Vimercate, inaugurato il gruppo delle Agende Rosse intitolato al piccolo Claudio Domino

La Brianza accoglie una nuova associazione per la lotta alle mafie, in nome di verità e giustizia per le vittime.

Vimercate, inaugurato il gruppo delle Agende Rosse intitolato al piccolo Claudio Domino
La foto è stata scattata dall'autore.

Si è tenuto, nei giorni scorsi, a Palazzo Trotti, nel Comune di Vimercate, l’incontro dedicato
all’inaugurazione del nuovo "Movimento delle Agende Rosse di Vimercate" nell’ambito dello Scaffale della Legalità (che unisce tra l’altro l’A.N.P.I., la biblioteca civica vimercatese e l’associazione Libera contro le mafie).

Il movimento, nato per iniziativa di Salvatore Borsellino - fratello del magistrato ucciso il 19 luglio
1992
nella strage di via d’Amelio - è intitolato a Claudio Domino, il ragazzino ucciso dalla mafia a Palermo nel 1986, a soli undici anni, in circostanze mai chiarite processualmente - ma probabilmente legate al fatto che l’impresa di famiglia si fosse aggiudicata l’appalto di pulizie dell’aula-bunker dove si stava celebrando il maxiprocesso di Palermo.

Dall’apertura delle porte l’auditorium “Falcone e Borsellino” ha cominciato da subito a riempirsi,
e non si è tardato a raggiungere la capienza massima di 120 persone, stabilita nel rispetto delle norme anti-Covid. Fin da questo fatto si evince la risposta chiara che la cittadinanza ha dato a quella che si candida ad essere una delle 52 associazioni antimafia attive sul territorio lombardo per sensibilizzare i cittadini - i giovani in particolare - alla cultura della legalità.

Il presidente del movimento Salvatore Borsellino, assente dall’evento per problemi di salute, ha comunque assistito agli interventi in diretta streaming, ed ha esordito, in collegamento telefonico, congratulandosi con i fautori del movimento e con il sindaco 5Stelle di Vimercate Francesco Sartini per aver contribuito nella sua città alla nascita del movimento.

«Questa è un’associazione che deve servire a scuotere le nostre coscienze - ha detto il primo cittadino - ed è importante sapere che ci siano qui, nel palazzo comunale, tante persone che tengono alla verità e alla giustizia. Purtroppo, sappiamo che anche nel nostro territorio la malavita
organizzata è presente
, forse lo è meno con quegli episodi cruenti che tutti immaginiamo, ma lo è», quel tanto che basta per «condizionare la vita e l’andamento della nostra società, in modo quasi impercettibile», tanto che «non sapremmo indicare dov’è e dove non è. Tuttavia, è importante essere sempre vigili e presenti», né si deve mai smettere «di conoscere, di approfondire, di capire di chi ci si può fidare e di chi no».

La parola è poi passata ad Angelo Garavaglia Fragetta, membro del direttivo Agende Rosse, che, nel descrivere come all’origine dell’attività del movimento, prima ancora dell’azione sul campo, ci sia stato lo “studio delle carte” dei processi sulle stragi, ha fin da subito posto un punto fermo: stiamo parlando della frase scritta da Salvatore Borsellino in una famosa lettera aperta ai media del 2007: “19 luglio 1992: una strage di Stato”. «Quello che cerchiamo di far capire - ha spiegato Garavaglia - è che ci sono pezzi dello Stato deviato che vanno ancora a braccetto con la mafia. Mi chiedono spesso perché dobbiamo ancora ricordare gli anni degli omicidi, delle stragi, che oggi (dicono) non ci sono più. Perché, purtroppo, alcuni personaggi che hanno reso possibili quelle stragi, che ne hanno ‘fatto parte’, sono ancora presenti all’interno delle istituzioni”.

Garavaglia ha menzionato in proposito diversi delitti imputabili allo Stato-mafia, sui quali permane tuttora, a distanza di decenni, un alone di mistero: dagli omicidi di Beppe Alfano e Antonino Agostino, all’apparente suicidio di Attilio Manca - il medico che operò Provenzano alla prostata nel 2003 a Marsiglia -, fino al caso di Luigi Ilardo, l’infiltrato ucciso da Cosa nostra pochi giorni dopo che il suo nome era stato portato a conoscenza di uomini dello Stato, e senza che le sue deposizioni (inclusa quella sull’omicidio di Claudio Domino) fossero mai state verbalizzate.

