Arresti Autostrade, il testimone: "Avevo già fatto i nomi nel 2011"

L'INTERVISTA AL TDG. «C’è stato alla fine anche molto vuoto della politica intorno a me. Quando sono andato al Ministero dell’Interno, qualcuno con una risatina mi ha detto pure di andare da uno psicologo perché in Italia i ponti non cadevano. Poi i ponti sono cominciati a cadere.»

Arresti Autostrade, il testimone:

«E' stato un giorno di vittoria, perché mandare agli arresti questi personaggi significa finalmente aver chiuso un ciclo».

Sono parole liberatorie quelle di Gennaro Ciliberto, all’indomani della notizia delle sei misure cautelari eseguite dalla Guardia di Finanza al termine di uno dei tre filoni d’inchiesta avviati dai pm di Genova in seguito alla tragedia del crollo del ponte Morandi. Ad essere colpiti gli storici vertici della società Autostrade: l’ex amministratore delegato Giovanni Castellucci, l’ex responsabile manutenzioni Michele Donferri Mitelli e l’ex direttore centrale operativo Paolo Berti. Tutti e tre agli arresti domiciliari. Misure interdittive di un anno, invece, quelle disposte nei confronti dei dipendenti Stefano Marigliani, Paolo Strazzullo e Massimo Miliani.

Eppure, questi ed altri nomi Gennaro Ciliberto li aveva già fatti. Ex responsabile della sicurezza in un appalto affidato dietro mazzetta da Impregilo-Anas a una ditta riconducibile alla famiglia Vuolo, a sua volta collegata al clan camorristico D’Alessandro di Castellammare di Stabia, da dieci anni riveste lo status di testimone di giustizia.

È lui a denunciare e provare con puntuali riscontri documentali anomalie costruttive e criticità strutturali dell’opera in questione: nientemeno che la passerella ciclopedonale SS36 a Cinisello Balsamo.

«La questione delle anomalie costruttive in autostrada si ripete per molti anni. Nel 2010, quando sono venuto a conoscenza che molte certificazioni venivano alterate o addirittura i controlli non venivano eseguiti sui cavalcavia, ho raccolto le prove e portato tutto all’autorità giudiziaria».

Alla passerella vengono apposti i sigilli. Si apre un processo che arriva nel giugno 2016 a riconoscere la piena responsabilità di Mario Vuolo, amministratore di fatto di Carpenfer Roma Srl, e di Ernesto Valiante, gestore di Italsoa Spa, per false certificazioni.

E così, pur consapevole dei rischi che corre, Gennaro decide di continuare a collaborare. Consentendo agli inquirenti di intervenire e mettere in sicurezza con sequestri e blocchi di viadotti pericolanti come il cavalcavia di Ferentino, guardrail del tipo ‘new jersey’ risultati (sempre documenti alla mano) cedevoli o mal costruiti e barriere fonoassorbenti del tutto inadatte, come nel caso dell’A22 del Brennero.

Ma i vertici più importanti, nonostante le reiterate denunce di Gennaro, in tutti questi anni restano per qualche misterioso motivo al loro posto: «La potenza di Aspi, che ha un titolo quotato in borsa, e una rete di aziende che certificano, tra cui una sua consociata, che è la Spea, hanno permesso negli anni di coprire queste anomalie costruttive. Dopodiché il problema è un modus operandi di corruttela: sappiamo bene che quello che è adesso incardinato a Roma è un processo su fatti di corruzione tra aziende che svolgevano i lavori e funzionari di Aspi e della consociata Pavimental».

Per tutto questo tempo le ‘alte sfere’ di società come Aspi hanno potuto beneficiare di una rete di impunità diffusa: questi signori «per anni hanno mosso i fili per impedire che le indagini partite dalle mie denunce andassero avanti. Non è possibile che si sia un processo [quello di Roma, ndr] che dura da sette anni e in cui ad ogni udienza c’è un rinvio, un intoppo, un errore di notifica…».

Intanto, però - Gennaro ne è convinto - con il caso Genova una svolta c’è stata.

Perché questo caso è così emblematico?

