Infrastrutture e infiltrazioni. «Quello che succede ai testimoni di giustizia non è un incentivo per denunciare»

APPALTI E MALAFFARE. Durante l’evento del 23 gennaio si sono confrontati il testimone di giustizia Gennaro Ciliberto, l’ex Ministro delle Infrastrutture Antonio Di Pietro e i giornalisti Paolo De Chiara e Alessandra Ruffini. Al centro del dibattito, le problematiche connesse alle infiltrazioni della camorra negli appalti pubblici e alla collusione delle ditte favorite da vertici e dirigenti in odore di corruzione. A Roma prosegue intanto un processo con dodici imputati contro alti funzionari di Pavimental: fra questi, due soggetti già condannati per mafia. Ampio lo spazio di riflessione sulla condizione di abbandono dei testimoni di giustizia in Italia: «Un sistema che funzioni dovrebbe garantire alla persona di rimanere nella sua città protetto dalla società civile».

Infrastrutture e infiltrazioni. «Quello che succede ai testimoni di giustizia non è un incentivo per denunciare»
Casello uscita Santa Maria Capua Vetere, autostrada A1 (2013). Le saldature sono state rifatte.

Cavalcavia pericolanti, ruberie sugli omessi controlli e affari della camorra. È quanto il testimone di giustizia Gennaro Ciliberto, ex responsabile della sicurezza per un’azienda di costruzione di opere autostradali su scala nazionale, ha denunciato dieci anni or sono alle Procure di mezza Italia. Ed è tornato a raccontarlo, in occasione del processo che si sta celebrando a Roma, nel corso dell’evento “Infrastrutture e Infiltrazioni”, tenutosi nel pomeriggio di ieri, 23 gennaio, in diretta Facebook sulla pagina Cosa nostra non è mia.

A moderare, l’autore dell’omonimo libro, Daniele Ventura, palermitano, ex imprenditore e denunciante, nonché organizzatore dell’evento. Ospiti l’avvocato ed ex Ministro delle Infrastrutture Antonio Di Pietro, il direttore di WordNews Paolo De Chiara e la collaboratrice di WordNews Alessandra Ruffini.

«Ai primi tempi - ha ricordato Gennaro Ciliberto - i lavori che venivano realizzati riguardavano le uscite autostradali e i cavalcavia. Poi, si sono aggiunte le barriere fonoassorbenti. Nel 2011 vengo a conoscenza di alcune anomalie costruttive»: quelle dell’appalto per la realizzazione della passerella ciclopedonale Anas-Impregilo di Cinisello Balsamo.

«La cosa più naturale che mi è venuta da fare è stato denunciare il fatto ai miei superiori. Da parte loro mi sarei aspettato dei provvedimenti mirati. Invece i vertici avvisarono il titolare della mia azienda». Il 14 febbraio di quell’anno, durante un incontro con il management, arriva la prima minaccia di morte. «In quell’occasione questi soggetti (appartenenti alla famiglia Vuolo, ndr) rivelarono di essere contigui a un clan della camorra»: i D’Alessandro, di Castellammare di Stabia.

«In seguito, le minacce di morte sono arrivate direttamente dalla camorra. Ma la cosa più grave è che, pur essendo questa azienda partecipata da altre società e avendo subito un’interdittiva antimafia da parte della Prefettura di Napoli nel 2004, i titolari sono riusciti a cambiare amministratore e sede legale, continuando però a lavorare per Autostrade».

Vertici, dirigenti, alti funzionari del gruppo Autostrade: tutti soggetti che - ha riferito Gennaro - «avevano rapporti diretti con la proprietà. Ma se sapevano che queste persone erano camorristi, come facevano queste ultime a firmare dei contratti? Come facevano a presentarsi a gare d’appalto per milioni di euro? Quindi, in breve tempo, si è venuti a conoscenza di questa rete di collusione. Si dice che spesso la mafia non butta giù la porta, ma qualcuno gliela apre da dentro. E questo è successo in Autostrade».

Fatti oltremodo gravi, che Gennaro denunciò per la prima volta alla Dia di Milano.

E che, riguardando infrastrutture realizzate da Aspi sulla rete nazionale, sarebbero stati accorpati in un’indagine unificata nel 2015, per intervento della Direzione nazionale antimafia. Nel filone ‘romano’ di questa inchiesta (un secondo filone è infatti incardinato presso la Dda di Napoli), sono stati rinviati a giudizio, e sono attualmente sotto processo, dodici fra vertici, dirigenti e alti funzionari di Pavimental e delle aziende di certificazione. Degli imputati, due risultano già condannati in precedenza per associazione mafiosa. Ciliberto si è costituito parte civile nei confronti di tutti quanti.

