I diritti violati delle donne

Perdere il potere non piace a nessuno, questa è una battaglia che lascia sul campo morti e feriti. Lo vediamo dal numero crescente di casi di femminicidio: le donne spesso sono ferite psicologicamente e fisicamente, sempre più spesso pagano con la vita, non è accettata la ribellione delle donne.

I diritti violati delle donne

«Prendi tua figlia, portala a Siracusa, siediti sui gradoni del teatro greco e insegnale lo splendore della disubbidienza. È rischioso ma è più rischioso non farlo mai.» 

Sofocle 

 

Come tutti gli anni, tra una frase retorica e la promessa di una vera politica a favore delle donne, torna l’8 marzo. Gli anni trascorrono, l’emancipazione dovrebbe essere ormai cosa certa, ma in questo paese c’è sempre il rischio di tornare al buio periodo della messa al rogo, senza che nessuno proponga soluzioni o metta in atto politiche serie e concrete.

 

La politica tace o se parla fa ancora più danni, soprattutto quando a farlo sono personaggi pittoreschi come il Senatore Pillon (nella foto in basso) della Lega che meglio di tutti rappresenta l’idea medievale e oscurantista delle destre italiane in tema di diritti civili.

Il senatore da qualche anno spende la propria esistenza nella disperata crociata che pone la famiglia tradizionale quale perno della società, facendo tabula rasa delle innumerevoli forme di convivenza e legami affettivi del nuovo mondo e che gran parte della politica, soprattutto di destra, ignora totalmente.

Ecco allora che l’ombra di Pillon si affaccia nella legislazione umbra in tema di sanità e servizi sociali; dopo aver già provato a limitare il diritto di aborto, un tema sul quale le proposte della Presidente della giunta umbra hanno persino comportato un intervento del ministro della Salute Roberto Speranza, le ventilate riforme preoccupano le donne umbre  pronte a scendere in piazza, come hanno già fatto, per evitare un ritorno al passato su temi importanti che riguardano il mondo femminile e in generale la famiglia.

 

Ne abbiamo parlato con Marina Toschi, ginecologa, presidentessa Udi (unione donne) di Perugia.

 

 

Dottoressa Toschi cosa sta accadendo in Umbria in tema di diritto delle donne all’autodeterminazione?

«C’è una grande battaglia contraria a tutto quello che sono state le conquiste di libertà delle donne a cominciare dal divorzio sotto attacco con ciò che prevede la legge Pillon che anche qui in Umbria sta riportando alcuni concetti ormai ampiamente superati; penso all’idea di un unico modello di famiglia, alla mediazione familiare obbligatoria che spesso non tiene conto del fatto che molti padri possono essere violenti e quindi diventa assolutamente impensabile una mediazione in questi casi. Un quadro molto pericoloso che mette fortemente a rischio la libertà delle donne. Si arriva a mettere in discussione la scelta delle donne ad essere libere mancando la condizione prioritaria che è quella del lavoro o proponendo alle donne, a fronte del riconoscimento di una minima somma di denaro, di restare a casa per occuparsi di bambini e anziani. Si mettono in discussione i metodi contraccettivi, parlando esclusivamente di metodi naturali mentre la scienza ci ha dato molte possibilità per una scelta contraccettiva tale da permettere alle donne di scegliere quando avere dei figli; metodi anche curativi che garantiscono una buona fertilità successiva. Tornare quindi all’idea che nei consultori venga suggerito solo il metodo naturale vuol dire ancora una volta determinare una disparità tra chi ha soldi e può scegliere un ginecologo privato e chi non può permetterselo.»

 

La regione Umbria sta attuando linee di indirizzo in materia di diritti e famiglia che in qualche modo tornano indietro nel tempo anziché prendere in considerazione una società in costante evoluzione: si tende a considerare la famiglia “tradizionale” quale unico modello degno di tutela. Il diritto all’aborto è seriamente ostacolato, il ruolo della donna che si vorrebbe riportare all’idea arcaica del focolare domestico, moglie e madre essenzialmente. Potrebbe l’Umbria essere un laboratorio per estendere questa superata visione della società?

