Colletti bianchi e memoria corta

La gestione della cosa pubblica è sentita “altro“ , qualcosa in cui non riporre fiducia o attenzione , men che meno stima.

Colletti bianchi e memoria corta
Foto d'archivio

Che strano paese il nostro. Siamo così arrabbiati con la malapolitica da arrivare a punte di astensionismo sempre più alte, sfiorando in alcuni passaggi elettorali addirittura il 50%. Siamo così indignati e detestiamo cosi tanto la classe dirigente, da attribuire alla parola “politica“ una accezione quasi sempre negativa. Non manca mai, nei discorsi del cittadino medio, l’accostamento fra le parole politici e ladri, politici e corruzione, politici e malaffare.

E se a livello nazionale la partecipazione attraverso il voto, o la semplice informazione su ciò che accade nel paese, diventa sempre più improbabile, a livello locale i cittadini non partecipano alla politica del territorio e spesso le sedute del Consiglio comunale, pur se aperte alla cittadinanza, solo raramente registrano la presenza dei cittadini: la gestione della cosa pubblica è sentita “altro“ , qualcosa in cui non riporre fiducia o attenzione, men che meno stima.

Poi sono arrivati gli anni Novanta, gli anni di Tangentopoli e dell’inchiesta denominata Mani Pulite. Con la scossa: il paese sembrava in qualche modo essersi risvegliato dal lungo letargo. I giudici di Milano erano i nuovi eroi: Antonio Di Pietro, Piercamillo Davigo, Gherardo Colombo erano i tre moschettieri arrivati a salvare la Patria. E così, se per quella parte malata del paese erano giustizialisti e “manettari", la gran parte del popolo italiano inneggiava ai tre magistrati sperando che questa nuova ondata di giustizia e pulizia avrebbe riconsegnato un paese degno di essere amato, spazzando via la partitocrazia, il sistema delle mazzette, i vecchi detentori di un potere ormai arrivato al collasso. Dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio del ‘ 92, i giudici di Milano erano diventati riferimento per intere generazioni, soprattutto per i ventenni di allora, un esercito infinito di “dipietrini“ , come spesso racconta lo stesso Di Pietro, quando parla del boom di iscrizioni a giurisprudenza proprio in quel periodo.

Una fame di giustizia e di pulizia percorreva il paese una volta scoperchiato il pentolone del decennale malaffare. Quando poi, quell'onda di GIUSTIZIA si fece inarrestabile allora il sistema che di corruzione, che si alimentava di mazzette e privilegi, iniziò a ribellarsi: venne persino messa a rischio la vita dei magistrati di Milano, soprattutto di Antonio Di Pietro, simbolo di quella stagione. Fu bersaglio di attacchi violenti e di accuse infondate che miravano a distruggere tutta l'inchiesta. Come è finita lo sappiamo bene e ce lo ricordano quelli che ancora oggi, senza vergogna, pronunciano frasi del tipo «Il paese lo hanno rovinato i giudici di Milano», che poi erano pubblici ministeri e non giudici, ma questa è un’altra storia.

In questi venti anni il sistema corrotto di tanta politica e imprenditoria si è chiuso a riccio per difendere i propri interessi e salvaguardare una modalità che con il tempo ha ripreso vigore: siamo uno dei paesi più corrotti del mondo dove le mazzette si sono fatte “intelligenti“, non più semplice scambio di denaro (facilmente rintracciabile), ma attribuzione di appalti e concessioni varie. Siamo un paese dove la politica è autoreferenziale, spesso sorda alle istanze dal basso, un paese in cui i “colletti bianchi" riescono a cavarsela quasi sempre, a differenza dei poveri cristi che restano spesso senza tutela. Due notizie di questi giorni fanno comprendere bene come la maggioranza del paese, stordita da slogan privi di contenuti e tenuta a bada da paure inesistenti, sia assolutamente anestetizzata difronte allo schifo che si perpetua sotto il proprio naso: la questione vitalizi da una parte e la gravissima sentenza della Corte Costituzionale, con la quale si dichiara incostituzionale il decreto Spazzacorrotti, nella parte in cui prevede la retroattività del divieto di pene alternative al carcere a chi sta scontando una condanna per reati legati alla corruzione, come avviene già per reati di mafia e terrorismo.

Questo significa che in caso di condanna per reati di corruzione o reati gravi contro la pubblica amministrazione, commessi prima della legge (31 gennaio 2019 ), non sarà possibile la retroattività. Parlamentari che fanno ricorso contro il taglio del vitalizio e amministratori pubblici condannati per reati gravi trattati con i guanti. E pochi si indignano.

Scrisse una volta Borrelli, il procuratore capo del pool milanese:”Compito ineludibile dell'uomo è cambiare il mondo“. In questi giorni, a Milano, si sta discutendo se intitolare una piazza a Craxi, il latitante con i conti miliardari all'estero. La storia poco insegna. La memoria è troppo corta.