‘Ndrangheta in Lombardia: una storia tutt’altro che segreta

MAFIE AL NORD/1. Sequestrati beni per un milione di euro all’ex trafficante di droga Giuseppe Carvelli: solo l’ultima di una lunga serie di operazioni contro la ‘ndrangheta radicata da decenni nel territorio lombardo.

‘Ndrangheta in Lombardia: una storia tutt’altro che segreta
Foto di un blitz antimafia - fonte rosanerolive.it

L’elenco dei beni sottratti alla criminalità organizzata continua ad allungarsi. Tra le operazioni più eclatanti si segnala da ultimo il provvedimento di sequestro preventivo disposto il 5 ottobre scorso dalla Questura di Milano - in coordinamento con la Procura distrettuale antimafia - nei confronti di Giuseppe Carvelli, ex narcotrafficante che presenta collegamenti con i Mancuso, potente famiglia della ‘ndrangheta di Vibo Valentia. A Carvelli, arrestato nel novembre 2019 in seguito a un blitz degli agenti di Polizia della Squadra Mobile di Milano (operazione denominata ‘Amleto’), è stata ricondotta una serie di prestanomi di cui si serviva per gestire una catena di ristoranti e pizzerie in franchising. Attività nella quale si presume fosse solito riciclare i proventi del traffico di droga.

I beni sequestrati consistono in una società immobiliare e un appartamento a Sesto San Giovanni, un altro appartamento a Forno Canavese, tre terreni agricoli a Concorezzo, una Porsche Macan e svariati conti correnti, per un valore di un milione di euro.

Una dura stoccata non solo ad un patrimonio accumulato attraverso il compimento di attività illecite, ma ad un pezzo non irrilevante - per quanto a prima vista circoscritto - di economia para-legale. I beni sono soltanto un punto di partenza. Da essi - e dal loro valore - si potranno ripercorrere transazioni, movimenti di conto corrente ed altre forme di pagamenti ‘tracciati’ fino ad arrivare all’altro capo del filo. Magari anche al capo-crimine. È così che si conducono le indagini dai tempi di Giovanni Falcone, che delle informazioni bancarie fece uso per la prima volta - in modo rivoluzionario per l’epoca - nel 1979 per istruire il processo Spatola, affinandolo nel corso degli anni sino alle soglie del maxiprocesso.

Un altro dato che non si può fare a meno di osservare è il seguente: quanto la ‘ndrangheta sia sempre più radicata all’interno del tessuto economico, sociale e politico delle regioni del Nord Italia, al punto di vivere sostanzialmente in simbiosi con esso. Di costituirne parte integrante.

La cosiddetta “area grigia” di commistione tra la sfera legale e quella illegale, di cui parla la commissione parlamentare Antimafia nella relazione conclusiva del 2018, ne è la riprova. Ciò che diceva Falcone di Cosa Nostra nel 1991, lo si può predicare oggi della ‘ndrangheta in Lombardia. Con l’aggravante che per la seconda non è più così difficile interfacciarsi con un potere politico, imprenditoriale, istituzionale sempre più connivente. Anzi. La forza delle mafie di consiste oggi in “un metodo (mafioso) - si legge nella relazione della Dia sull’attività svolta e sui risultati conseguiti nel secondo semestre 2019 - che si avvale della complicità di figure inserite in ambiti economici ed amministrativi, in una complessa zona d’ombra in cui si configurano nuovi modelli associativi imperniati su una fitta convergenza di interessi”.

Vero è che, dove non vi è complicità, la classe politica ha sempre peccato di sottovalutazione. Come quanti, ancora negli anni duemila, negavano recisamente la presenza delle ‘ndrine calabresi sul territorio lombardo. Ignorando che la ‘ndrangheta vi ha messo radici, in realtà, fin dalla metà degli anni ’50.

Prima con lo sfruttamento di manodopera a basso costo, poi attraverso una progressiva interazione con il mondo della politica. Milano - scrivono Nicola Gratteri e Antonio Nicaso nel libro Storia segreta della ‘ndrangheta (Mondadori, 2018) - è già negli anni ’70 e ’80 “una delle capitali europee” del traffico di droga, dell’usura, delle estorsioni. Tra le famiglie più attive sul territorio, vi sono i Papalia, i Sergi, i Morabito, i Flachi, i Paviglianiti, i Trimboli. Ma soprattutto i Di Giovine-Serraino di Reggio Calabria, in grado di far arrivare dal Sudamerica nelle piazze di spaccio del capoluogo lombardo - così come di altre città sparse in tutta Italia - fino a sessanta chili di cocaina al mese, pronta per essere smerciata.

Cominciano quindi le infiltrazioni nel mondo della politica, sempre nell’inveterata ottica dello “scambio di favori”.