«È emblematico perché vengono coinvolti personaggi che io avevo già denunciato nel 2011. Né ancora oggi riesco a capire perché, nonostante le attività investigative, le intercettazioni, etc. persone che oggi sono state arrestate o sono imputate a Roma nel corso degli anni, dal 2011 fino al crollo del ponte Morandi, hanno continuato a fare carriera, e a fare parte del management Aspi, addirittura ricoprendo cariche importanti. Non è normale, in questi casi, anche nel dubbio che si sia o no commesso reato, essere garantisti fino al terzo grado di giudizio: quantomeno la proprietà Benetton avrebbe dovuto sospenderli, oppure sollevarli da posti di comando. Invece questo non è avvenuto. Abbiamo dovuto aspettare non solo che il ponte crollasse, ma anche che molti atti venissero alterati e che altre certificazioni venissero falsificate.

E questo è avvenuto nel corso degli anni: non ci dimentichiamo che grazie a una mia denuncia in Italia per la prima volta veniva sequestrato dalla procura di Roma il cavalcavia di Ferentino sul tratto della A1 - cosa mai avvenuta - con la chiusura totale dell’Autostrada nei due sensi di marcia: questo è l’emblema di quello che succedeva in autostrada. Il cavalcavia poi è stato completamente rifatto, ha subìto limitazioni di transito a livello di peso degli automezzi.»

Come Ferentino?

«Come Ferentino, come Capannoli, come Cassino, come Santa Maria Capua Vetere e tanti altri cavalcavia. Perché oggi è vero che le inchieste e gli arresti scaturiscono dai casi di barriere fonoassorbenti e new jersey, ma si tratta anche di capire come fare perché questa gente vada sotto indagine. Parliamo di persone molto forti. Durante tutte le mie vicissitudini ho visto cambiare governi, abbiamo avuto Ministro delle Infrastrutture Del Rio, Toninelli, Lupi… Ma nessuno mai ha cercato di capire cosa non funzionasse in Autostrade. Perché vi era - e spero ancora non vi sia - un meccanismo di corruzione e di infiltrazione della criminalità organizzata: un modus operandi che non permetteva che il piano di tutela per gli automobilisti fosse rispettato… parliamo non di un cavalcavia senza autocertificazioni e mal curato: parliamo di un caso di attentato alla sicurezza dei trasporti (perché sappiamo benissimo che un’opera che crolla può causare tantissime vittime).

Che cosa possiamo fare di fronte a questo modus operandi?

«Dobbiamo cercare di far capire ai cittadini che, finché non cambierà la mentalità nella gestione del bene pubblico, nell’essere parte di un sistema di corruzione o di una tendenza comune a fare carriera, allora non si potrà uscire da questo male. Se siamo in una situazione in cui chiunque si opponga viene punito, vuol dire che la società non è fatta per aiutare una persona come me. Allora ero io il cattivo, e loro i buoni. Ora loro sono stati arrestati.

Ma io non ho commesso nessun reato: io sto pagando finalmente un servizio che, nel mio piccolo, ho reso alla giustizia e ai cittadini italiani. Ma una cosa non bisogna dimenticare: è la corruzione il vero male che danneggia la gestione sia del bene pubblico che del bene privato. Parliamo di danni da milioni di euro, ma anche a livello psicologico dobbiamo cercare di capire perché un manager di tale livello si spinga a fare cose del genere quando ha incarichi che gli fruttano remunerazioni da milioni di euro?»

E quanto ai Benetton?

«La proprietà dei Benetton non sapeva nulla? Nel caso della società Atlantia erano così lontani? Adesso, finalmente, Giovanni Castellucci (ex ad) si sta assumendo le sue responsabilità penali riguardo a tutto ciò che è successo, ma non che adesso basti solo cambiare ad e dimenticare tutto.»

E comunque la revoca è molto difficile che avvenga, date le penali miliardarie che lo Stato dovrebbe pagare e i crediti milionari che le banche non riuscirebbero a riscuotere…

«La revoca di autostrade non avverrà mai: perché oggi lo Stato italiano, la P.A., non è capace di gestire la rete autostradale con un meccanismo come Autostrade. Quindi, da una parte lo Stato chiede risarcimenti e revoca della concessione, dall’altra, con gli ultimi arresti, ha di fronte a sé fatti gravi - quante volte il Presidente del Consiglio e il Ministro Toninelli hanno detto “ci vogliono le prove, ci vogliono le prove”… Adesso ce le hanno, hanno le intercettazioni, hanno i documenti contenuti nelle mie denunce alle varie procure, da Roma, a Venezia, a Campobasso…»

Visto che parli di un modus operandi diffuso nel sistema delle concessioni pubbliche di Autostrade, nel filone d’inchiesta sul crollo del ponte Morandi era stato acquisito nel febbraio scorso un verbale del 2013 in cui già denunciavi questi fenomeni, giusto?

