quale subiscono gli effetti senza poter incidere. E l’Italia della politica e dei «grandi partiti», delle elezioni e delle manovre dei potentati è plastica rappresentazione del mondo in cui viviamo. Quello che scopriamo, o meglio si fa finta di scoprire, in maniera sempre più chiusa, autoreferenziale, asfittica, egoistica.

Lo vediamo ogni volta che il mondo al di fuori delle patriottiche mura bussa alla nostra porta. Le guerre e i cambiamenti climatici, il dramma dell’impoverimento e del diritto alla salute cancellato per miliardi di persone come vengono affrontate? Troppo spesso nella maniera più provinciale, anti-scientifica (basti pensare a certi titoli di giornale o dichiarazioni politiche sui rifugiati climatici), senza orizzonti oltre il proprio orticello possibile. Mentre nel resto del mondo, come abbiamo ricordato di recente, i cambiamenti climatici e le sue mortali conseguenze trovano spazio ed eco ben poche tracce se ne trovano nel fu Belpaese.

E quando avviene è più facile che sconfortino e suscitino vergogna che riflessione vera. Schiacciati da una concentrazione mass mediatica che risponde agli interessi di ben precise lobby industriali e una classe politica sempre più socialmente escludente che alla stessa è legata con tripli e quadrupli cordoni. E così sempre più voci, sofferenze, dolori, ingiustizie, sono taciute e non hanno cittadinanza. Costruendo la narrazione di un Paese dove la povertà e la disoccupazione sono colpe, dove se non ti puoi permettere un certo tenore di vita e non lavori l’unico responsabile sei tu, dove è scandaloso sostenere economicamente chi sopravvive e non ci si deve neanche permettere di criticare o mettere in discussione il sussidistan perpetuo per le grandi industrie, anche se inquinano, devastano, incatenano l’economia e la società generale a quel modello energetico fossile che sta mettendo a rischio il futuro e il presente.

Il dibattito, o supposto tale, mediatico e politico sforna ore e fiumi d’inchiostro sulla partecipazione ma qualcuno si è mai domandato come un malato di cancro o di altra malattia allo stato terminale potrebbe partecipare alla vita pubblica, interessarsi delle sorti del Paese ed essere protagonista di elezioni e non solo? Chi è confinato con gravi disabilità in case fatiscenti e non attrezzate? Come potrebbero le vittime di tratta e gli schiavi dei caporalati? I senza fissa dimora e i più impoveriti tra gli impoveriti? Chi vive in territori dove il racket delle case popolari, o altre mafie, decidono le sorti dei quartieri costruendo sistemi sociali di degrado, sopraffazione, iniquità? E l’elenco potrebbe continuare per pagine e pagine.

Proiettato a livello mondiale, pensando per esempio in queste settimane alla cop26, la faglia e l’escludere delle mura d’acciaio diventano ancora più drammatiche e tragiche, consegnando miliardi e miliardi di persone all’invisibilità, al silenzio, alla non esistenza. La pandemia e le sue macerie, ancora più drammatiche e distruttrici se proviamo ad alzare lo sguardo oltre il Mediterraneo e l’Atlantico per esempio, hanno acuito e stanno strutturando e rendendo apparentemente inscalfibile quel modello globale a cui Alexander Langer (ma chi lo conosce oggi? Quanti realmente lo ricordano?) si rivolgeva nel 1994 chiedendo di silenziare gli altoparlanti e lasciare voce ai «piccoli della terra». Dovrebbe essere la sfida politica e sociale fondamentale ancor di più oggi, rendendo visibili gli invisibili, pari i dispari della Terra. Alle latitudini globali e accanto a noi.

Sono riflessioni e provocazioni davanti cui una speranza  nel futuro, tutto da costruire e su cui impegnarsi, e di politica altra e alta sorge in occasioni come le tantissime iniziative che, in questo mese di Ottobre, hanno unito città e regioni in occasione della Giornata Internazionale per l’eliminazione della povertà – nel tempo in cui l’impoverimento appare sempre più ineluttabile ed avanza ad ogni livello – con la Rete dei Numeri Pari http://www.numeripari.org/  e le tantissime associazioni, comitati, movimenti che vi aderiscono. Senza arrendersi mai all’ingiustizia e alle mafie, ai fascismi vecchi e nuovi e alle ingiustizie strutturali di questa società.

Con uno sguardo realmente, profondamente, glocale, che guarda oltre ogni mura abbracciando il mondo globale e camminando con i lavoratori, i disoccupati, le vittime, gli emarginati, i sofferenti accanto a noi.

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