Stato e “poteri criminali”. Ingroia: «Finché la magistratura dipenderà dalla politica, non potremo conoscere le verità più scomode»

SCELLERATE TRATTATIVE STATO-MAFIA/Parte 1^. Prosegue con la seconda puntata la rubrica di WordNews “Diamo Voce”, questa volta con un focus sull’argomento “Trattativa Stato-mafia” in una prospettiva storica e sociale di dirompente attualità. Ospiti l’avvocato ed ex pm del processo sulla Trattativa Antonio Ingroia, il direttore di Wn Paolo De Chiara e i nostri collaboratori Alessandra Ruffini e Alessio Di Florio.

Stato e “poteri criminali”. Ingroia: «Finché la magistratura dipenderà dalla politica, non potremo conoscere le verità più scomode»
La Corte d'Assise di Palermo al momento della lettura del dispositivo della sentenza di primo grado sulla Trattativa Stato-mafia, il 20 aprile 2018 - ph ilfattoquotidiano.it

«Ormai, com’è emerso anche dall’ultima sentenza (della Corte d’Assise di Palermo, il 20 aprile 2018, ndr), non siamo più di fronte a una “presunta” trattativa, ma ad una trattativa vera e propria, che ha visto personaggi importanti trattare con la mafia, e il Presidente del Consiglio pagare la mafia per una sorta di protezione in virtù di un patto da lui stipulato». Così ha esordito Daniele Ventura, ex imprenditore e denunciante, tornato a vestire i panni del moderatore nella seconda puntata della nostra rubrica “Diamo Voce”, dedicata stavolta al tema della Trattativa Stato-mafia. Ospite dell’evento l’avvocato ed ex pm del processo sulla Trattativa Antonio Ingroia (presidente del movimento “Azione civile”), insieme al direttore di WordNews Paolo De Chiara e ai nostri collaboratori Alessandra Ruffini e Alessio Di Florio.

«Anni bui», quelli della Trattativa, che hanno visto pezzi dello Stato scendere a patti con l’ala stragista di Cosa nostra. Tempi in cui, ha ricordato Daniele Ventura, a Palermo, nel suo Brancaccio, veniva ucciso Pino Puglisi (è il 15 settembre 1993). In cui era un attimo trovarsi «involontariamente in mezzo a una sparatoria, o a un attentato voluto da qualche mafioso che si voleva vendicare». Sono gli anni delle stragi in cui morirono i magistrati Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Paolo Borsellino e gli agenti delle loro scorte (23 maggio e 19 luglio 1992), e di quelle “sul continente” che fecero tanti altri morti e feriti a Roma, Firenze e Milano (14 e 27 maggio, 27-28 luglio 1993).

Ma questa non è certo l’unica delle trattative che hanno attraversato la storia del nostro paese. «Noi viviamo in una Repubblica fondata sulle trattative, fin da prima dell’unità d’Italia», ha ricordato il direttore Paolo De Chiara. Il quale ha elencato puntualmente tutti gli episodi che hanno visto storicamente lo Stato trattare con la mafia, quello Stato che è letteralmente nato «con l’appoggio della mafia», di una mafia che è stata di fatto «istituzionalizzata» attraverso un «sodalizio pericoloso e mortale». Così è avvenuto nel 1860Garibaldi entra in Sicilia grazie all’appoggio dei picciotti… A Napoli, per qualche anno, l’ordine pubblico viene gestito direttamente dai guappi della camorra»), nel 189310 dicembre, Giardinelli: i contadini si trovano tra due fuochi, da una parte le truppe e dall’altra le guardie del corpo dei gruppi mafiosi che sparano. 25 dicembre, Lercara Friddi: durante una dimostrazione popolare, le guardie municipali al servizio dei sindaci mafiosi di quel posto sparano sulla folla: 11 lavoratori morti, nessun responsabile») e nel 18942 gennaio, Gibellina. Le guardie campestri sparano sui dimostranti»).

