Gaetano Zampogna, l’ultimo artificio

Perché l’artista “consapevole ” è in quella che mi piace considerare la “toponomastica della storia”, fatta di bisbigli e strepiti, di sguardi all’orizzonte e di ferite non curabili. Viene allo scoperto oggi, dinanzi al sentire apocalittico di un tempo ostile, recuperando via via le tracce di un “io” passato fatto di scrupolosi sguardi sul mondo...

Gaetano Zampogna, l’ultimo artificio
Gaetano Zampogna - Tempo di Covid 20 2020

Tutto ha inizio in un tempo relativamente distante…

E’ fatale che quello in corso sia un tempo di sospensione o, più marcatamente, di istanze riflessive. E’ in effetti difficile consacrarlo come tempo di energici ribaltamenti o di più mitigate trasformazioni. E’ un tempo sganciato. E avverso.

Ma il riepilogo – o meglio ancora il ripensamento – può garantire a volte una maggiore osservazione del trascorso: quello remoto e quello più prossimo a noi. Come se l’osservazione declinasse per un tracciato risolutivo e meno accidentale; come se restituissimo a noi stessi il privilegio di uno “sguardo equo” ripulito degli affanni a venire e di quelli trascorsi. Accade allora che taluni artisti – i più “consapevoli” – attraversino il “presente” attenzionandone, più di altri, il senso, il cruccio, il dubbio e le lesioni. Come sentinelle d’altura pronte ad intercettare il “suono” del vento prima che questo aumenti il fiato. O che lo spezzetti in minuscoli rivoli.

E’ sull’altura di questo tempo Gaetano Zampogna, come lo è stato in passato, con il suo occhio ciclopico e pensile a considerare – e misurare – le traiettorie del divenire, la curva, lo schianto. E gli affanni ereditati, consumati, e ancora ricomparsi per vezzose bizzarrie. O per capricci assai meno seducenti in verità. Perché l’artista “consapevole ” è in quella che mi piace considerare la “toponomastica della storia”, fatta di bisbigli e strepiti, di sguardi all’orizzonte e di ferite non curabili. Viene allo scoperto oggi, dinanzi al sentire apocalittico di un tempo ostile, recuperando via via le tracce di un “io” passato fatto di scrupolosi sguardi sul mondo.

Non è un caso che in uno dei testi critici più lucidi che accompagnano il suo percorso di artista (non tralasciando la memoria dell’uomo) Teolinda Coltellaro indica quella “essenza  vitale  del   sociale che  si dà  nella flagranza del suo farsi,  quasi  di disturbo  comunicativo alla stregua  dei media, del loro linguaggio che ne ripete, in  una ossessiva ridondanza,  la specularità  esistenziale …”.  Non è affatto un caso che questa sua, mai ordinaria, propensione all’ascolto, lo porti oggi ad essere testimone vigile degli accadimenti e a questi destinare la propria intima, personale, accesa esplorazione. L’accadimento sociale (e pertanto comune) si fa riflessione altra - mai iconografica o pedantemente sommaria – restituendoci quel corpo dell’arte che è il vero dell’opera.

La “maschera antipandemica” che affida ai suoi presenti ritratti non è soltanto lo  strumento salvifico che ci viene in soccorso; pare farsi questo, in verità,  l’ingannevole dispositivo che conduce alla irriconoscibilità e alla incomunicabilità. L’atto finale e supremo di un cammino  - tutto umano – in cui lo sconcerto e lo spaesamento sono i punti cardinali di un “dialogare” paradossalmente fitto, gremito, intenso, affollato. Che si fa, di colpo, periferia di tutti: cortile brullo, agora spopolata, pianura incolta.  Il nuovo disagio identitario pare riaprire, nell’opera di Gaetano Zampogna, ferite appartate e farsi occasione narrativa di una “difficoltà” che ha origini e tensioni in un altrove remoto, assai spesso celato. Eppure palpabile nella “soffocazione” comune. 

Finanche l’azione pittorica sembra evidenziare – nel repertorio delle figure proposte –  un cortocircuito emblematico tra reale e immaginifico. Identità alloggiate (talvolta sospese) in luoghi -non- luoghi, ovvero figliolanza di un tempo e di un luogo quasi incustoditi, disabitati della “sostanza” storica della memoria e indirizzati verso una solitudine che si fa struggente, talvolta disperata. La “maschera” è l’ultimo artificio dell’inutile ornamento.

 

Cenni biografici

Gaetano Zampogna Nasce a Scido RC nel 1946. Vive e lavora a Roma. Nel 1989 è uno dei fondatori del gruppo Artmedia. In sintonia con le direttive teoriche del movimento, basate su una concezione dell’arte intesa come “appropriazione e saccheggio” di opere del Novecento, inserisce su superfici monocrome o bicrome, o supporti fotografici in Cibachrome, opere originali di artisti quali Schifano, Boetti, Lewitt. 

Dopo tale esperienza, che si conclude nel 1994, Zampogna sposta il suo lavoro verso il recupero di una pittura figurativa contaminata dalle mitologie mediatiche del nostro tempo. In un primo momento evidenziando la debolezza delle realtà percepita come produzione pubblicitaria: all’imponenza monocromatica e lunare di grandi volti anonimi sovrappone gli “avvenimenti del mondo” come finestre mediali prese dalle copertine delle più importanti riviste internazionali. 

Nella fase successiva Zampogna crea un rapporto alienato d’identità fra i due soggetti, dilatando le precedenti finestre fino a farle diventare equivalenti ai ritratti, fino a rendere cioè la” Realtà Reale” e la “Realtà Mediale” intercambiabili. Le opere successive dell’artista rappresentano un passo ulteriore e logico verso un’analisi ironica e tragica del reale: i personaggi vivono bizzarramente all’interno delle “figurazioni del gratta e vinci”. L’Isola del Tesoro, gli Animali Porta Fortuna, sono icone di una contemporaneità svalorizzata che rappresentano l’attesa di una mediocre catarsi: la speranza illusoria della personale ricchezza. Nel 2009 l’artista realizza una serie di volti di poeti amici, monocromatici ed estremamente riconoscibili, appena “disturbati” a tutto campo dalla formulazione errata di proverbi banali (ad esempio can che abbaia…non nuota). 

Nel 2010 inizia la fase più recente del lavoro di Zampogna; con piglio visionario egli organizza delle grandi macchine visive i cui protagonisti sono due personaggi allegorici: i giganti Mata e Grifone che risalgono all’immaginario remoto del sud Italia e che, quasi evocati, si palesano su enormi stoffe decorate con motivi floreali, diventando messa in scena cristallizzata e stratagemma di fuga verso una ritualità originaria da contrapporre al vuoto della storia e hanno la tangibilità onirica dell’ombra che prende visivamente corpo. La statura dei “Giganti in posa” ribalta la certezza della realtà, inverte le sue cronologie come a dire che solo ciò che si può dipingere è reale ed è reale solo ciò che non esiste. 

Dal 2014, dopo questa esperienza favolistica e sognante, l’artista ha voluto, a suo modo, riaprire gli occhi sul mondo affrontando uno di filoni drammatici dell’arte occidentale trattato (per fare dei nomi) da Rembrandt, i Carracci, Chaïm Soutine, Picasso, Francis Bacon: la macelleria animale. In Zampogna la macelleria è una messa in scena incorporea dove l’animale e il suo carnefice convivono armonicamente su stoffe damascate quasi a diventarne a loro volta la decorazione: il dramma risulta sdrammatizzato come per affermare che la sdrammatizzazione mediatica del dramma è il vero grande dramma della contemporaneità. (Elmerindo Fiore)

 

 

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