Querida Amazonia. La Chiesa sulla soglia del coraggio

Oltre papa Francesco, ancora una volta sembra essere stata la paura il vero protagonista. Una paura che forse ormai va guardata in faccia e le va dato un nome.

Querida Amazonia. La Chiesa sulla soglia del coraggio
fonte: Radio in Blu

Quando ho letto il testo dell’ultima esortazione di papa Francesco Querida Amazonia mi è subito comparso dinanzi agli occhi, come un flash, il bellissimo testo dell’ultima intervista al cardinale Martini in cui con spirito e audacia profetica il prelato affermava senza timore, al suo confratello gesuita che lo intervistava: La Chiesa è rimasta indietro di 200 anni. Come mai non si scuote? Abbiamo paura? Paura invece di coraggio?”.

Prima di formulare qualsiasi riflessione sull’esortazione apostolica, che ha riempito di sé pagine di giornali e social media, credo sia necessario porre alcune premesse: la prima è che lo farò senza parlare l’ecclesialese: quel dire e non dire, cioè, per il quale ad ogni buco deve corrispondere sempre e per forza una pezza a colori, pur di uscire puliti e senza esporsi e senza mai andare oltre contenuti calcolati e prudenziali (come ha mostrato recentissimamente la reazione confusa di tanti, troppi, al commento di Benigni al Cantico dei Cantici – ma di questo parleremo poi); la seconda è che sarò scevro da condizionamenti diplomatici, credendo fermamente che la riflessione, quando onesta, deve avere sempre diritto di cittadinanza, evitando la via larga e troppo comoda di pensieri posti al centro che non scontentano nessuno e che non suscitano brividi… insomma un po’ acqua calda; la terza è che il punto di vista di un teologo resta, per dirla con papa Francesco, quello di  un “pensiero aperto e mai concluso” e dunque si nutre di un pensiero critico che, se fondato e onesto, deve restare tale anche di fronte alla posizione ufficiale del Magistero, fermo restando il rispetto e l’accoglienza di quest’ultima, ma nella libertà spirituale però che deve sempre alimentare le domande e dar vita alla ricerca perché questa possa tradursi in riflessione.

Il documento è costruito su 4 sogni fondamentali per la terra amazzonica: la lotta per i diritti dei poveri e degli ultimi, la difesa della ricchezza culturale propria, la custodia della bellezza naturale che la contraddistingue e, infine, il sogno di «comunità cristiane capaci di impegnarsi e di incarnarsi in Amazzonia, fino al punto di donare alla Chiesa nuovi volti con tratti amazzonici».

I primi tre sogni rispondono a urgenze epocali non più derogabili, perché la vita degli abitanti di quelle terre sia promossa e pienamente integrata e per una reale protezione della sua bellezza naturale, entrambe minacciate e ferite dalla povertà, dalle ingiustizie, dagli squilibri economici e sociali, e dal disastro ecologico in atto.

Il quarto sogno, quello che più ci interroga e che forse si è fermato prima del sogno, richiama un’urgenza di altro tipo, che potremmo definire pastorale ma che, meglio inteso, è ecclesiale. Il grande annuncio salvifico dell’Evangelo deve giungere con tutti gli strumenti possibili anche in una terra ferita e desiderosa di rinascita; questo esige una vera e propria inculturazione sociale e spirituale – afferma l’esortazione – a servizio di una nuova evangelizzazione e di una spiritualità non individualista e alienante, ma capace di dare voce e forma ai bisogni spirituali, ma anche a quelli umani e sociali.

Che questo quarto sogno risponda realmente e concretamente all’esigenza vera di quella porzione di Chiesa, tuttavia, è quantomeno dubbio. Mi ha ricordato il commento di cari amici samoani che venivano chiamati a danzare durante le celebrazioni in San Pietro a Roma, scalzi sul marmo. Tornavano in seminario intirizziti e dicevano “è la nostra cultura, ma noi danziamo sulla sabbia”… Il documento, infatti, dopo aver ribadito l’importanza e la centralità dell’Eucaristia, affronta il tema dell’inculturazione della ministerialità in modo assai singolare: bisognerebbe infatti «inculturare» l’importanza dell’Eucaristia domenicale, fonte e culmine della vita cristiana, in una situazione ecclesiale e pastorale fortemente segnata dall’assenza di presbiteri e da comunità cristiane guidate nella stragrande maggioranza dei casi da laici preparati e formati, che annunciano la Parola e spesso amministrano alcuni sacramenti. Qui la nostra riflessione non può non soffermarsi sulla discrepanza esistente tra l’aver individuato il problema e girarci intorno, proponendo soluzioni che soluzione non sono.

