I veleni di Taranto. «I governi italiani con i loro decreti ci hanno condannato a morte»

DISASTRO EX ILVA/Parte 1^. La rubrica “Diamo Voce” di WordNewsTV approda alla terza puntata: al centro dell’evento, la vicenda dell’ex Ilva di Taranto. Ospiti il magistrato di Cassazione Bruno Giordano, la presidente del comitato “Donne e Futuro per Taranto Libera” Lina Ambrogi Melle, il membro dell’”Associazione Genitori Tarantini” Massimo Castellana, l’ex operaio Ilva Aldo Schiedi e i collaboratori di Wn Alessandra Ruffini e Roberto Greco. Modera Daniele Ventura.

I veleni di Taranto. «I governi italiani con i loro decreti ci hanno condannato a morte»

«Tutti sanno che la questione Ilva rappresenta il punto di equilibrio più difficile fra la tutela del lavoro, e cioè dell’occupazione, la tutela della salute e della sicurezza, la tutela dell’ambiente e soprattutto la tutela della collettività». Inizia così l’intervento del dottor Bruno Giordano, magistrato presso l’Ufficio del Massimario della Corte di Cassazione, in occasione della terza puntata della rubrica “Diamo Voce”, trasmessa in diretta Facebook da WordNews TV nella giornata di ieri 20 febbraio e dedicata proprio al tema del disastro ambientale e sanitario dell’ex Ilva di Taranto, che ha causato negli anni centinaia di casi di tumore (cancro al polmone, mesotelioma della pleura, malattie dell’apparato respiratorio) spesso sfociati in morti precoci, anche fra i bambini.

Un tema che, in effetti, solo di recente ha trovato conforto dal punto di vista giudiziario: il 17 febbraio scorso si è conclusa la lunga requisitoria del pm Mariano Buccoliero nell’ambito del maxiprocesso “Ambiente Svenduto”: 47 imputati (44 persone fisiche e 3 società, quali Ilva, Riva Fire oggi Partecipazioni Industriali, e Riva Forni Elettrici), accusati a vario titolo di associazione a delinquere finalizzata al disastro ambientale doloso e colposo, all’avvelenamento di sostanze alimentari, all’omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro, al danneggiamento di beni pubblici, al getto e sversamento di sostanze pericolose, all’inquinamento atmosferico; 35 condanne richieste, fra cui quelle, rispettivamente a 28 e 25 anni, per i fratelli Fabio e Nicola Riva, a 28 anni per l’ex direttore dello stabilimento Luigi Capogrosso e l’ex responsabile delle relazioni istituzionali Girolamo Archinà, a 5 anni per l’ex governatore della Puglia Nichi Vendola, accusato di concussione aggravata in concorso.

È invece del 13 febbraio scorso la sentenza con cui il TAR di Lecce ha disposto lo spegnimento entro 60 giorni dell’area a caldo dello stabilimento, respingendo i ricorsi presentati nel luglio scorso da ArcelorMittal, gestore dell’impianto in regime d’affitto, e da Ilva in Amministrazione Straordinaria, proprietario dell’industria, contro l’ordinanza contingibile e urgente emanata dal sindaco di Taranto Rinaldo Melucci il 27 febbraio 2020. Un intervento storico, che ha visto i giudici amministrativi riconoscere la «piena sussistenza del presupposto grave pericolo per la salute e la vita dei cittadini, che nel caso della città di Taranto deve ritenersi immanente e permanente». Dopo anni in cui, al contrario, il tema è stato «affrontato “di petto” - ricorda il dottor Giordano - dai vari decreti ‘Salva Ilva’ per intervenire sulla vicenda che si era aperta presso l’Autorità Giudiziaria di Taranto», in relazione in particolare al «sequestro da parte del Gip di alcuni beni, soprattutto delle masse di acciaio presenti sul piazzale per garantire l’eventuale sanzione pecuniaria che si sarebbe potuta irrogare» e alla «conseguente amministrazione giudiziaria» che si sarebbe instaurata.

