Marisa Cozzini, il battito del colore

Una pittura di gonfiori cromatici, di equilibri predestinati, quasi di misture tonanti – se al colore potessimo attribuire una voce sotterranea –, di capillari crocicchi tonali.

Marisa Cozzini, il battito del colore

Se dovessi determinare o individuare il luogo primigenio dell’espressività immaginerei un approdo colmo di tutte quelle “garanzie” – intime, umorali, segrete, penetranti, libertarie – che solo la poesia è in grado di riepilogare nel verso o nei virgolettati posti a margine, nelle soste d’alito, nell’indaco o nei bagliori di cielo.

 

La poesia: origine del sentire, madre benevola nel dispensare e tollerante intrattenitrice.

La poesia: centralità unica dell’indagare, pelle e brivido di ogni passo, sguardo comprensivo o piglio di frenesia. Ed altro ancora, ininterrottamente, come se finanche le minuzie, il dettaglio, le pieghe periferiche si alimentassero dello stesso gemito.

 

Ci sono artisti per i quali la poesia è una presenza celata, inabissata, talvolta smarrita eppure capace di riaffiorare – in una sorta di intima agitazione – lungo le labbra del segno, peregrinando nelle pieghe del cadmio, attraversando gli avallamenti della biacca. Una presenza fatta di sporgenze attimali e di nuovi trinceramenti. Per molti è un sapore inatteso, non sempre consumato lucidamente, perfino zavorrato – o archiviato – come labile sotterfugio dell’anima.

Per altri la poesia è, in verità, un’ebbrezza eloquente, compagna inseparabile dello sguardo, mistura e misura del proprio enigmatico incedere. Sopravviene la parola, non già quale moto interiore di valicabilità descrittiva bensì quale respiro propedeutico, conforto narrativo, prologo concreto di un necessario equilibrio.

 

Marisa Cozzini appartiene di fatto a questa seconda schiera di artisti. In primis per una sorta di rilevante “militanza” poetica che la vede protagonista da lungo tempo. Un rapporto, quello con la parola, che sembra segnare, fin dall’inizio, la misura e la forma di un più ampio indagare. Il racconto della Cozzini è un osservatorio di meditati eventi dove le oscillazioni della memoria segnano le pause e le fughe, il silenzio aggressivo, l’incertezza che si fa ombra. Una poesia di piccole asserzioni, di inseguimenti, di cifre intime eppure universali.

 

Un narrare lieve che rimanderebbe – se valesse soltanto l’approccio retinico – ad uno scenario di gesti immobili, di soste rassicuranti, ovvero ad una naturalità dell’esistenza alimentata esclusivamente dalla legittimazione dello sguardo. In verità, nel sillabario congeniale dell’artista trovano alloggio – assai spesso celati – il senso e il moto di una profonda e infaticabile vitalità, un “indistinto materico” – come suggerirebbe Renato Barilli – capace di spaginare e scomporre la benevola costruzione dell’immagine. Di offrire ad essa un’anima alternante, enigmatica, metafisica. E’ questa dimensione della poesia a fare da volano alla pittura recente di Marisa Cozzini. Una pittura di gonfiori cromatici, di equilibri predestinati, quasi di misture tonanti – se al colore potessimo attribuire una voce sotterranea –, di capillari crocicchi tonali.

 

Una pittura che non smarrisce – non abdica, direi – il desiderio del racconto; che non semplifica (con l’occupazione intransigente della campitura) il frammentato profilo della scrittura.

Mi pare invece che il labirinto di segni, di tracce e di confidenze trovi il suo alveo ideale in queste dinamiche del colore, come se ogni “termine”, finanche il più acerbo, dettasse il senso di una più compiuta azione narrativa.

Credo addirittura che la pittura, nelle sue più penetranti incursioni, nell’eterno saccheggio delle luci e dell’ombra, restituisca all’autrice un repertorio espressivo – della propria espressività – decisamente più ampio, più generoso e dinamico di quanto l’impronta verbale abbia finora prodotto. In poche parole, se la poesia ha pilotato il destino lungo le prospettive di un fecondo sentire, la pittura appare come la  foce di ogni  precedente schiumare, l’agora sconfinata all’interno della quale le voci, i silenzi, i segni, lo sguardo, la memoria, la tenerezza rimbalzano al pari delle luminarie offerte al vento.

 

Ma una pittura, a ben guardare, che non raccoglie soltanto gli afflati ribelli della Cozzini bensì la lucida sequenza di un sillabario che alla parola – alle sue inestricabili rotte - avvicenda le scrupolose dimore del colore, della forma, del caos. L’evoluzione narrativa di Marisa Cozzini corre lungo una traiettoria che, originata proprio dal sostegno evocativo, sembra addensarsi verso una sostanza fatta di recuperi, di rispondenze, di profili comunque capaci, al di là di un’apparente e transitoria difficoltà interpretativa, di restituire invero un paesaggismo decisamente meno consolante o scontata; una figurazione orfana di cifre riconducibili ad un sentire comune; una nature che libera, in un vero e proprio sbalordimento cromatico, il suo periodare piegato.

Il colore dunque.

 

Ovvero l’origine di questa nuova stagione del racconto; il colore quale crocevia e cornice di ogni probabile innamoramento; messa a fuoco dei rarefatti riposi dell’anima; rivelazione generosa dei propri indugi, degli inganni, dei dubbi girovaghi che sono figliolanza benevola di ogni storia.

Un colore che non lascia spazio o alito ad altre “difese” più o meno ortodosse – il segno, la curva, il taglio -; che non concede pause di ripensamento o spettacolo di timorosi indugi.

Perché questo “fuoco di palpiti” – il fuoco restituisce ogni nota tonale, i minuscoli bagliori che anticipano la cenere – è forse il senso più autobiografico del proprio incedere. Ovvero, scomodando Delaunay “il battito del cuore stesso dell’uomo”.

 

Ecco, credo che la pittura di Marisa Cozzini vada per questa strada, lungo un percorso più volte immaginato, seguendo il timbro, sempre più marcato, del proprio battito.

 

WORDNEWS.IT © Riproduzione vietata