Uniformi macchiate

Alcune storie restano nell’ombra; non se ne occupa la politica, non le istituzioni, non ne parla l’informazione. Questo assordante e colpevole silenzio, fa sì che molti cittadini restino soli ad affrontare situazioni di ingiustizia e abuso: anche se arrivano sentenze di condanna, non tutti i soggetti coinvolti ricevono adeguata giustizia.

Uniformi macchiate

Ricorderete la storia di Stefano Cucchi, che ha destato molto interesse nell’opinione pubblica: un ragazzo fermato da appartenenti dell’Arma dei Carabinieri, massacrato di botte, morto a seguito delle violente percosse subite.

Dopo decine di udienze e colpi di scena, sono stati condannati per la morte di Stefano uomini in divisa, colpevoli delle violenze così come dei depistaggi posti in essere dopo la morte del giovane romano.

La gravità dell’episodio e le sentenze di condanna, hanno portato il Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri Teo Luzi a fare importanti dichiarazioni in un’intervista rilasciata a La Stampa il 14 aprile scorso.
Dice Luzi: “Indipendentemente dalla presunzione di innocenza e dall’esito di entrambi i processi, sento il dovere di dire che l’Arma ha vissuto con profonda sofferenza l’intera vicenda per la gravità delle condotte contestate, radicalmente lontane dai principi e dai valori che da sempre contraddistinguono l’impegno dei carabinieri al servizio del Paese e dei suoi cittadini” e aggiunge, con riferimento ai Carabinieri condannati
“(...) saranno posti a disposizione per svolgere compiti esclusivamente interni, senza personale alle dipendenze. Si tratta dello stesso tipo di provvedimento adottato in casi analoghi da altre Amministrazioni dello Stato e che garantisce – fino al giudicato – l’assenza di qualsiasi vulnus nell’esercizio delle funzioni svolte».

Un giusto allontanamento da ruoli stratetigi - quindi- a seguito di condanna. Tuttavia, basta prestare un po’ di attenzione ai social, per scoprire che il Maresciallo Roberto Mandolini sia ancora in carica con un ruolo apicale: a scrivere lo stesso Carabiniere, in un post di pochissimi giorni fa su facebook: “La settimana scorsa ho partecipato ad un servizio di ordine pubblico quale Comandante di Contingente in occasione di un incontro di calcio.”

Nella sezione informazione, sempre sulla pagina facebook, si legge inoltre la dicitura Segretario Nazionale con delega ai Reparti Mobili dell’Arma dei Carabinieri presso Unione Sindacale Italiana Carabinieri.

Perché diciamo questo? Perché il Maresciallo Mandolini, che all’epoca dei fatti era il comandante della stazione Appio, dove fu portato Stefano Cucchi subito dopo il fermo, è stato condannato per falso a tre anni e sei mesi dalla corte di Appello di Roma.

Come mai un Carabiniere condannato a tre anni e sei mesi, per aver cercato di depistare le indagini sulla morte di Cucchi dichiarando il falso, ricopre ancora ruoli tanto importanti.
E come mai le indicazioni del Comandante Generale Tuzi (che prevedeva solamente ruoli interni per i condannati senza personale alle dipendenze), non abbiano trovato attuazione.



A fare da contraltare alla situazione del Maresciallo Mandolini (condannato), c’è la posizione di Riccardo Casamassima, altro protagonista di questa terribile storia.
E’ proprio grazie alla preziosa testimonianza dell’appuntato scelto Casamassima infatti, che la vicenda Cucchi non è stata archiviata, ma ha avuto giustizia.

Eppure, dopo circa 10 anni, il calvario giudiziario di Riccardo Casamassima non è terminato: nonostante le numerose assoluzioni (che hanno definitivamente cancellato qualsiasi dubbio sul suo operato), ci sono ancora procedimenti in corso, poiché il Tribunale Militare  ha presentato appello all’ennesima assoluzione.
A causa dei numerosi procedimenti che lo hanno visto imputato (con una serie infinita di accuse tutte decadute), Casamassima è stato destinato a mansioni minori, costretto a percorrere ogni giorno oltre 100 km per raggiungere il luogo di lavoro.

Per aver denunciato i propri superiori, ora condannati, la sua vita è stata devastata da un punto di vista sia professionale che personale.
Si è trovato costretto a subire uno stress psicologico pesantissimo a seguito delle accuse infondate e dei numerosi processi che ha dovuto affrontare.

A tutto questo va aggiunto l’esborso economico per le spese legali, che ha pesato gravemente sull’economia familiare; spese che l’Arma avrebbe dovuto anticipare (come espressamente previsto per i carabinieri! ), cosa che non si è avverata nonostante le numerose richieste.
Riccardo Casamassima ha più volte chiesto di essere ascoltato dal Comandante Generale, ma non è stato mai ricevuto.

Un Carabiniere che fa il proprio dovere, che si espone denunciando i superiori,che non resta indifferente di fronte ad un fatto tanto grave come la morte di un innocente, sta pagando a caro prezzo una condotta esemplare.

Se la vicenda Cucchi resterà per sempre una macchia indelebile per alcuni appartenenti all’Arma dei Carabinieri, altrettanto grave è ciò che accade a coloro i quali denunciano illeciti : anziché ricevere un riconoscimento e la vicinanza di colleghi e superiori, troppo spesso vengono lasciati soli e inascoltati: storie di solitudine e isolamento che si traducono in disperazione e senso di ingiustizia

Non possiamo ignorare l’allarmante numero dei suicidi militari che si stanno verificando negli ultimi anni: in questi nove mesi del 2022, 50 cittadini in divisa si sono tolti la vita.
Donne e uomini in uniforme che scelgono il gesto estremo come unica soluzione; si parla di problemi familiari o personali, quasi sempre smentiti dai parenti.
La cronaca ci riporta storie drammatiche che troppo spesso restano senza risposta.

Un fenomeno ampio e complesso che abbiamo affrontato (https://www.wordnews.it/oltre-200-suicidi-nelle-forze-dellordine), ma sul quale torneremo.
Pensiamo tuttavia che l’ascolto, la vicinanza e un aiuto concreto, possano rappresentare quegli elementi essenziali ad evitare il peggio e dare risposte a chi ogni giorno opera per il bene della collettività.