Tramite questi decreti si è venuta a creare «tutta una serie di norme speciali “ad Ilvam” che - spiega il dottor Giordano - hanno fatto sì che questa azienda continuasse a lavorare e che anche l’Autorità Giudiziaria continuasse le indagini senza intralciare l’operatività dell’azienda». Due le questioni di legittimità costituzionale a cui negli anni tali norme hanno dato origine: la prima, nel 2013, ha confermato l’impianto normativo sancito dall’autorizzazione integrata ambientale (AIA), sancendo l’impossibilità di qualificare il diritto alla salute come un «diritto tiranno» in grado di prevalere sull’interesse alla “salvaguardia dei livelli occupazionali”; la seconda, a valle di «una seconda ondata normativa dopo la morte di un operaio (il 35enne Alessandro Morricella, travolto da un getto di ghisa incandescente nel giugno 2015, ndr) presso l’altoforno 5», ha portato invece nel 2018 alla declaratoria di incostituzionalità di una di queste norme, «che impedivano nuovamente il sequestro dell’altoforno».

Norme che, nel loro insieme, potevano considerarsi - prosegue il magistrato - espressione di «un disegno politico diretto a consentire all’amministrazione straordinaria e ai commissari di condurre in porto un’operazione di passaggio dalla proprietà Riva, a cui è stata sottratta l’amministrazione per un acquisto poi confluito nelle mani di ArcelorMittal». Un disegno politico che affonda le radici nel passato, sulla scia del «miracolo economico», e quindi «del mito di poter arginare l’emigrazione al Nord industrializzando il Sud», della valorizzazione del lavoro, della bonifica del residuo e di quella stessa logica di appropriazione di mezzi di produzione pubblici da parte del privato che si è vista ricorrere nel caso dell’acquisizione di Ilva da parte del gruppo Riva nel 1995, e prima ancora in quello della ristrutturazione di Finsider, società del gruppo IRI, e di Nuova Italsider nel 1989.

Oltre ad “Ambiente Svenduto”, altri sono stati i processi «pendenti a Milano per ragioni di competenza territoriale, e che parallelamente hanno portato ad altre condanne e ad altri patteggiamenti, ma soprattutto al rientro dei soldi trovati alla famiglia Riva in Svizzera, pari a  1,3 miliardi di euro», ricorda il dottor Giordano. Tuttavia, «il grande problema dell’Ilva non si risolverà a colpi di sentenze»: la stessa decisione da ultimo presa dal Consiglio di Stato di non sospendere l’ordinanza del Tar di Lecce, non consente di affrontare appieno un problema, che è soprattutto un problema «di politica economica». Perché l’Ilva - sostiene Giordano - non è solo «il motore portante della siderurgia in Italia e in Europa, essendo uno dei pochi altoforni ancora attivi», ma è anche «la fotografia di una politica industriale degli anni ’60, in cui la tutela dell’ambiente era minusvalente, perdente e recessiva rispetto alla tutela dell’occupazione e alla tutela delle imprese». Al punto da trasformarsi in un veleno per l’economia, per l’ambiente e per la stessa collettività.

La soluzione consiste, secondo il dottor Giordano, nel «passare da una politica economica “di profitto” a una politica economica di tipo “sociale”, cioè dove il bene non è il profitto del proprietario, chiunque esso sia, ma è il profitto della società, della collettività».

Quelli dello stabilimento di Taranto sono problemi che «risalgono ormai a decine di anni fa», sottolinea Massimo Castellana, membro dell’Associazione Genitori Tarantini, intervenuto nel corso dell’evento. «Nel ’65 è partita la produzione, nel ’61 è stata avviata la costruzione dell’allora Italsider, magari anche con buone motivazioni, che però si sono nel corpo degli anni rivelate dei boomerang assolutamente insopportabili per quanto riguarda l’ambiente e la salute dei cittadini e dei lavoratori».

L’associazione di cui fa parte, racconta Castellana, è attiva sul territorio di Taranto dal 2015: «È un’associazione formata da persone che già erano molto attive nel sociale già degli anni precedenti». Lo scopo, quello di sensibilizzare il mondo politico-istituzionale sulle condizioni in cui versa la popolazione tarantina, specialmente quella residente nel quartiere Tamburi, dove sorge lo stabilimento. E non solo per gli elevati casi di tumori maligni (173, nel range di età compreso fra 0 e 23 anni, dei quali 39 in età pediatrica e 5 nel primo anno di vita), ma anche - denuncia Castellana - per «i gravissimi problemi a livello respiratorio e cardiovascolare» di cui soffrono i più piccoli. «Come associazione vogliamo ricordare i 600 bambini nati malformati degli ultimi anni; vogliamo ricordare i tanti bambini che non sono nati, perché donne e uomini in grande percentuale qui a Taranto, a causa delle aziende inquinanti, sono diventate con gli anni sterili. Per cui ci sono problemi veramente agghiaccianti».