Il «copioso fascicolo» del processo pendente a Roma è stato acquisito agli atti dalla Procura di Genova che indaga sul crollo del Ponte Morandi. Fra le carte numerose intercettazioni, dalle quali secondo Gennaro verrebbe alla luce il modus operandi di questi manager: «Innanzitutto, aveva luogo l’assegnazione di gare controllate. Quindi una serie di pressioni sulla ditta onesta che vinceva l’appalto, per farglielo cedere alle categorie che servivano loro. E, in definitiva, una collusione fra i vari dirigenti e questi personaggi.

Ma, ancor più grave, i controlli (e quindi le prove di carico, le prove magnetoscopiche, ecc.) erano inesistenti. Addirittura, le certificazioni che venivano presentate da organi terzi non solo non erano mai state realizzate, ma c’era chi faceva il “copia-incolla”. E in Autostrade nessuno ha mai controllato. Loro avevano sulla consociata Pavimental una potenza tale che si affidava a questa l’appalto, che poi veniva frazionato tra le varie ditte colluse, di cui una lavorava per l’asfalto, un’altra per il ferro, e altre ancora per gli impianti tecnologici, per il calcestruzzo, per la movimentazione terra. E, nonostante fosse sotto indagine, questa azienda ha continuato a lavorare. È solo dopo che sono crollati i ponti che la magistratura di Roma è intervenuta.

Io - ha proseguito Ciliberto - voglio ricordare che, prima che cadessero i ponti, non è mai successo che in Italia venisse bloccata un’autostrada: dopo le mie denunce, fu sequestrato il cavalcavia di Ferentino. Il perito della Procura ha accertato che quel tratto di strada era a rischio crollo. Quindi, quello che vorrei dire alla cittadinanza è che non era possibile che gli organi di controllo non vedessero nulla. Questo perché - e risulta anche dagli atti processuali - c’era un giro di mazzette, di rolex, delle cosiddette “macchine regalate”.

Tutto questo per dire che l’onestà non mi ha ripagato. Le mie denunce, basate anche su una mole di documenti, servivano a salvare vite umane. Erano dirette contro dirigenti, principalmente Giovanni Castellucci e Michele Donferri, che invece, per tutti questi anni, hanno continuato a fare carriera. Si è dovuto aspettare prima la tragedia di Acqualonga con la caduta del pullman, e poi quella del ponte Morandi, perché questi soggetti dal 2019 in poi uscissero di scena. Il problema è che oggi non la gente denuncia, perché è troppo forte il rischio di ritorsioni. E quello che succede ai testimoni di giustizia non è né un esempio né un incentivo per denunciare».

«Se ci fosse stata un’azione di responsabilità, anziché di lucro e di omissioni - ha concluso il tdg -, certamente le anomalie sarebbero state oggetto d’intervento. Atlantia ha un titolo quotato in borsa. Chiudere un’autostrada, o far emergere anomalie, mancato rispetto protocolli, avrebbe provocato una caduta del valore titolo. Noi oggi non sappiamo chi è proprietario di questo pacchetto. Chi ci dice che non ci siano persone che ricoprono cariche politiche, o loro parenti, o membri delle forze dell’ordine? Il caso del Ponte Morandi resta tuttavia emblematico perché queste persone hanno perso le loro “coperture”: 43 morti fanno rumore».

Ha quindi preso la parola Antonio Di Pietro, che ha riflettuto distinguendo il piano giudiziario da quello della prevenzione e da quello delle responsabilità istituzionali: «Nel racconto che ho ascoltato, si sono messi luce fatti che hanno rilevanza penale, altri che potrebbero averla, altri ancora che hanno carattere di denuncia politica. Sulla vicenda di Aspi, io sono teste d’accusa nel processo di Genova, per cui non posso trattare degli aspetti penali. Posso però parlare della parte pubblica. A monte dov’è l’errore, che io da magistrato ho scoperto e denunciato, e da politico non ho commesso? L’errore è quello della coincidenza del ruolo di controllore e di controllato. Quando arrivai al Ministero, presi atto che il controllo doveva essere fatto da un soggetto terzo. Non può essere fatto dallo stesso controllato, altrimenti ci sarebbe un conflitto d’interessi. Come Ministro, disposi allora che Anas dovesse fare i controlli, e le concessionarie - fra cui Autostrade - le opere».

Anche qui però sorse un problema: «Dopo che andai via - ha proseguito Di Pietro - Anas è diventata essa stessa concessionaria, gestendo direttamente la Salerno-Reggio Calabria. A quel punto, come può quella che fino ad allora era il concedente controllare se stessa? Si è dovuto fare una legge per assicurare che il Ministero effettuasse i controlli, prevedendo un apposito Dipartimento per il controllo sulle infrastrutture autostradali che dal 2011 avrebbe dovuto funzionare. Oggi quell’ufficio funziona, ma non si sono investiti né risorse né mezzi. Il controllo è rimasto di fatto in mano al gestore, cioè al sistema autostradale. Ed è chiaro che cerca sempre di tamponare. Quindi, saranno i giudici ad accertare caso per caso la responsabilità giudiziaria. La responsabilità politica, invece, dal 2011 ad oggi, è di tutta quella catena di livelli istituzionali e governativi, che non ha saputo dare strumenti per fare quei controlli».