«Sta già accadendo: pensiamo a ciò che accade in tema di aborto farmacologico. Nella nostra regione i principali ospedali, quello di Perugia e Terni, non effettuano questo tipo di interruzione di gravidanza (ed essendo ospedali universitari questo comporta il mancato insegnamento ai futuri medici di questo metodo contraccettivo). Già in Veneto si è proposto di aiutare le donne con somme di denaro e spingerle a portare avanti la gravidanza: somme irrisorie e per un tempo limitato al primo anno di vita del bambino. L’idea è un po’ quella della sostituzione etnica di cui ha parlato lo psichiatra e consigliere regionale delle Marche Carlo Ciccioli: per l’esponente di Fratelli d’Italia, le donne italiane devono fare figli altrimenti li faranno solo le “altre” e non ci sarà più la predominanza della razza bianca. È come tornare al tempo del fascismo con la tutela della stirpe. Le donne non fanno i figli per forza e non li faranno, troveranno altri modi magari attraverso il ricorso a siti internet sicuri, attraverso la telemedicina; i dati dicono che molte donne vi ricorrono in mancanza di strutture che per legge dovrebbero garantire il diritto all’aborto.» 

 

Sono alti i numeri degli aborti nel nostro paese?

«No, non sono numeri alti e sono sempre in calo. Quello che sta crescendo è la domanda di una igv medica che non trova risposta, creando disagio e difficoltà alle donne; i consultori, che restano strutture territoriali intermedie fondamentali, sono stati fortemente depotenziati per il taglio delle risorse e con il mancato reintegro del personale sanitario. Strutture fondamentali anche per l’aborto farmacologico che la regione Umbria ha provato a limitare fortemente con la previsione di un ricovero ospedaliero obbligatorio di tre giorni, poi fortunatamente scongiurato.» 

 

Come si spiega il persistere di un tabù ancora così forte nel parlare di interruzione della gravidanza?

«Perché c’è grande resistenza: si chiama patriarcato che è ancora potente nel voler mantenere lo status quo in cui le donne sono sottomesse e devono vivere nella paura di una gravidanza non voluta e in una sessualità a volte subita, perché ciò che non si può scegliere si subisce. Bisogna domandarsi perchè le donne non fanno figli: basterebbe pensare che noi siamo il paese europeo in cui il lavoro domestico ricade totalmente sulle donne, quindi o gli uomini imparano a condividere di più o le donne si troveranno sempre nella difficoltà di scegliere.»

 

Questo è uno dei tanti aspetti che ricadono in un quadro culturale difficilmente modificabile e che cresce una società ancora lontana dalla parificazione dei generi; uno stereotipo che lascia le donne sole a gestire la famiglia in maniera quasi esclusiva. Neanche nelle nuove generazioni c’è una migliorata visione del rapporto uomo/donna?

«Perdere il potere non piace a nessuno, questa è una battaglia che lascia sul campo morti e feriti. Lo vediamo dal numero crescente di casi di femminicidio: le donne spesso sono ferite psicologicamente e fisicamente, sempre più spesso pagano con la vita, non è accettata la ribellione delle donne. Un filo rosso lega molti aspetti: il non poter scegliere la propria vita, il non poter decidere della propria sessualità e quindi della gravidanza, la mancanza di un’autonomia economica e di un lavoro sicuro, tutto questo crea un quadro drammatico.»

 

Cosa farete come Udi e come associazioni delle donne per portare avanti le istanze delle donne e contrastare queste politiche che segnano inevitabilmente un ritorno al passato?

«Faremo dei flash mob in tutta la regione, pur nelle difficoltà causate dalla pandemia. Un grande lavoro lo stiamo facendo sui social con una serie di parole d’ordine e di discussioni per tenere alta la discussione sulle modifiche di una legge che potrebbe avere conseguenze devastanti.»

 

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