Tiberio Bentivoglio: «Bisogna denunciare!»

VITTIMA DI MAFIA. Dal 1992 inizia per Tiberio e per la sua famiglia un calvario che dura ancora oggi. Quella via crucis ben conosciuta ai cittadini onesti che denunciano il malaffare e che, in questo schizofrenico paese, sono spesso lasciati soli e abbandonati dalle istituzioni.

Inizia nel lontano 1979, a Reggio Calabria, la sua attività nel settore degli articoli ortopedici e sanitari; il negozio va bene, fattura molto, tanto da ingrandirsi nella vendita al dettaglio e all’ingrosso.

Ma che gli affari vanno bene se ne accorge anche la ‘ndrangheta che non tarda a far visita all’imprenditore; perché le mafie fanno questo, succhiano la linfa dagli altri. Mafiosi e ndranghetisti sono luridi parassiti che sopravvivono a spese degli altri.

Così dal 1992 inizia per Tiberio Bentivoglio e la sua famiglia un calvario che dura ancora oggi, quella via crucis ben conosciuta ai cittadini onesti che denunciano il malaffare e che, in questo schizofrenico paese, sono spesso lasciati soli e abbandonati dalle istituzioni.

L’imprenditore calabrese subisce prima un furto di tutta la merce, poi è la volta di una bomba rudimentale che devasta il negozio ; nel frattempo continuano le estorsioni, le minacce,non manca un incendio che tutto distrugge. Tuttavia anche le denunce non si fermano e così, dopo anni, arrivano le prime condanne a carico dei suoi aguzzini.

Ma questi miserabili non desistono e il 9 febbraio del 2011 Bentivoglio resta vittima di un agguato: raggiunto da tre dei sei colpi di pistola rivolti alla sua persona, riesce a salvarsi.

Ascoltare il racconto commosso di Bentivoglio fa provare tanta rabbia e nello stesso tempo molta speranza, soprattutto quando racconta delle cadute e delle rinascite, della solidarietà di tanti e dei silenzi di troppi. Fa ben sperare quando parla dell’ascolto attento degli studenti ai quali narra la propria vicenda recandosi nelle scuole italiane, o quando racconta dello  sguardo abbassato da parte dei suoi estorsori, ora liberi, quando lo incontrano in strada. Perché lui è un gigante che nonostante tutto resiste, loro semplici miserabili che trovano affermazione solo mediante l’uso della violenza. Perché lui è rimasto nella sua terra e non fugge.

Quello che fa male è la mancata risposta da parte dello Stato, la poca presenza delle istituzioni, l'omertà dei concittadini che non si recano a fare acquisti nel suo negozio.

Adesso, come ultimo tassello di una storia drammatica e infinita, c’è il rischio dello sfratto dal locale che attualmente ospita l’attività commerciale di Bentivoglio: si tratta di un bene sequestrato alla mafia e che lui ha ristrutturato a proprie spese. Il comune reclama il pagamento degli affitti arretrati, minacciando lo sfratto in caso di inadempienza.

Chiediamo alle istituzioni: è questo il modo di restare al fianco di chi denuncia? E’ questo l’esempio che può dare il coraggio di denunciare ai tanti commercianti vittime di estorsione? E’ questo il modo in cui la politica vuole combattere le organizzazioni criminali che devastano il paese?

No, assolutamente no. Soltanto un concreto aiuto da parte dello Stato alle vittime di mafia che hanno la forza di denunciare, riuscirà a creare quel necessario e non più rinviabile movimento civico che, assieme ad una reale cultura della legalità, potrà sconfiggere questo maledetto male rappresentato dalla presenza delle cosche in ogni settore della società: dall'economia alla politica, dell'imprenditoria alla gestione del territorio. 

Una vita, quella di Tiberio Bentivoglio, che va raccontata e presa ad esempio; la lotta alle mafie si fa con i fatti e non con le frasi di circostanza.