Mafie in Brianza: «Spesso i Comuni non sanno di avere beni confiscati sul proprio territorio»

CRIMINALITA’ ORGANIZZATA. I beni confiscati nella provincia di Monza e Brianza hanno raggiunto quota 375. Un centinaio sono i beni destinati, ma di questi, secondo la componente di “Brianza SiCura” Lucrezia Ricchiuti, «pochi vengono dati in utilizzo per finalità sociali per i costi elevati di ristrutturazione». I beni restano chiusi e finiscono in stato di abbandono e degrado. Gli esempi di Vimercate e Seveso: «Occorre sensibilizzare le amministrazioni a verificare l’esistenza di beni confiscati sul territorio». Regione Lombardia stanza milioni di euro per la ristrutturazione dei beni confiscati: «Non tutti i Comuni e le associazioni sanno di poter accedere a finanziamenti regionali diretti per i loro progetti».

Mafie in Brianza: «Spesso i Comuni non sanno di avere beni confiscati sul proprio territorio»
Bene confiscato a Ruginello, frazione di Vimercate - ph mbnews.it

375 beni immobili confiscati alla criminalità organizzata. Un patrimonio che nei paludati borghi briantei non si sa più come nascondere. Appartamenti, box, terreni, fabbricati dismessi. Beni, magari, costruiti in origine per soddisfare le più comuni esigenze della cittadinanza, finiti poi nelle mani di chi ne ha fatto una base per la propria consorteria criminale. Laboratori per raffinare la droga, covi dove occultare il denaro sporco, depositi di armi. Tre beni su quattro risultano ad oggi confiscati in via definitiva. Di questi solo un terzo è stato effettivamente destinato ai Comuni o riservato alla proprietà dello Stato. Nella maggioranza dei casi, e si tratta di almeno 270 immobili in tutta la Brianza, per non parlare delle 23 aziende ancora in gestione, i beni (o i loro ruderi) restano lì, dove il clan sbaragliato da qualche blitz li ha lasciati.

«La legge sui beni confiscati dà molto fastidio alle mafie, perché portare via i beni ai mafiosi è come portare via un pezzo del loro corpo, quindi è chiaro che loro avversino questa legge», queste le parole di Lucrezia Ricchiuti (sopra nella foto), ex senatrice ed ex componente della Commissione parlamentare Antimafia, oggi membro dell’associazione Brianza SiCura, sempre attenta al tema dei beni confiscati. «Il problema - ha dichiarato a WordNews - è che i beni confiscati sono migliaia e migliaia, e quindi si pone anche il tema della gestione di questi beni». La Lombardia con i suoi 1.969 beni in via di confisca definitiva è la terza regione d’Italia per immobili in gestione, mentre è la quinta per immobili destinati, che ammontano a 1.242. «Per quanto riguarda la Brianza - prosegue Ricchiuti - i beni confiscati sul territorio stanno aumentando a dismisura. Fino ad oggi sono stati destinati all’incirca 102 beni immobili nella nostra provincia: stiamo parlando di appartamenti, box, terreni e, in alcuni casi, laboratori o immobili non residenziali. Sono pochi quelli destinati, cioè immessi nel patrimonio dei Comuni o, in alternativa, riservati allo Stato, che a sua volta può avere interesse a darli ad altri enti o autorità come la Guardia di Finanza o i Carabinieri».

Le legge in materia di gestione e destinazione dei beni sequestrati e confiscati, approvata nel 1996 e poi confluita nel Codice Antimafia del 2011, prevede che i beni, oggetto di iniziale sequestro a seguito di un’operazione antimafia, vengano custoditi e conservati da un amministratore giudiziario, operante «sotto la direzione di un giudice delegato», su nomina del presidente del tribunale competente. Quando dal sequestro si passa alla confisca anche non definitiva (quella cioè di primo grado), la gestione di questi “monumenti dell’illegalità” viene affidata direttamente all’Agenzia Nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata, istituita con decreto-legge del febbraio 2010.