L’esortazione afferma l’esigenza, da parte della Chiesa, di «una risposta specifica e coraggiosa». Infatti, «occorre trovare un modo per assicurare il ministero sacerdotale. I laici potranno annunciare la Parola, insegnare, organizzare le loro comunità, celebrare alcuni Sacramenti, cercare varie espressioni per la pietà popolare e sviluppare i molteplici doni che lo Spirito riversa su di loro». Tuttavia, ciò non basta perché – afferma il documento – «hanno bisogno della celebrazione dell’Eucaristia (…). Se crediamo veramente che è così, è urgente fare in modo che i popoli amazzonici non siano privati del cibo di nuova vita e del sacramento del perdono».

La possibile soluzione, arriva al numero seguente: i vescovi dell’America Latina promuovano la preghiera per le vocazioni e siano più generosi, formando e inviando preti che svolgano la loro missione in Amazzonia.

Ci sia consentito esprimere quantomeno alcune perplessità, riguardanti una certa approssimazione con cui viene affrontato un problema così complesso. La discussione non si può risolvere nell’assioma «preti sposati si, preti sposati no», come incautamente hanno fatto certe tifoserie anche a seguito di esposizioni sul tema del celibato prive di fondamento teologico e anche di buon senso. Qui è in gioco, invece, una visione di Chiesa, la sua capacità di “sognare” in modo altro la ministerialità, il suo coraggio di affrontare nodi che prima o poi la storia riproporrà con forza – e forse sarà troppo tardi – per riformare se stessa.

Se papa Francesco si è fermato un attimo prima e ha ritenuto di dover accompagnare nel tempo le diverse tematiche connesse al ministero ordinato e al ruolo della donna, ha certamente buone ragioni che vanno nella direzione dell’unità ecclesiale e di una maturazione armonica su questi temi.

Ma la domanda del teologo rimane: fino a quando? Quando avverrà questa maturazione ecclesiale che, finalmente libera dalla paura di cambiare, darà voce, spazio e volto a quell’audacia che pure Papa Francesco auspica da tempo? Fino a quando si dovrà continuare a sentir parlare di allargamento del ministero laicale, quando ciò è stato affermato già sessant’anni fa dal Concilio Vaticano II, rimanendo lettera morta, e la famosa «ora dei laici» – secondo una felice battuta del pontefice – non si è avverata perché «sembra che l’orologio si sia fermato»? Fino a quando nessun ministero ufficiale e istituito per le donne? Fino a quando l’aspetto della disciplina dovrà essere rigidamente conservato perfino dinanzi a una drammatica urgenza sacramentale?

Rimane ancora una considerazione, che non ha nulla di amaro, ma che vorrebbe porsi come pungolo e provocazione: se su certe questioni aperte la Chiesa, anche stavolta e in presenza di una situazione come quella amazzonica, si è lasciata ancora irretire dalla paura e si è divisa in letture ideologiche contrapposte, qualcosa non quadra. Significa che le manca il coraggio, è deficitaria di profezia, è prigioniera dello status quo e si rinchiude proprio in quella «paura di sbagliare», denunciata da papa Francesco in Evangelii gaudium, invece che essere santamente inquietata dall’urgenza di portare l’Evangelo a tutti.

Aveva affermato il cardinale Martini nel suo bellissimo testo Conversazioni notturne a Gerusalemme, con cui abbiamo aperto: «Il celibato è un altro argomento. Questo tipo di vita è oltremodo impegnativo e presuppone una profonda religiosità, una comunità valida e forti personalità, ma soprattutto la vocazione a non sposarsi. Forse non tutti gli uomini chiamati al sacerdozio possiedono questo carisma. Da noi la Chiesa dovrà escogitare qualcosa. Oggi a un parroco vengono affidate sempre più comunità, oppure le diocesi importano sacerdoti di culture straniere. Questa a lungo termine non può essere una soluzione. La possibilità di consacrare viri probati (uomini esperti, di provata fede e capacità relazionale) dovrà in ogni modo essere discussa».

Forse, anche stavolta, si è persa un’occasione preziosa.