Donne che fustigano le donne

Le donne di fede islamica, specialmente nelle realtà rurali dei villaggi sperduti nell'entroterra dei paesi arabi, sono considerate alla stregua delle bestie: non hanno diritto di parola, non possono andare a scuola e sono costrette a sposarsi in giovanissima età.

Donne che fustigano le donne

Corano, Sura XXIV, versetto 2: “Flagellate la fornicatrice e il fornicatore, ciascuno con cento colpi di frusta e non vi impietosite (nell’applicazione) della Religione di Allah, se credete in Lui e nell’Ultimo Giorno, e che un gruppo di credenti sia presente alla punizione”.

Immaginate la storia. Darma e Dian (nomi di fantasia) si sono rifugiati in quella camera d’albergo per amarsi, per concedersi qualche ora di piacere lontano da tutto e tutti. Quella stanza è diventata per qualche ora la loro alcova segreta e per un po’ il mondo appartiene solo a loro. La loro felicità tuttavia dura poco, un paio d’ore al massimo: una volta fuori dall’albergo i due amanti fingono di non conoscersi. Sono costretti a farlo perché Darma e Dian non sono sposati e, nel loro paese (l’Indonesia), avere rapporti sessuali al di fuori del matrimonio, oltre ad essere considerato un grave peccato, è un reato punito dalla legge con 50 o 100 frustate, in ragione della gravità della colpa commessa. Darma e Dian sono ben consapevoli di tutto ciò, ma la forza dell’amore e del desiderio hanno la meglio sulla prudenza. A Banda Aceh però (piccolo villaggio in cui entrambi risiedono) le voci corrono veloci e i pettegolezzi arrivano all’orecchio della polizia: Darma e Dian vengono colti sul fatto, in “flagranza di reato”. Entrambi sono tratti in arrestato ma Dian se la cava con una “sgridata”: in fondo è un uomo, a lui è concesso e perdonato tutto. Ma a Darma, in quanto donna e peccatrice, tocca la sorte peggiore: giudicata dal tribunale come adultera che ha violato i sacri precetti della Sharia, è condannata alla pubblica fustigazione. Nessuna delle donne del villaggio ha preso le difese di Darma (nemmeno i suoi familiari), e come potrebbero d’altronde? Sono state cresciute e plasmate secondo i rigidi principi dell’Islam, fanno parte di loro e pertanto ritengono la punizione più che normale e giusta: Darma ha sbagliato, Darma pagherà. Anzi, se potessero punirla con le loro mani lo farebbero, perché Darma con la sua colpa ha macchiato l’onore di tutte le donne del villaggio: le ha rese vulnerabili, le ha esposte. Il giorno dell’esecuzione della sentenza una folla di donne festanti ed eccitate (armate di cellulari) si riunisce nello spiazzo dedicato alle fustigazioni: i loro sguardi freddi, severi e senz’anima scrutano la giovane Darma che siede inginocchiata al centro di una specie di ballatoio. Anch’ella è vestita di bianco: ha il volto basso, completamente coperto. L’attesa è snervante, ma ben presto diverse guardie si avvicinano alla prigioniera: tutti uomini, eccetto una. Una donna. La fustigazione di Darma, infatti, è stata affidata ad una guardia di sesso femminile: sarà lei a sferzare la frusta sulla schiena della povera prigioniera. Una donna contro un’altra donna. La giustiziera velata, coperta da capo a piedi, non mostra alcuna esitazione: la sua mano è ferma e la frusta si abbatte beffarda e inesorabile sull’adultera. Deve fare il suo dovere, deve punire la donna. Una donna come lei.

