Le parole per dirlo - Assuefazione

L'assuefazione ai numeri della pandemia ci rende meno umani

Le parole per dirlo - Assuefazione
Foto di Pete Linforth da Pixabay

Nel vocabolario della lingua italiana il termine “Assuefazione” viene associato a una situazione di adattamento dell’organismo a determinate sostanze (quali droghe o alcol), generando dipendenza da esse. In una accezione più allargata il vocabolo può essere utilizzato per indicare l’abituarsi a qualcosa: assuefarsi a un comportamento, a una notizia, a una particolare situazione.

È quello che ci sta capitando in questo tempo di pandemia, dove le nostre giornate sono scandite dalla conta quotidiana dei numeri che disegnano l’andamento dei contagi, dei ricoveri, dei decessi. Quei numeri sono persone. Questo è il primo, importante, elemento al quale non dovremmo mai assuefarci. Dietro a ognuna di quelle cifre, dai contagiati ai guariti, dai ricoverati ai morti, ci sono uomini, donne, individui con una storia personale, fatta di affetti, di gioie e sofferenze. Insomma, c’è la vita umana.

In tempi “normali” la notizia di un disastro aereo dove perdono la vita centinaia di persone contemporaneamente scuote la nostra sensibilità, muove quel sentimento di pietà per i morti e di compassione per i familiari. Ormai da un anno ogni giorno nel nostro Paese è come se precipitassero almeno due aerei. Eppure, la nostra sensibilità di fronte a questa strage senza fine sembra affievolirsi, perdersi nell’individualismo dei problemi che ognuno di noi si trova a dover fronteggiare a causa dello stesso nemico che ha causato quelle centinaia di vittime.

Ci si può assuefare alla morte? Al dolore, alla sofferenza? Proviamo a metterci nei panni di medici e infermieri che con la sofferenza e la morte convivono per scelta – o vocazione – professionale. La loro capacità di far fronte agli eventi dolorosi della malattia e, in estrema ratio, della morte, non può vacillare, nemmeno quando una terribile pandemia come quella che stiamo vivendo moltiplica all’infinito questi eventi. Ma sono esseri umani e la forza d’animo che li sostiene può e deve vacillare, restituendogli quella umanità che troppo spesso consideriamo annullata sotto quella coltre di paramenti protettivi a cui il virus li costringe. L’umano senso della pietà e della compassione non permette a queste persone, così come non dovrebbe permetterlo a nessuno di noi, di assuefarci ai quotidiani bollettini di questa guerra.

Finirà, prima o poi. Nel frattempo, proviamo a non perdere l’empatia, a non lasciarci sopraffare dall’egoismo, a non assuefarci a quella rappresentazione numerica che ogni giorno invade gli schermi televisivi, in un collaudato “the show must go on”. Quei numeri potremmo essere ognuno di noi, e allora l’assuefazione assumerebbe altri connotati che non lascerebbero spazio a nient’altro se non la paura della sofferenza e della morte e la speranza nella scienza e nella guarigione.

Allora abbassiamo i toni, restiamo in silenzio, nel rispetto di chi non ce l’ha fatta e di coloro che lottano per aiutare, non ergiamoci a epidemiologi, infettivologi, virologi in un delirio di onniscienza. Solo in questo modo, forse, eviteremo l’assuefazione e ne guadagneremo in empatia e umana compassione.

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