Molto toccante, poi, l’intervento di Graziella Accetta, la madre dell’undicenne vittima di mafia. Dopo aver rivissuto lo strazio della perdita del suo bambino, ucciso con un colpo alla testa da uno misterioso sicario in sella a una Kawasaki, poi riconosciuto essere Stefano Graffagnino (fatto uccidere da Totò Riina per evitare che parlasse), la donna ha ricordato gli anni bui attraversati dalla sua famiglia. Quindi la decisione, all’indomani dell’incresciosa intervista di Bruno Vespa a Salvo Riina “Porta a Porta” nel 2016, di scendere in campo. «Lui (il figlio di Riina, nda) diceva che gli era stato rubato il padre, che era vent’anni che non abbracciava suo padre», ha detto, indignata, Graziella. «Questa cosa mi ha fatto rivoltare lo stomaco: sono andata in piazza, con un cartellone, con scritte quattro righe: "Rai vergognati, Bruno Vespa vergognati". Io, Claudio Domino, sono ventinove che non abbraccio mio padre e mia madre. E non sono un assassino».

Centoventicinque sono i bambini vittime di mafia, ha ricordato poi la donna, di cui 109 riconosciuti dallo Stato: i volti della metà di loro campeggiavano su un poster alle spalle degli ospiti. Sotto la scritta: “Giù le mani dai bambini”.

Questa la frase fatta propria dal ‘Progetto dei bambini vittime di mafia’, promosso da Graziella
Accetta insieme col Gruppo Agende Rosse di Palermo. «La mafia non è quella che ha il codice d’onore? Come mai nessuno parla di questi bambini?», ha incalzato Graziella. Per esempio di Annalisa, 14 anni, uccisa da vari colpi d’arma da fuoco per essere stata usata come
‘scudo’ da parte di un delinquente che poco prima si era fermato a parlare con lei.

Ci hanno raccontato che la mafia ha un codice d’onore «perché una parte deviata dello Stato non l’ha mai veramente combattuta, questa mafia». 1118 sono inoltre, in Italia, i cosiddetti “invisibili”: magistrati, membri delle forze e altri servitori dello Stato vittime di mafia che nessuno mai ricorda, e in nome dei quali Graziella intende lottare: solo il 20% dei delitti di mafia ha ottenuto giustizia. A maggior ragione, quindi, occorre dare un giro di vite.

A concludere l’evento è intervenuto Paolo Borrometi - giornalista e scrittore, direttore della testata
online La Spia e presidente dell'associazione Articolo 21, sotto scorta da ormai 6 anni -, il quale ha parlato ancora dell’espressione “strage di Stato”: «non dovremmo mai smettere di applaudire Salvatore Borsellino, perché continua a ricordarci quelle che sono le nostre responsabilità», per poter individuare non solo coloro che hanno ucciso, ma anche «coloro che hanno aiutato a uccidere».
«Nel 1992 - ricorda il giornalista - vi era ancora chi negava la stessa esistenza della mafia: quando noi
parliamo di strage di Stato, parliamo di persone che indossano la divisa, che avrebbero dovuto servire il
Paese, e invece, per salvare se stessi e la loro vita, hanno condannato le altre persone. Non interessano più i responsabili mafiosi, c’è bisogno di altro: qualcuno ha detto che sarebbe arrivato il momento di avere un pentito di Stato. Essere strumenti di certa mafia, o mafia-grigia, o certi pezzi dello Stato deviato significa avere le stesse mani sporche di sangue. È questo che dobbiamo gridare, ognuno di noi ha nelle proprie mani la possibilità di essere utile a questa società. Banalmente, anche solo restando accanto a giudici come Nino Di Matteo, Nicola Gratteri, Sebastiano Ardita, il magistrato Lombardo. Noi abbiamo il dovere di non farli sentire soli».

 

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