ABRUZZO ZONA ROSSA. A Vasto ci si preoccupa del 2100

La Regione Abruzzo è diventata "zona rossa" con ordinanza regionale. I contagi del Sars-Cov2 aumentano ad alti ritmi anche nel vastese. Alcuni comuni hanno di recente chiuso, anche solo in via precauzionale, le scuole. A Vasto l’assessore all’istruzione scrive su facebook che il tema non si pone citando statistiche OSCE tra cui una sulla diminuzione del PIL «entro la fine del secolo».

ABRUZZO ZONA ROSSA. A Vasto ci si preoccupa del 2100
Anna Bosco (ph dal profilo fb istituzionale)

Il contagio del nuovo coronavirus sta investendo, nell’indi-gestione di questi ultimi mesi figli di anni e anni di «squisita politica», anche l’Abruzzo. Abbiamo di recente sottolineato trastulli, lazzi e tante situazioni nelle quali la regione adriatica è ingabbiata, mentre la pandemia avanza. Il DPCM del 3 novembre l’aveva classificata in «zona gialla» ma è bastata una settimana per diventare «arancione». Un’ordinanza del Presidente della Regione Marco Marsilio l'ha trasformata in «zona rossa» Durante la prima ondata la provincia più interessata fu Pescara, ora la situazione diventa ogni giorno più drammatica nell’aquilano ma il resto della regione certo non può dormire tranquilla. Anche perché c’è, abbondantemente, chi dorme quattordici cuscini o si trastulla per tutti, consuma lo stock per qualche milione di persone e probabilmente anche per qualche generazione futura.

Il vastese, ovviamente, non è esente da questa ondata. Alcuni comuni, a seguito di positività riscontrate nella comunità scolastica o in via precauzionale, hanno deciso di chiudere le scuole. Il dibattito sul tenere o meno le scuole è corso – sulle famose «chat delle mamme» su whatsapp, tra le migliaia e migliaia di famiglie degli studenti, su facebook e altrove – anche a Vasto.

Le scuole secondarie di secondo grado (le vecchie «superiori») sono in «didattica a distanza» in quanto Abruzzo «regione arancione», con l’istituzione della «zona rossa» sono in «didattica a distanza» in più solo seconda e terza classe delle secondarie di primo grado (le vecchie «scuole medie»).

Tutte le altre classi restano aperte e operative «in presenza». Sabato 14 novembre il bollettino social comunale di Vasto ha riportato, continuando a registrare una marcia di avanzamento quasi costante degli ultimi tempi, che nelle 24 ore precedenti erano state riscontrate altre 14 positività per un totale di 164 totali attivi. Nelle ore precedenti l’assessore all’istruzione Anna Bosco ha scritto un post su facebook in cui ha categoricamente escluso che esista una possibilità di chiusura delle scuole in città: «non è stata avanzata nessuna richiesta» - è del giorno dopo la notizia dell’istituzione della «zona rossa», tempistica  perfetta … -  ha scritto testualmente. Orbene esiste un modulo di richiesta? Si scarica online? La massima autorità sanitaria, ovvero colui che l’ha nominata assessore e con cui ha un contatto diretto quotidiano e collaborazione costante, per lei è forse un juke box? Se si inserisce un alto numero di gettoni (ovvero le «richieste») si attiva altrimenti autonomamente non parte? E le richieste da chi devono partire? Bastano le «chat delle mamme» o feisbùk?

A sostegno della non esistenza di una riflessione sulla possibile chiusura l’assessore cita anche due statistiche OCSE che prevede danni economici dalla chiusura delle scuole sui «guadagni futuri» dei ragazzi e sulla contrazione del PIL … entro la fine del secolo. Che tutto venga deciso solo in base alla convenienza economica, che a quanto pare non si tenga conto di altro e che non vengano neanche citati i protocolli e la sicurezza che l’istituzione dovrebbe garantire, citando solo e soltanto ancora una volta comportamenti e responsabilità individuali, già ci sarebbe molto da dire.

Nelle stesse ore, per dirne una, il sindaco di Teramo e presidente regionale dell’ANCI (Associazione Nazionale Comuni Italiani) Gianguido D’Alberto – tra l’altro appartenente allo stesso partito dell’assessore vastese – è stato lapidario e conciso nel giudizio sull’attuale applicabilità dei protocolli: «va fatta chiarezza» e la gestione è «ancora disorganizzata e frammentaria». Ma si può andare oltre: dopo ogni catastrofe, pensiamo ad un terremoto, ci sono comunità scolastica che si ritrovano disgregate e in difficoltà e anche per anni impediti o fortemente frenati nella possibilità della normale attività, in caso di fortissime perturbazioni meteo (pensiamo ad una imponente nevicata, come accaduto almeno due volte negli ultimi dieci anni) le scuole rimangono chiuse anche per molti giorni.

Sommando tutte le volte che sono accadute dobbiamo pensare che – fermi tutti – finora sia stato tutto sbagliato e l’è da rifare? Che le scelte di prudenza e tutela della sicurezza, che l’aver preso atto di un’emergenza e dell’impossibilità di proseguire come prima non fosse la strada da seguire e un danno evitabile ai ragazzi? Quindi in caso di nevicate o di terremoto anche a Vasto, negli anni scorsi, si è sbagliato a chiudere le scuole? Quindi durante il lockdown non è stata protetta la salute ma si sono danneggiati i ragazzi?  Chissà quale partito è stato al «governo cittadino» negli ultimi tredici anni e ora tra gli assisi a Roma?

Cattura ancor di più l’attenzione l’altra statistica: la chiusura delle scuole porterà ad una contrazione dell’1.5% del PIL entro la fine del secolo. Le disposizioni contro la pandemia di questi mesi e la pandemia stessa porteranno quest’anno ad una contrazione che potrebbe abbondantemente superare il 10%, milioni di attività economiche sono già allo stremo e vedono la prospettiva della chiusura e del fallimento, il numero dei morti (tra cui innumerevoli padri e madri di famiglia, persone che garantivano vita e sostentamento ai figli) aumenta ogni giorno, l’incertezza e la paura regnano sovrani, non sappiamo cosa sarà del Natale prossimo venturo e non si riesce spesso manco a pensare al prossimo anno. Parafrasando Lorenzo il Magnifico neanche dell’oggi v’è certezza. Ma si pensa al 2100.

 

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