Quella che abbiamo appena raccontato (immaginandola) è l’ennesima storia di violenza e ingiustizia che arriva da lontano e che riguarda le donne musulmane: il loro destino è assieme tragico e umiliante, intrappolato nei dettami di una fede interpretata esclusivamente a favore del maschio. Nessuna legge le tutela contro la supremazia e la violenza degli uomini, nessun tribunale le difende: tranne rari casi, la stragrande maggioranza delle donne di fede islamica non ha accesso all’istruzione (neanche la più basilare) o al mondo lavorativo; le circonda il sospetto, in quanto creature inferiori, di non poter in alcun modo avere responsabilità, tranne quella di governare la propria casa e mettere al mondo dei figli (che comunque non possono educare come meglio credono).

Nelle grandi città arabe (Dubai, negli Emirati Arabi Uniti, ne è un esempio lampante) le donne sono riuscite a conquistare, seppur con molta fatica e spesso pagando un alto prezzo, il diritto a guidare, ad accedere all’istruzione universitaria e finanche al mondo lavorativo. Ma si tratta di pochi e sporadici casi circoscritti perlopiù ai grandi e moderni centri urbani: nei villaggi rurali è tutt’altra questione. Sperduti nell’entroterra dei paesi arabi, nei villaggi le donne di fede islamica sono considerate alla stregua delle bestie: non hanno diritto di parola, non possono andare a scuola e sono costrette a sposarsi in giovanissima età (prima ancora di aver raggiunto la pubertà). Non sono capaci di leggere nemmeno il Corano, tant’è che quel poco che conoscono lo hanno appreso dai propri familiari. Tutto ciò che è richiesto loro è obbedire e servire prima il padre e i fratelli e, dopo il matrimonio, il marito e i figli maschi e, soprattutto, di non macchiare l’onore della famiglia.

Non c’è spazio per l’amore: i matrimoni sono combinati dalle famiglie e la prima notte di nozze di queste donne-bambine rappresenta uno stupro in piena regola, perfettamente legalizzato. Un sorriso di troppo, il velo che lascia fuoriuscire una ciocca di capelli, una chiacchierata con un conoscente: tanto basta per essere giudicate delle peccatrici ed essere uccise. I processi sommari sono all’ordine del giorno e spesso si basano su pettegolezzi e testimonianze non corroborate da riscontri. Sovente, ed è questa la circostanza più grave, ad accusare le povere malcapitate sono altre donne: il loro modo di vedere e percepire le cose è stato così traviato che non riescono a far fronte comune con le altre donne. La paura vince sulla solidarietà, sul bene comune.

Addirittura ci sono stati casi in cui madri, sorelle o zie sono state le prime accusatrici di una donna appartenente al loro clan familiare: proteggere e salvaguardare l’onore della famiglia è la priorità e chi lo macchia è tenuto a pagare con la morte e a lavare l’offesa col sangue. Solo così l’onore della famiglia e dei maschi è salvo: in caso contrario il villaggio volterà loro le spalle, ripudiandoli. Uomini contro donne, donne contro donne: secoli di lotte femministe non hanno scalfito per nulla la millenaria tradizione islamica che ritiene il genere femminile inferiore rispetto a quello maschile. Ogni giorno nel mondo decine di donne musulmane vengono picchiate, umiliate, mutilate, stuprate e uccise per motivi abietti e in ragione del rispetto dei dettami religiosi distorti e interpetatai secondo una visione chiusa e fortemente patriarcale.

“Non è il Corano a volere la donna in una condizione di subalternità rispetto all’uomo, bensì le interpretazioni distorte che ne hanno dato nei secoli i giuristi musulmani, ispirate ad un pensiero “patriarcale” fondato più sul potere che sulla giustizia”, secondo Azizah al-Hibri, docente emerita della T. C. William School of Law – University of Richmond, nonché fondatrice e presidente della Karamah Foundation che si batte per le donne musulmane e i loro diritti.

Parole illuminanti che gettano una luce sulla questione dei diritti delle donne musulmane e aprono un dibattito intorno alla scorretta ed univoca interpretazione di una religione che non si presenta chiusa, intollerante e patriarcale, quanto piuttosto condannata dalle interpretazioni distorte che di essa ne hanno fatto nei secoli gli uomini.