«Sì, ma non solo: la procura di Genova ha delegato la pg a prendersi tutti i fascicoli dell’attività investigativa, perché alla fine i nomi sono sempre quelli: quando ho detto che Michele Donferri Mitelli era stato corrotto, e davo per certo che Castellucci sapesse che l’ing. Vittorio Giovannercole (altro imputato a Roma) commettesse degli illeciti, quasi non mi hanno creduto. Perché durante le indagini ci sono stati degli errori, mancavano delle intercettazioni. Cosa che non è accaduta nel corso dell’indagine di Genova. Se io nel 2011 avessi trovato un pm come quello di Genova e un ufficiale come il colonnello della GdF di Genova, forse oggi - anche se il mio percorso sarebbe cambiato - non saremmo qui a piangere le morti del ponte Morandi...»

Nel merito delle accuse che vengono mosse agli arrestati - attentato alla sicurezza dei trasporti e frode in forniture pubbliche - si trattava, potremmo dire, dell’incuranza dolosa della pericolosità di queste barriere fonoassorbenti. In cosa consistono questi profili penalmente rilevanti?

«Il pericolo c’è sicuramente, ma non solo. Io ho bloccato un appalto da 4 milioni e mezzo sulla A22 Autostrada del Brennero: si trattava di barriere fonoassorbenti che sarebbero risultate inutili sotto il profilo dell’efficacia, dato che non creavano le condizioni per attutire i rumori nei centri abitati. Un appalto di 4,5 milioni! Questa è frode.

Le stesse barriere fonoassorbenti inutili installate sulla tangenziale di Napoli - dove ho denunciato e sono poi stati fatti degli interventi - erano realizzate in maniera ‘anomala’. Oggi ci ritroviamo con tre categorie merceologiche: new jersey (fatti male dalla camorra e da me denunciati), barriere fonoassorbenti e viadotti. Il meccanismo gira tutto attorno a questo. Tutto il business delle fraudolenze, dei mancati controlli, illeciti, anomalie costruttive gira attorno a queste tre cose.»

Ecco perché le opere pubbliche in Italia sono più costose che nel resto d’Europa…

«Autostrade è proprio questo. Non potremmo mai ad andare a fare un’indagine - che anche andrebbe fatta - sul manto di asfalto realizzato dalla Pavimental… Piuttosto, ci troviamo di fronte a delle barriere new jersey non controllate, fatte male. Così nel caso della tragedia di Avellino, ad Acqualonga: precipita questo Pullman, ci sono 40 persone morte, viene avviata un’indagine, e nel frattempo i manager di Autostrade cercano di inquinare le prove, e ci riescono.

Tant’è vero che, in un primo tempo, Castellucci ne esce pulito, per poi finire sotto processo a causa delle pressioni. Anche perché in Autostrada loro, col potere del denaro, cercano sempre un “capro espiatorio”, che si prenda le colpe anche oggettive e materiali di mancato controllo, per andare in galera, e pagare tutto lui. Ma pensiamo anche ai new jersey realizzati in Toscana, quelli realizzati dalla camorra, sul tronco di Genova. Poi abbiamo il viadotto di Ferentino, abbiamo il crollo del casello di Cherasco, lo stesso viadotto di Genova, il carcere di Larino. Qui c’è anche un discorso di business della manutenzione: fare manutenzione sulle carceri costa 50 euro, farla realmente costa milioni. Un viadotto non controllato poi può avere problemi nel tempo: un ponte di Ferentino fatto già male, nuovo, che si sarebbe dovuto fare rispettando buoni criteri, ma che non viene mai edificato. Quindi i documenti sono falsi.

E l’autorità giudiziaria, che ha accolto la mia denuncia, ha accertato che quel ponte era fatto male. Oggi il ponte Ferentino, se non fosse stato rifatto, magari tra qualche anno sarebbe potuto cadere causando altre morti. Ma avremmo dei documenti che parlano di una progettazione fatta bene, e di un controllo fatto in contraddittorio per bene con la direzione dei lavori: tutto falso.»

Ma cosa sta dietro questi omessi controlli, queste omesse manutenzioni, queste certificazioni false oltre agli accordi corruttivi, alle mazzette che girano?