Numerosi, ha ricordato il direttore, i rapporti in cui si segnalava la tendenza intrinseca della mafia a intrecciare relazioni col potere: dallo studio di Diomede Pantaleoni, inviato in Sicilia nel 1861 per studiare il fenomeno mafioso, al fallimento dei metodi repressivi adottati dal Governo, dall’inchiesta di Leopoldo Franchetti e Sidney Sonnino “La Sicilia nel 1876 al rapporto del sottoprefetto di Cefalù del 1885. A cavallo della Prima guerra mondiale, resterà impunito «eccidio dei rappresentanti dei movimenti contadini». Con l’avvento del fascismo, la «propaganda del regime sulla lotta alla mafia» e l’azione repressiva del prefetto Cesare Mori si stempereranno dopo l’«incontro tra Mussolini e un boss siciliano». Per poi arrivare alla relazione conclusiva della Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno delle mafie del 1976, in cui si documenta per la prima volta il rafforzamento del potere mafioso grazie ai suoi «collegamenti con l’apparato pubblico».

Passando naturalmente - ha proseguito il direttore De Chiara - per il patto tra Cosa nostra e gli anglo-americani; «gli incarichi istituzionali dati ai sindaci»; «gli omicidi di sindacalisti e politici»; «l’impunità di Stato»; i 14 morti e 27 feriti di portella della Ginestra (1° maggio 1947), «la prima strage di Stato, prova generale per tutte le altre stragi che seguiranno nel nostro paese»; la scomparsa nel 1950, a Castelvetrano, del bandito Salvatore Giuliano e, nel 1954, di Gaspare Pisciotta, «suicidato con caffè corretto o con un medicinale» dopo le famigerate “rivelazioni” dell’11 aprile 1951 - durante il processo di Viterbo sulla strage di quattro anni prima - sull’omicidio dell’amico Giuliano (che Pisciotta si auto-attribuì) e sul conto del ministro degli Interni Mario Scelba e di «altri rappresentanti delle istituzioni», sui «legami con i carabinieri» e sui «vari depistaggi per la “farsa” di quel delitto»; il sequestro di Aldo Moro, il 16 marzo 1978, in occasione del quale l’accordo tra le parti non andò a buon fine (il presidente della Dc verrà ucciso il 9 maggio); a differenza del caso del rapimento di Ciro Cirillo, il 27 aprile 1981, nell’ambito della Trattativa Stato-Brigate Rosse-Camorra: «la sorella di Raffaele Cutolo, il capo della NCO dirà: “andavano tutti da mio fratello in carcere”, e ‘tutti’ si riferisce a personaggi delle istituzioni, camorristi e apparati dei servizi segreti».

Arriva poi la Trattativa del terribile biennio 1992-’93. Il 30 gennaio ’92 la Cassazione conferma le condanne alla “Cupola” di Cosa nostra, chiudendo definitivamente il maxiprocesso di Palermo. Il 12 marzo viene ucciso Salvo Lima, “braccio destro” di Andreotti in Sicilia e «vecchio referente politico» delle cosche. Il 23 maggio, la strage (di Stato) di Capaci; 57 giorni dopo, il 19 luglio, la strage (di Stato) di via d’Amelio. Il 17 settembre è la volta di Ignazio Salvo, «imprenditore mafioso di Salemi legato a Lima». 15 gennaio ’93: «viene consegnato Totò Riina». 14 maggio ’93: fallito attentato a Maurizio Costanzo in via Fauro, a Roma. Tornano le bombe: «ricomincia la strategia della tensione». 26-27 maggio ’93: strage di via dei Georgofili, a Firenze: 5 morti, 48 feriti, tra cui due bambini. 27 luglio ’93: strage di via Palestro, a Milano: 5 morti e 12 feriti. 27 luglio ’93: altre bombe a San Giorgio al Velabro e a San Giovanni in Laterano (i presidenti di Camera e Senato si chiamano, rispettivamente, Giorgio Napolitano e Giovanni Spadolini). 23 gennaio ’94: «mancata strage all’Olimpico di Roma». 26 gennaio ’94: Silvio Berlusconi annuncia alla nazione la sua “discesa in campo” a capo di un partito fondato insieme al futuro senatore Marcello Dell’Utri, che nel 2014 verrà condannato in via definitiva a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Il giorno dopo, 27 gennaio ’94, verranno arrestati i fratelli Graviano, autori degli attentati del ’93.

