La “via italiana” è inadeguata e forse anche dannosa

SECONDA PARTE. Abusi sessuali clericali, ItalyChurchToo svela la realtà dietro le promesse e le commissioni d’inchiesta indipendenti ma non troppo.

La “via italiana” è inadeguata e forse anche dannosa

«Vi scriviamo prima di tutto come cittadine e cittadini. Perché la Chiesa è parte della società e non fuori di essa. Ci muove uno spirito di verità, di giustizia, di responsabilità che oggi ci fa stare davanti a voi, in piedi, in coscienza, con franchezza. Gli abusi perpetrati all’interno della Chiesa colpiscono le persone nei loro corpi, nella loro vita, nella loro coscienza: sono violazioni dei diritti umani. Se la Chiesa non rispetta i diritti umani, non può predicare il Vangelo.

Per questo l’obbedienza al Vangelo può spingere alla “disobbedienza” ogni volta che in nome della “prudenza” si rischia di diventare complici dei delitti” si legge nella lettera aperta “Chiediamo verità, giustizia e prevenzione” promossa da ItalyChurchToo https://italychurchtoo.it/2022/05/chiediamo-verita-giustizia-e-prevenzione-la-lettera-del-coordinamento-alla-cei/ 

Il «nuovo corso» e la composizione di commissioni che sono «indipendenti da chi? e non troppo» stanno già dimostrando quanto sono lontani dalla direzione chiesta da ItalyChurchToo e che sarebbe necessaria e doverosa.

Sul sito del coordinamento e sul canale youtube di Rete L’Abuso è disponibile il video delle domande(e le “risposte”) a Zuppi della vaticanista Franca Giansoldati «sulla scelta della CEI di discriminare tutte le vittime del clero abusate prima del 2000». https://italychurchtoo.it/2022/05/domande-risposte-sulla-pedofilia-della-vaticanista-franca-giansoldati-al-presidente-cei-matteo-zuppi/ «Non chiari neppure i provvedimenti per quelle che saranno prese in considerazione dalla chiesa italiana – sottolinea la pubblicazione sul sito web di ItalyChurchToo - non ci sarà quindi una commissione d’inchiesta, rimarrà l’auto monitoraggio della chiesa su se stessa, lasciando indifferente il problema e eventuali soluzioni».

«La “via italiana” dei vescovi, una strada inadeguata, forse anche dannosa» ha denunciato lo scorso 21 giugno ItalyChurchToo: «il Coordinamento valuta le cinque linee d’azione non solo carenti, ma segno di una direzione divergente rispetto all’assunzione di responsabilità e trasparenza richieste».

Il documento integrale è pubblicato qui https://italychurchtoo.it/2022/06/la-via-italiana-dei-vescovi-una-strada-inadeguata-forse-anche-dannosa/ di cui riportiamo alcuni stralci.

 

«[…]Il Coordinamento ritiene che i servizi diocesani per la tutela dei minori, così come sono concepiti, non abbiano le caratteristiche di terzietà necessarie per accogliere la denuncia delle vittime, spesso restie a rivolgersi a un centro istituito dalla stessa istituzione all’interno della quale hanno vissuto l’abuso. La resistenza a fare riferimento a tali centri è spesso aggravata dalla presenza di preti quali referenti diocesani; nel merito, i Centri d’ascolto, inoltre, lungi dall’offrire una disponibilità di contatto continuativa e articolata, sono spesso affidati a singole figure con una limitata offerta di tempi e qualità di ascolto.[…]

Il Coordinamento ritiene inutile, per i motivi di cui sopra, un Report annuale basato sui soli dati raccolti dai servizi diocesani, destinati a risultare gravemente lacunosi e parziali e, pertanto, a fornire un’immagine falsata del fenomeno. La collaborazione con un Centro accademico di ricerca in fase di analisi dei dati non costituisce quella garanzia di indipendenza necessaria a raggiungere la conoscenza più ampia possibile del fenomeno, che può essere ottenuta soltanto grazie all’accessibilità di tutti gli archivi ecclesiali, messi a disposizione di un Ente o una commissione super partes dotata di altissima competenza interdisciplinare.[…]

Il Coordinamento ritiene insufficiente il ricorso ai dati in possesso della Congregazione per la Dottrina della Fede, che notoriamente costituiscono solo il dato emerso e giusto a definizione processuale canonica.
Ritiene, inoltre, discriminatorio l’arco temporale preso in esame, in quanto escludente le vittime emerse in tempi precedenti, ma anche quelle non emerse in quanto non ancora giunte a maturazione della consapevolezza dell’abuso subìto, il cui tempo è stato attestato, anche in sede scientifica, fino a 30, persino 40 anni; tale arco temporale risulta inoltre insufficiente a determinare sia contesti in cui l’abuso sia stato sistemico, sia dinamiche strutturali più profonde, che solo possono essere individuati esaminando un periodo più ampio.
Inoltre, non sono state pronunciate parole chiare in merito al tema dei risarcimenti morali ed economici, passaggi essenziali per dare concretezza alla ricerca di verità e all’offerta di giustizia. […]».