«C’è molto di più: c’è come una scala gerarchica, una voglia fare carriera, e chi non si allinea viene tagliato fuori. Questa è la cosa grave. Ma un altro punto bisogna valutare in maniera analitica: Atlantia è una società quotata in borsa. C’è un azionariato di maggioranza che è di proprietà dei Benetton, e poi c’è un azionariato che viene messo in borsa e acquistato. Noi oggi non sappiamo chi sono i detentori delle azioni del gruppo Atlantia. Potrebbero essere magistrati, ufficiali delle forze di polizia, politici. Una revoca della concessione ad Autostrade o un’indagine farebbe crollare la quotazione del titolo in borsa. E quindi le persone che detengono quel titolo vedrebbero dimezzato o annullato il valore nominale dell’azione.»

tratto da Antimafia2000

È qui che s’innesta il discorso dei “poteri forti”, come quando le era stato revocato il programma di protezione testimoni?

«Dopo la trasmissione di Report [a dicembre 2018, ndr], due erano i metodi: o uccidermi, o intervenire con i poteri forti. Loro sono intervenuti con i poteri forti. È vero che poi ho riacquistato la tutela. Ma è abbastanza chiaro che a una persona come me che, dopo aver fatto nomi e cognomi, si vede revocata la tutela, il messaggio è sembrato chiaro: il messaggio che avrei dovuto stare zitto. Mi sarei aspettato una querela, che non è mai arrivata. Ma parliamo di persone potentissime, che avrebbero potuto salvaguardare il loro nome farmi passare per millantatore o calunniatore, ma non l’hanno mai fatto. Perché temevano che si potesse aprire un processo in cui avrei potuto portare delle prove. Poi, finalmente, gli orologi [regalie ricevute dai dirigenti, ndr] sono stati trovati. La perquisizione si sarebbe potuta fare. Avrebbero potuto dire “va bene, Ciliberto si è sbagliato”, se andando a fare la perquisizione non avessero trovato gli orologi. Invece gli orologi lì c’erano, ma non li sono andati a trovare. Perché? Che cosa è successo? In quegli anni in cui parlare di concessioni in autostrade, di anomalie, di infiltrazioni, sembrava un tabù. Sembrava quasi che nessuno mi credesse.»

A questo meccanismo, come si agganciano le infiltrazioni?

«Lo scenario è questo: una ditta già in passato interdetta per mafia, documenti firmati da un dirigente di autostrade, il dott. Bianchi. Si rivaluta su input di funzionari di Autostrade, oggi imputati, di affidare a un’altra ditta in modo tale che incomincia lavorare, con tutti i personaggi che ci stavano dietro… Più che infiltrazione camorristica io la chiamerei la “chiamata della camorra”. Nel senso che l’infiltrazione camorristica è quella che si insinua nel tessuto economico sano, mentre la “chiamata” è l’esatto opposto: sono questi funzionari adesso imputati ad aver ‘invitato’ i camorristi… Se si crea una ditta gialla, che viene interdetta per mafia, e quindi chiude; poi si apre una ditta rossa che ha stessi numeri di telefono e stesse persone della ditta gialla, e quando chiude si fa lo stesso con la ditta verde, è chiaro che c’è stata una collusione a livello dei vertici di Autostrade coinvolti in qualche giro di mazzette. Ma la cosa ancora più grave è che, anche in tempi depressi di mercato, la camorra pur di avere soldi riusciva a lavorare realizzando opere scadenti con un giro di soldi e di fatture legali che poi ha portato a tutte le morti che sappiamo

Purtroppo, i danni causati nel corso degli anni da questi soggetti non si possono cancellare con qualche arresto.

«C’è stato alla fine anche molto vuoto della politica intorno a me. Quando sono andato al Ministero dell’Interno, qualcuno con una risatina mi ha detto pure di andare da uno psicologo perché in Italia i ponti non cadevano. Poi i ponti sono cominciati a cadere».

 

RIPRODUZIONE RISERVATA © Copyright WordNews

 

LEGGI ANCHE: 

IL SIT-IN DEL TESTIMONE DI GIUSTIZIA

Nessuno tocchi il tdg Gennaro Ciliberto

Appalti e camorra, tutti rinviati a giudizio

Rinviata l’udienza sui lavori pubblici effettuati dalla camorra

Svelata la corruzione in Autostrade. Il 9 gennaio l’udienza a Roma Il testimone di giustizia: “ora ho paura”

 

Dopo la puntata di Report revocata la scorta al testimone di giustizia Gennaro Ciliberto

Ha svelato la corruzione in Autostrade: “Ora ho paura. Sono nel mirino del clan D’Alessandro: hanno giurato di spararmi in testa”

 

Autostrade abruzzesi, il problema è il traffico?

Autostrade abruzzesi: tra caos traffico e possibili nuove inchieste