La citata sentenza di primo grado del 20 aprile 2018 - ha concluso De Chiara - conferma che quella Trattativa c’è stata. Un «patto scellerato tra Cosa nostra e Stato» che ha portato - nell’unico processo che ha visto alla sbarra mafiosi e uomini delle istituzioni imputati dello stesso reato, ossia “violenza o minaccia a corpo politico dello Stato” - a severe condanne: 28 anni a Leoluca Bagarella, 12 anni ad Antonino Cinà, Marcello Dell’Utri, Mario Mori e Antonio Subranni, 8 anni a Giuseppe de Donno e (per calunnia) a Massimo Ciancimino. La sentenza ha rivelato che Berlusconi continuò a versare «cospicue somme di denaro» a Cosa nostra anche da Presidente del Consiglio per il tramite di Dell’Utri, «cinghia di trasmissione tra le richieste di Cosa nostra e il governo da poco insediato». Ciò sulla base di un “patto” di cui già la sentenza Dell’Utri asseverava l’operatività nel periodo dal 1978 al 1992. Non solo. Si parla di «diffuse omertà istituzionali», anche da parte dei Presidenti della Repubblica. «E Matteo Messina Denaro? È il nuovo garante della Trattativa? La Trattiva non è terminata. La Trattativa continua».

Dello stesso parere anche il dottor Antonio Ingroia, intervenuto sulla questione: tanti sono i «fatti sanguinosi, criminali, ma anche politici nel senso ampio del termine che hanno contrassegnato e condizionato la storia di una democrazia apparente come quella del nostro paese». “Apparente” perché contrassegnata da «vicende stragiste» e da «verità ufficiali, spesso coperte da segreto di Stato, che hanno oscurato le verità reali», facendo prendere alla storia d’Italia un corso «tragicamente deviato». «Non sono molto ottimista - ammette Ingroia - che ci sia uno Stato che abbia la forza e il coraggio di fare piena luce sulle verità ingombranti e imbarazzanti che abbiamo alle spalle. Purtroppo, ad oggi, non si sono fatti passi avanti, nonostante il sangue versato di uomini e donne dello Stato, ma anche di cittadini appartenenti a varie fasce sociali che sono caduti non nel contrasto alla mafia nel senso comune del termine - il cliché del mafioso con la coppola e la lupara. Sono caduti, e mi riferisco a Giovanni Falcone e a Paolo Borsellino più di altri, perché erano sulla strada di una verità indicibile. Nel nostro caso, la verità di una Trattativa, o di trattative, grazie alle quali lo Stato» ha potuto intessere rapporti con i «poteri criminali».

Con la conseguenza che - ha osservato l’ex pm Ingroia - simili «trattative, tregue, accordi» si sono prestati facilmente a rotture, a «bruschi colpi di spalla, omicidi e stragi per ricontrattare condizioni che non andavano più bene ai poteri criminali». I quali ricomprendono - oltre alla mafia - «la massoneria deviata, gli ambienti degli apparati deviati», e tutti quei poteri che rientrano nella nozione di «sistemi criminali», che ha dato il nome a un’importante indagine guidata dallo stesso Ingroia e, ancor prima, dal pm Roberto Scarpinato. Di sistemi, cioè, che spesso hanno fatto «parte integrante dello Stato» in alcuni suoi elementi. Di quello Stato che ha «accerchiato» persone come Falcone e Borsellino che, pur appartenendovi, ne erano stati isolati, fino alla loro morte in quelle che sono due «stragi di Stato, oltre che di mafia».

Di fronte ai tanti «negazionismi» che - ha osservato il nostro Alessio Di Florio - ancora persistono «a livello mediatico e politico» sul tema della Trattativa, il dottor Ingroia ha sottolineato come ciò sia dovuto in primis all’«arroganza del potere». Non soltanto del potere politico, ma anche del «potere dell’informazione»: «chi detiene il timone dell’informazione nel nostro paese continua a serbare gli italiani nell’illusione secondo la quale il sangue, le stragi, gli omicidi siano soltanto responsabilità di alcuni pazzi criminali sanguinari, peraltro quasi tutti ormai morti o neutralizzati in carcere, perché si è creato il “demonio Riina”, il “demonio Graviano”, “Provenzano”, “Bagarella”, ecc. Oggi quello che prevale - ha aggiunto Ingroia - è il “demonio-fantasma Matteo Messina Denaro”, perché alimentare la mitografia del latitante inarrestabile, responsabile di tutto, gioca a favore di una verità ufficiale con la quale bisogna distrarre l’opinione pubblica da un’altra, terribile verità». Quella che, accanto alla responsabilità dei mafiosi, vede anche una «gravissima responsabilità all’interno dello Stato, all’interno dei poteri costituiti, in una logica non solo di trattativa, ma di compenetrazione tra poteri criminali illegali e poteri ufficiali legittimi che reciprocamente si legittimano». In ciò consiste la vera forza della mafia, che ha potuto così perpetuarsi e godere di una «storia secolare sostanzialmente unica nel panorama dei fenomeni criminali mondiali».