Già nella fase del sequestro e fino alla confisca di primo grado è previsto che l’Agenzia, previa autorizzazione del giudice delegato, possa coadiuvare l’amministratore giudiziario. Dopo la confisca di primo grado e fino a quella definitiva emessa con decreto dalla Corte d’appello, è compito dell’Agenzia svolgere «attività di ausilio e supporto all’autorità giudiziaria», gestire il bene in conformità agli indirizzi del suo Consiglio direttivo, nonché provvedere al rimborso e all’anticipazione delle spese. Il tutto in un’ottica (che dovrebbe essere) di collaborazione con il tribunale, per assicurare «la migliore utilizzazione del bene in vista della sua destinazione o assegnazione» in tempi possibilmente rapidi - cosa che assai di rado avviene. Con la confisca di secondo grado, l’Agenzia provvede all’amministrazione di quelli che sono stati i frutti di un duro e onesto lavoro spolpati parassitariamente dalla malavita organizzata e che, dopo questo provvedimento, diventano definitivamente beni dello Stato.

La legge prevede che il provvedimento definitivo di confisca sia comunicato all’Agenzia, e che entro 90 giorni il Consiglio direttivo di questa adotti, con apposita delibera, un provvedimento di destinazione dei beni immobili e aziendali. Nel caso dei beni immobili, essi possono essere - alternativamente - mantenuti al patrimonio dello Stato o «trasferiti per finalità istituzionali o sociali ovvero economiche, con vincolo di reimpiego dei proventi per finalità sociali, al patrimonio del Comune ove l’immobile è sito, ovvero al patrimonio della provincia o della regione». Questa è dunque l’anima sottesa alla legge: far sì che i beni immobili, le loro pertinenze e le corrispondenti porzioni di territorio sottratti dalle mafie, vengano restituiti alla collettività e indirizzati a scopi sociali. A questo punto, sta all’ente territoriale scegliere se amministrare direttamente il bene acquisito al proprio patrimonio indisponibile o, sulla base di apposita convenzione, assegnarlo in concessione a titolo gratuito a comunità, enti, associazioni, organizzazioni di volontariato, cooperative sociali, comunità terapeutiche, centri di recupero per tossicodipendenti e simili.

Nel territorio lombardo, e brianzolo in particolare, si pongono però ulteriori problemi pratici: di questo centinaio di beni destinati a Comuni ed altri enti territoriali, «pochi - denuncia Lucrezia Ricchiuti - sono stati quelli dati in utilizzo per finalità sociali, perché si pone il problema della ristrutturazione di questi beni e del conseguente stato di abbandono in cui finiscono o già si trovano: questi beni hanno bisogno il più delle volte di essere ristrutturati, i Comuni hanno pochi soldi a disposizione, e quindi spesso e volentieri gli immobili confiscati rimangono chiusi, vuoti, abbandonati. Poi, la cosa più preoccupante per quanto riguarda il territorio di Monza e Brianza - aggiunge l'ex senatrice - sono gli immobili in gestione: attualmente sono 375, di cui sono stati confiscati in via definitiva circa 320 beni. Di questi, 114 sono appartamenti in condominio, 107 garage, una casa di cura, due fabbricati industriali, svariati terreni, ecc. Per questi beni ancora manca il decreto di destinazione secondo una delle finalità previste dal Codice Antimafia. Poi ci sono le aziende: 23 in gestione, di cui 15 confiscate definitivamente e 8 da confermare. Abbiamo 8 tra alberghi e ristoranti, 10 società di costruzioni, una società di trasporti, ecc. Anche queste sono aziende non ancora destinate con decreto dall’Agenzia».

Questa la situazione dei beni confiscati (in primo o secondo grado) nei principali Comuni brianzoli: a Desio gli immobili in gestione sono 47, a fronte di 11 beni destinati; a Muggiò 42 in gestione, 37 destinati; a Seregno 46 in gestione e 1 destinato; un solo bene destinato anche ad Arcore, Limbiate, Nova Milanese e Vimercate; due quelli destinati a Carate Brianza (a fronte di 20 in gestione), Monza e Seveso; tre a Brugherio e Usmate Velate; 4 i beni destinati a Vedano al Lambro; 5 a Giussano; 6 a Lesmo.

Lo scorso novembre il Comune di Vimercate ha manifestato interesse per la destinazione di un bene presente sul proprio territorio, quello che dovrebbe essere un terreno sito nella frazione Ruginello: «Il bene - spiega Ricchiuti - fa parte di uno di quegli immobili confiscati ma in gestione, per i quali non è stato ancora fatto il decreto da parte dell’Agenzia. Finché manca il decreto, purtroppo, non si riesce a individuare materialmente questi beni, a differenza di quelli già confiscati e decretati».