Perché non si tratta di “scegliere” tra il lavoro e valori come l’ambiente, la dignità, la giustizia, l’istruzione, la qualità della vita. Si tratta di «scegliere se questa Costituzione sia ancora valida, se ancora funziona e soprattutto se la vogliamo applicare. Perché, se questa Costituzione è ancora valida - prosegue Castellana - noi vogliamo ricordare, e lo ricorderemo fino allo sfinimento, che l’unico diritto fondamentale della Carta costituzionale è il diritto alla salute, riconosciuto e tutelato dall’art. 32».

“Diritto fondamentale”, quello al «benessere psicofisico» e alla «salubrità ambientale», che viene riconosciuto all’individuo in quanto tale, sia esso cittadino o straniero presente in quel momento nel territorio italiano. Un diritto inclusivo, che non può essere messo in discussione da altri diritti contrapposti, come quello della libertà di iniziativa economica (art. 41): «Tutta la Costituzione parla come primo punto della vita». Da qui la necessità di un “bilanciamento” fra diritti che tenga conto di certi valori irrinunciabili dell’ordinamento, «attraverso produzioni che siano compatibili con la difesa della vita». E che, per quanto riguarda il lavoro, sappiano garantire al lavoratore «i diritti alla salute, a un ambiente salubre, alla dignità, alla sicurezza». Proprio quei diritti che, fa notare Massimo Castellana, «all’interno di quell’azienda non solo non vengono assolutamente considerati, ma vengono addirittura calpestati».

Nello stesso solco va ad inscriversi l’intervento della professoressa Lina Ambrogi Melle, presidente del comitato Donne e Futuro per Taranto Libera, prima firmataria di un ricorso alla Corte EDU contro le violazioni dei diritti fondamentali perpetrate da proprietari e gestori dello stabilimento siderurgico nel territorio tarantino: «Quello che sta succedendo è una vergogna tutta italiana, perché è ampiamente certificato che a Taranto ci sono dei danni incalcolabili dal punto di vista ambientale e sanitario». Aggravati, per di più, da una serie di elementi, quali: la mancata tempestiva chiusura dell’area a caldo, al contrario di quanto avvenuto a Genova e Trieste «per gli stessi motivi sanitari»; la totale indifferenza della politica regionale e nazionale alle denunce delle associazioni, al corposo dossier dei carabinieri del Noe di Lecce e alle due perizie, una chimica e una epidemiologica, disposte dal Tribunale nel 2012, «che hanno portato a un provvedimento di sequestro senza facoltà d’uso di impianti che - testuali parole della magistratura - “causano malattie e morti nella popolazione»; e le anomale “intromissioni” dei governi italiani «con una serie di decreti vergognosi, assurdi, inconcepibili», che «ci hanno condannato a morte». Ragion per cui, per la professoressa Ambrogi Melle e il suo comitato, l’unica via d’uscita è parsa quella del ricorso alla Corte di Strasburgo.

La condizione del previo esaurimento dei ricorsi interni (e quindi l’agire in giudizio fino al terzo grado) sarebbe stata inattuabile: «Per il solo processo “Ambiente Svenduto” le indagini sono iniziate nel 2009 e non si è ancora arrivati alla sentenza di primo grado. Figuriamoci se aspettiamo l’appello e la Cassazione», osserva Ambrogi Melle. «In due mesi e mezzo il nostro avvocato, di Roma, è riuscito a convincere la Corte che noi purtroppo non avevamo nessuna possibilità di difenderci qui in Italia, a causa proprio di questi decreti Salva Ilva. Così la Corte EDU ci ha concesso la trattazione prioritaria e d’urgenza, perché è una questione che riguarda non soltanto Taranto, ma un’intera popolazione, che è quella di tante province». Dopo alcuni escamotage tentati dal governo italiano per prorogare o far rigettare il ricorso, alla fine, il 24 gennaio 2019 la Corte - ricorda la professoressa Ambrogi Melle - «ha accolto tutte le nostre doglianze e ha condannato lo Stato italiano per non aver tutelato la salute dei tarantini».

Il Governo avrebbe dovuto muoversi al più presto per «porre rimedio alla situazione». Cosa che, però, non è stata fatta. Per questo, nell’estate del 2019, «abbiamo informato il Comitato dei ministri, deputato a vigilare sull’attuazione della sentenza», a cui ha fatto séguito un nuovo ricorso, ancora in attesa di definizione.

1.continua

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