Si è poi passati a riflettere sulle condizioni drammatiche in cui versano in Italia i testimoni di giustizia, soprattutto in casi - come quello di Aspi - dove ci sono in campo notevoli interessi economici. È intervenuto il direttore di WordNews Paolo De Chiara, che in questi anni ha toccato con mano la storia, e per molti aspetti la stessa sofferenza, di Gennaro Ciliberto: «È ormai dal 2013 che seguo la vicenda di Gennaro, ancor prima della sua entrata all’interno del programma di protezione. Purtroppo, viviamo in un paese senza memoria. Avete ricordato la tragedia del ponte Morandi, 14 agosto 2018: 43 morti. Come ha ricordato il testimone, 28 luglio 2013, viadotto di Acqualonga, in provincia di Avellino, Autostrada A16, la mancata resistenza del guardrail dell’autostrada; un bus turistico sbatte, precipita giù dal viadotto e finisce in un burrone: 40 morti. Si è parlato di “colpevole negligenza”, di “totale disprezzo dei doveri”. “Quella sciagura era evitabile”, è stato affermato riguardo il ponte Morandi. Nel 2009 viene assolto l’a.d. di Autostrade Giovanni Castellucci.

E, sulle richieste di aiuto del testimone, le istituzioni continuano a latitare. Ciliberto si è rivolto a ministri come Lupi, Del Rio e Toninelli: ha fatto delle richieste; non c’è stata risposta. Così come non c’è stata risposta dall’attuale Presidente della Commissione parlamentare Antimafia Morra».

Ma cosa è crollato in questo paese? - si chiede il direttore. «Il testimone ha denunciato la famiglia Vuolo, legata al clan D’Alessandro di Castellammare di Stabia. In un’intercettazione, il giorno del sequestro della pensilina di Cinisello Balsano, un soggetto afferma al telefono a un altro, riferendosi a Ciliberto: “Bisognerà dimostrare che questo è un pazzo scatenato, che ti ha chiesto i soldi… Comunque lui ha consegnato delle foto, come ti dicevo, dove mostra che è saldato male, che i ferri sono tagliati. Adesso il nostro avvocato penale… ci serve un penalista con le palle, cercàtelo già…”»: questo è l’ambiente con cui si trova a fare i conti un testimone di giustizia.

Il direttore ha quindi elencato le tante opere denunciate dal testimone: il crollo nel 2008 del casello di Cherasco; l’appalto dei Punti Blu (per 4 milioni di euro); il tratto autostradale della Salerno-Reggio Calabria all’altezza di Palmi; l’allarme lanciato riguardo al ponte sullo Stretto di Messina; i caselli Senigallia, Rosignano, Settebagni, Firenze; le autostrade A11 e A12 (riguardo alle quali nelle carte si legge «gravi anomalie strutturali e grave pericolo»); l’appalto dell’A22; l’appalto presso il carcere di Larino, 1 milione di euro per la sostituzione dei pannelli fonoassorbenti; il portale sull’autostrada all’altezza di Santa Maria Capua a Vetere, «crollato nel 2012 dopo che il testimone un anno prima aveva lanciato l’allarme in un’intervista al Corriere della Sera».

«Ma come vengono trattati i testimoni di giustizia in questo paese? - continua Paolo De Chiara - È un paese anomalo, perché ci sono soltanto 80 testimoni di giustizia in quello che è un paese sommerso dalle mafie. Perché sono così pochi e vengono trattati così male? Gennaro ha dovuto fare una raccolta firme per poter essere ammesso nel programma di protezione. Le istituzioni, a mio avviso, dovrebbero supportare queste persone, perché fanno dei sacrifici enormi, rimettendoci in termini di famiglia, di lavoro, di territorio. Ricordo quella volta che Gennaro era venuto a Isernia, era il 2013, aveva la macchina piena di tutta la documentazione e non aveva un posto dove stare tranquillo e al sicuro. Per questo, ripeto, siamo un paese senza memoria e, come dice il Poeta, un paese senza memoria è un paese senza storia».