E qui si inserisce il ruolo di Brianza SiCura: «Noi - dichiara l’ex senatrice Ricchiuti - vogliamo approfondire il tema dei beni confiscati, perché spesso Comuni e Sindaci non sanno di avere beni confiscati sul proprio territorio - alcuni sono più attenti, altri meno. Quindi, nel caso di Vimercate una consigliera comunale, che è socia di BSC, ha visto che sul sito dell’Agenzia c’era questo immobile in gestione a Ruginello, e ha chiesto al Sindaco di fare in modo che questo bene diventi di proprietà del Comune. A questo punto il Sindaco si è attivato perché l’Agenzia emetta il decreto che destini il bene al Comune di Vimercate».

Più complessa è invece la situazione a Seveso: «L’amministrazione precedente (di centrosinistra, ndr) aveva avviato le procedure per acquisire il bene al patrimonio comunale. In effetti - ricorda Ricchiuti - il bene è stato acquisito, ma poi la nuova amministrazione (di centrodestra, ndr) se n’è sostanzialmente dimenticata. Anche qui c’è stata la segnalazione da parte di una consigliera di opposizione, che sul sito dell’Agenzia si è accorta dell’esistenza di questo bene: una porzione di villetta a schiera che apparteneva alla famiglia di Pino Pensabene, il boss della locale di Desio che gestiva la banca clandestina della ‘ndrangheta a Seveso. Siccome però con la moglie di Pensabene abitava anche un figlio minorenne, finché il minore non ha compiuto 18 anni non si è potuto procedere a liberare i locali. Poi l’appartamento è stato liberato, ma è andato anche distrutto. Adesso l’amministrazione - apprendiamo - ha stanziato 80mila euro per la ristrutturazione, però non è chiaro quale sarà la destinazione del bene». Da segnalare dunque l’inerzia generale sul tema da parte delle compagini politiche degli enti locali e territoriali, di qualunque colore politico, quando invece «la legalità dovrebbe essere fra i primi punti dell’agenda di ogni amministrazione».

«Quello che vogliamo fare - spiega l’ex senatrice - è cercare di sensibilizzare le amministrazioni per indurle a verificare nei loro territori quali siano i beni confiscati in via definitiva e, soprattutto, quelli ancora in gestione, così che i Comuni, se ci sono dei beni immobili a cui sono interessati, sollecitino in qualche modo l’Agenzia a emanare i decreti per farseli assegnare. Perché, lo sappiamo, i tempi dell’Agenzia di solito sono lunghissimi, e va a finire che più passa il tempo e più questi beni si deteriorano, e secondariamente si perde anche lo scopo ultimo della legge sui beni confiscati. Perché questa legge ha la finalità di far ritornare in possesso della comunità i beni dei mafiosi, e di consentire che in questi beni si svolgano delle attività sociali».

Interessante l’iniziativa lanciata dalla Prefettura di Milano che, ai primi del 2020, aveva organizzato due assemblee con i Sindaci della Città metropolitana di Milano e con l’Agenzia, proprio allo scopo di sollecitare le amministrazioni sul tema dei beni confiscati. La terza riunione che sarebbe stata in programma, era saltata a causa del Covid. «Nelle due assemblee - racconta Lucrezia Ricchiuti - mi ha detto il Prefetto che c’è stato un ottimo ritorno, nell’aver coinvolto anche i Sindaci. È quello che vorremmo fare noi nella provincia di Monza e Brianza, coinvolgendo il Prefetto, i Sindaci e l’Agenzia. Fra l’altro Regione Lombardia stanzia parecchi milioni di euro ogni anno per le associazioni e i Comuni che vogliono ristrutturare o utilizzare i beni confiscati. Quindi, ci sono anche le risorse: bisogna fare dei progetti, bisogna presentarli in Regione, dove vengono vagliati dalla Commissione regionale Antimafia. Certo che queste risorse bisogna utilizzarle - fa presente Ricchiuti - perché il problema, a quanto mi risulta, è che non tutti i Comuni o le associazioni sanno di poter presentare questi progetti alla Regione e avere dei finanziamenti diretti dalla Regione».

Lo stesso Comune di Seveso, a quanto ci risulta, non ha ancora inoltrato alla Regione la richiesta per ottenere questo finanziamento, in vista della ristrutturazione del bene di cui si è detto. La scadenza per l’invio della proposta è fissata il 31 marzo di ogni anno. Per cui l’amministrazione è ancora in tempo per beneficiarne. «Anche questo - conclude Lucrezia Ricchiuti - è un tema che dobbiamo sponsorizzare, perché si tratta di un modo per fare questi beni che altrimenti si deteriorano e non vengono utilizzati per lo scopo previsto dalla relativa legge».

 

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