Lo spartiacque è segnato dall’omicidio di Roberto Cutolo, figlio di Raffaele, boss della Nuova Camorra Organizzata, consumato a Tradate nel 1990 ad opera dei Flachi-Trovato “per fare un favore ai Fabbrocino”. Da quel momento la ‘ndrangheta va sempre più consolidando i presupposti della sua egemonia. Acquisisce il controllo “di interi quartieri di periferia, come Ponte Lambro, Stadera, Bruzzano, Comasina, Piazza Prealpi, Quarto Oggiaro”, e “di intere zone dell’hinterland, come Cesano Boscone, Buccinasco, Corsico, Trezzano sul Naviglio”.

Sono anni di fermento: dalla diffusione in diversi comuni fra la Brianza e il Lodigiano (Vimercate, Sant’Angelo Lodigiano, Lodi Vecchio, Salerano sul Lambro, Monza) ai “tentativi di infiltrazione - documentano Gratteri e Nicaso - in sezioni di partiti politici da parte di persone sospette di collegamento col mondo della criminalità” nelle amministrazioni locali di Desio e Vimercate.

Dal riciclaggio dei fondi dei sequestri di persona in esercizi commerciali aperti in tutta la regione, all’attentato contro l’ufficio del segretario della Dc presso Desio. Ora di veder realizzate operazioni più sofisticate, il passo è breve.

“Nel 1997 - proseguono Gratteri e Nicaso - il gruppo Morabito-Palamara-Bruzzaniti di Africo utilizza un commercialista di Milano, Enrico Cilio, cognato di Michele Sindona, per trasferire all’estero il patrimonio rappresentato da 26 società che gestivano attività quali alberghi, ristoranti, bar e garage nel cuore di Milano, tutte addirittura nel perimetro del tribunale”.

Neanche la provincia di Como rimane esente dal contagio: la notte di San Vito del 1994 vengono sgominati diversi covi della ‘ndrina Mazzaferro.

Verso la fine degli anni ’90, nell’ambito di un’azione repressiva nei confronti dei clan Cosco-Garofalo, si svelano il disegno della ‘ndrangheta di Petilia Policastro di estendere anche nel milanese il controllo sul traffico di stupefacenti. Il che - insieme all’accurata opera di ricostruzione effettuata dagli inquirenti - non sarebbe stato possibile senza la testimonianza di Lea Garofalo, sorella di Floriano Garofalo, ucciso nel giugno 2005 dall’ex compagno Carlo Cosco e dal cognato Giuseppe Cosco. Ammessa nel 2002 allo speciale programma di protezione per i testimoni di giustizia, poco dopo esserne uscita verrà uccisa e brutalizzata dai Cosco per ritorsione nel 2009.

Altre operazioni susseguitesi in Lombardia tra il 2004 e il 2008 portano alla luce le attività estorsive nel Lodigiano, gli omicidi nel Legnanese e altri illeciti connessi al traffico internazionale di droga secondo lo schema triangolare Sudamerica-Africa-Europa. Un giro d’affari che allora faceva capo a Salvatore Morabito, e che a distanza di qualche anno sarebbe stato replicato (senza la tappa in Africa) dal clan Ruga-Metastasio-Loiero di Monasterace. Gli affiliati - come svelato dall’operazione ‘Mar Ionio’ del 2016 - importavano cocaina dal Brasile presso la base operativa di Sesto San Giovanni, dove la droga veniva tagliata per essere poi piazzata sul mercato tedesco e olandese. Il risultato: in entrambi i casi, sequestrati centinaia di chili di cocaina nel milanese, arrestate decine di persone, con il coinvolgimento anche di eminenti personalità del mondo politico, imprenditoriale, professionale.

Ma solo grazie alle due operazioni fondamentali ‘Crimine’ e ‘Infinito’, condotte nel 2010 sotto il coordinamento delle Dda di Reggio Calabria e Milano, si è potuto ottenere conferma - in due sentenze passate in giudicato nei relativi processi tra 2014 e 2016 - dell’esistenza in Lombardia di una struttura unitaria della ‘ndrangheta: quella che vede un ‘crimine’ - detto appunto ‘Lombardia’ - articolato in numerose ‘locali’, ciascuna dotata di almeno 49 membri fra cui viene scelto ogni anno un ‘capo-crimine’, che è “il garante delle regole”, oltre che principale organizzatore delle attività criminose. 30 in totale risultano - stando alla relazione della Dia relativa al secondo semestre del 2018 - le ‘locali’ sparse in tutta la Lombardia. Ciò che le differenzia dalle ‘province’ di Cosa Nostra - spiegano Gratteri e Nicaso - è una “maggiore autonomia” rispetto al centro decisionale, che consente loro di adattare la propria struttura alla realtà che si trovano a fronteggiare.

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