Sulla stessa linea anche Alessandra Ruffini, collaboratrice di WordNews (che di recente ha intervistato lo stesso tdg Ciliberto): «Bisogna ribadire ai cittadini che la storia di Gennaro è una storia che riguarda tutti. Il nostro è paese dove per corruzione, malaffare, mazzette e soprattutto interessi economici la vita dei cittadini è messa a rischio. Nelle intercettazioni di cui raccontava Ciliberto, un dirigente affermava: “Quante persone vuoi che passino prima del crollo di un viadotto o di ponte?”. Questa è una cosa che ha una gravità umana, ancor prima che di rilevanza giudiziaria o politica. I cittadini devono capire che alle nostre spalle c’è chi lucra sulla nostra vita. Gennaro Ciliberto è un cittadino modello che ha denunciato il malaffare, ma che invece di essere protetto dalle istituzioni preposte, ma anche dalla società nel suo complesso, è costretto a scappare e nascondersi rischiando anche la propria incolumità. Allora io mi chiedo: in un paese dove i cittadini dovrebbero essere protagonisti delle scelte politiche della società, per quale motivo io dovrei andare domani a denunciare, se la contropartita è la perdita del lavoro, della tranquillità economica e familiare, la perdita della salute? Noi invece dobbiamo tutelare e prendere ad esempio i cittadini che chiedono verità e giustizia e che s’impegnano in questo senso».

In ultima analisi, Ciliberto e Di Pietro hanno risposto alle domande rivolte loro da Alessandra Ruffini rispettivamente sulle condizioni vissute oggigiorno da un testimone di giustizia e sui mutamenti intercorsi nella società circa il fenomeno della corruzione.

Secondo Ciliberto, oggi, a differenza di trent’anni fa, «non c’è più vergogna». La corruzione - ha affermato Ciliberto - «un reato che passa inosservato, che spazia a 360 gradi, perché non viene percepito dalla società civile». Ciò detto, il vero problema è che «il sistema dei testimoni di giustizia è stato modellato su quello dei collaboratori di giustizia»: si conosce solo all’ultimo momento se ci sarà o meno l’accompagnamento alle udienze. Ma solo perché è il testimone ogni volta a scomodarsi telefonando al servizio competente: «Se questo processo sta andando avanti e ci sono tutte le carte in regola - si domanda Gennaro -, perché ogni volta devo chiedere di poter esercitare quello che è un mio diritto?».

Ad ogni modo, tornasse indietro, Gennaro denuncerebbe ugualmente i meccanismi criminali che si celano dietro agli appalti pubblici. Pur consapevole di non sapere all’epoca «a cosa andassi incontro». Ora Gennaro sta cercando di “riscoprire” la vita: ha ricominciato a lavorare, vive una “doppia o tripla vita”. Drammatico, però, è stato agli inizi prendere atto di doversene andare dalla propria terra d’origine «perché mi è stato detto che non potevano proteggermi». Tale è il destino che attende i testimoni di giustizia. «Non pensavo che avrei avuto 2 avvocati, che avrei speso 12mila euro in ricorsi al Tar, che avrei incontrato Ministeri dove mi avrebbero dato sempre la stessa risposta: “Stiamo adeguando il sistema”». Un sistema di protezione che, ha ricordato Gennaro, «costa 80 milioni di euro all’anno, ma è lontano anni luce da quello vigente negli Usa o in Francia». Un sistema che funzioni «dovrebbe garantire alla persona di rimanere nella sua città protetto dalla società civile».

«Se i testimoni di giustizia fossero numerosi - ha osservato Gennaro - non attirerebbero così tanto le vendette da parte dei mafiosi».

«Un paese che ha bisogno di un testimone di giustizia è un paese a giustizia ridotta», ha convenuto Di Pietro. Quello che più manca nel nostro paese è la «cultura della legalità». È vero che ultimamente si sta puntando più sulla «prevenzione», che sulla repressione. Ma questo rappresenta altresì un «rischio». «Per questo - ha chiosato Di Pietro - ho sempre sostenuto che il magistrato deve agire sempre per scoprire chi ha commesso un reato, non se Tizio ha commesso un reato: sono due cose molto diverse». Perché allora la prevenzione non proviene dagli stessi soggetti agenti? In proposito, l’ex pm di Mani Pulite non ha potuto non ricordare la stagione del ’92, raffrontandola a quella odierna: allora i magistrati fecero il lavoro del chirurgo, togliendo il tumore dal malato («se poi questi ricomincia a fumare, il tumore torna»). Il sistema politico non si è “rigenerato”, anzi «si è ingegnerizzato»: ora si commettono reati «utilizzando strumenti della legge contro i fini della legge stessa». Ad esempio, si fa la fattura anche sulla mazzetta perché «si è fatta una consulenza». Per riformare la giustizia basterebbero - secondo Di Pietro - pochi, semplici rimedi: «Moltiplicazione di magistrati e addetti alla repressione, riduzione delle forme di illecito che non possono essere qualificate come reati. A molti nelle istituzioni non conviene fare questi aggiustamenti perché, se funzionano, non avrebbe più senso per loro occupare quel posto».

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