E non è più nemmeno la stessa mafia del periodo stragista, quella che oggi ha conquistato l’Italia e il mondo intero, che ha assunto forme sempre più subdole di penetrazione nel territorio e che - soprattutto - si è ormai inserita nel mondo degli affari e della finanza. Se, a fronte di questa “metamorfosi” della criminalità mafiosa, occorra piuttosto una svolta sul piano politico-normativo, che non soltanto su quello della repressione giudiziaria e di polizia - ha domandato la nostra Alessandra Ruffini citando i casi di de Magistris e Di Pietro -, il dottor Ingroia ha suggerito di riflettere su quanto sta emergendo dal “caso Palamara”: «In queste vicende scandalose si può trovare conferma delle stesse ragioni per le quali mi sono dimesso dalla magistratura. E cioè, in parte per l’ostracismo avallato contro di me anche dall’interno della magistratura, dalla politica, dal Consiglio superiore della magistratura, dall’Associazione nazionale magistrati, che mi aveva sostanzialmente impedito di proseguire sulla strada che avevo intrapreso in quegli anni. Ma anche - ha aggiunto Ingroia - per quelle ragioni che poi hanno avuto come sbocco quasi contestuale il mio impegno in politica: e cioè la consapevolezza che, purtroppo, se non si cambia la politica, non si possono creare le premesse e le condizioni per arrivare alla verità anche dentro le aule di giustizia».

Ciò, secondo Ingroia, per via di una serie di «meccanismi legislativi, istituzionali e politici» che si sono manifestati non soltanto in singoli episodi di «corruzione, infedeltà e tradimento della Costituzione» (sicuramente da reprimere). Ma anche in comportamenti di «decine e decine di magistrati - radiabili secondo Ingroia dalla magistratura al pari di Luca Palamara - che, avendo su un piatto della bilancia la battaglia per la verità e per l’autonomia e l’indipendenza del magistrato dalla politica e, sull’altro piatto, l’omologazione e l’opportunismo carrieristico, hanno scelto quest’ultimo, sacrificando alla carriera tutti gli ideali e il giuramento che hanno fatto sulla Costituzione. Allora non è un problema di mele marce nel cesto delle mele sane, per cui tolta la mela marcia è risolto il problema». In questo senso, al di là del movente che possa aver spinto Alessandro Sallusti a raccogliere la testimonianza di Palamara, il loro libro rappresenta, a parere di Ingroia, «un’operazione di verità, da cui quello che emerge è l’esistenza di un “sistema” (così è chiamato nel libro) nel quale la politica ha condizionato in buona parte la magistratura nella misura in cui chi difendeva la Costituzione, il principio di indipendenza della magistratura, il principio dell’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge, era destinato in un modo o nell’altro ad essere eliminato».

E se ai tempi di Falcone e Borsellino gli attacchi della componente degenerata del correntismo costringevano all’isolamento, alle bocciature, e in ultima istanza anche all’eliminazione fisica, oggigiorno «le cose sono peggiorate». Perché ha argomentato Ingroia «si è giunti alla loro eliminazione in senso professionale: è successo a de Magistris, è successo anche a me, se volete, come a molti altri magistrati. Ma il punto, che già avevo capito prima di essere definitivamente cacciato dalla magistratura, è che o si cambia la politica, o non si può dare autonomia e indipendenza alla magistratura. Perché la politica ha un potere enorme dentro la magistratura. Trova aderenze in pezzi della magistratura inclini anche al collateralismo, pur di fare carriera. E allora il salto di qualità per cambiare veramente le cose è una profonda riforma giustizia e della politica, che recida in modo definitivo i legami tra politica e magistratura, i condizionamenti delle carriere dei magistrati da parte della politica. Questa credo che sia la strada maestra perché - ha ribadito l’ex pm della Trattativa - paradossalmente, noi non potremo avere alcuna chance di scoprire le verità più scomode, più terribili della storia il nostro paese, fino a quando non libereremo la magistratura dai condizionamenti della politica. Perché la politica così ha fatto: ha eliminato i magistrati più scomodi, ha premiato i magistrati più omologati, che hanno risparmiato la politica e garantito impunità allo Stato».

1.continua

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