«La situazione a Taranto sta diventando una vera bomba sociale»

DISASTRO EX ILVA/Parte 2^. Ambrogi Melle (Comitato Donne e Futuro): «La gestione dei commissari del governo ha continuato a inquinare e a far ammalare le persone. Prevale ancora l’idea di generare profitto per accontentare il privato». Schiedi (ex operaio Ilva): «Si parla di decarbonizzazione, ma gli altoforni sono in aumento. Taranto non può permettersi un nanogrammo di inquinamento in più». Giordano (magistrato Cassazione): «La magistratura ha la sua parte di responsabilità nel trascurare il tema della sicurezza sul lavoro».

«La situazione a Taranto sta diventando una vera bomba sociale»
I veleni dello stabilimento siderurgico Ex Ilva.

«Con questo secondo ricorso - rimarca la professoressa Lina Ambrogi Melle - chiediamo alla Corte una “sentenza pilota”, che indichi cioè le misure generali in grado di mettere il Governo delle condizioni di porre rimedio alle cause di queste violazioni, e quindi di spegnere immediatamente l’area a caldo. Questa è l’unica cosa giusta da fare». Continui e persistenti sono stati nel tempo i «danni ambientali e sanitari» e le conseguenti violazioni di diritti fondamentali (sanciti anche da fonti sovranazionali) nel territorio di Taranto. I governi italiani, dal canto loro, «non hanno fatto altro che procrastinare la soluzione», con 13 decreti ad aziendam e una gestione commissariale del sito che «avrebbe dovuto mettere a posto gli impianti e invece in 7 anni ha continuato a inquinare e a far ammalare le persone».

Per non parlare delle macroscopiche perdite patrimoniali, passate con la gestione ArcelorMittal da 80 a oltre 100 milioni al mese. Il che ha legittimato negli anni un assurdo spreco di soldi pubblici, «quasi cinque miliardi di euro che - ricorda Ambrogi Melle - sono serviti soltanto a non chiudere quegli impianti che “causano malattie e morte”», senza apportare alcuna miglioria. Le ragioni del profitto - impedire la fuga del colosso mondiale dell’acciaio e il deflusso dei suoi capitali - sono quindi prevalse sulla tutela della salute. Che ogni tanto è tornata a fare capolino, negli slogan del governo di turno: «Oggi la situazione è identica a quella del 2012, al tempo dei Riva: prima - commenta la presidente del Comitato Donne e Futuro - c’era Corrado Clini, Ministro dell’Ambiente del Governo Monti, e andava di moda la parola “ambientalizzazione”. Adesso sono passati 9 anni, hanno cambiato termine: si parla di “acciaio green”, di “transizione ecologica”, di sistemi “ibridi” con l’aggiunta di impianti “ecologici” a gas accanto a quelli a carbone … Ma se ci fossero intenzioni serie di cambiare, allora si costruirebbero dei nuovi impianti con le nuove tecnologie che non inquinano. Ma questo non lo dicono, perché costerebbe troppo e non conviene economicamente».

Ci si accontenta allora di qualche pannicello caldo. «La copertura dei parchi minerali è una presa in giro, sono già diventati tutti neri», documenta Ambrogi Melle. «Non hanno fatto le bonifiche sottostanti, non hanno messo in sicurezza le falde, non hanno impermeabilizzato, e poi quando ci sono stati degli eventi atmosferici sono girate in rete le immagini di Taranto invasa dalle polveri delle cokerie. Queste emissioni diffuse e fuggitive, gli agglomerati, le polveri degli elettrofiltri, la diossina che piove sulla città perché si lacerano i sacchi… Ci sono stati svariati fenomeni di una gravità inaudita. Addirittura - aggiunge la professoressa - nel deposimetro di Tamburi, la diossina ha raggiunto valori che, per usare le parole dell’allora direttore dell’Arpa Giorgio Assennato, si rileverebbero solo “al centro della peggiore discarica della terra dei fuochi». Oggi, purtroppo, «l’obiettivo è ancora quello di aumentare la produzione, e soprattutto di creare profitto, perché Mittal si aspetta di vedere un riscontro economico».

Il problema più drammatico - da non dimenticare - resta comunque quello della perdita di tante vite umane: a Taranto - ricorda la nostra Alessandra Ruffini - «la politica porta sulla coscienza il peso dei morti e delle sofferenze di intere famiglie». Soprattutto quelle dei più piccoli, come Lorenzo, morto a soli 5 anni nel 2014 per un tumore al cervello, nel quale sono state rinvenute all’esito dell’autopsia tracce di sostanze ferrose, acciaio, zinco, silicio e alluminio. Segno che il bambino si era ammalato, in realtà, quando era ancora un feto, «perché nel latte materno delle donne di Taranto finiscono le diossine prodotte dalle emissioni inquinanti dello stabilimento di Tamburi». Solo di recente per la famiglia di Lorenzo si comincia a profilare la speranza di ottenere giustizia, con l’iscrizione nel registro degli indagati di nove ex dirigenti Ilva accusati di omicidio colposo per aver permesso - si legge negli atti notificati dai pm - «la dispersione di polveri e sostanze nocive provenienti dalle lavorazioni (…), omettendo l’adozione delle misure di prevenzione contro gli infortuni sul lavoro e malattie professionali».

E sotto quest’ultimo profilo, se c’è qualcuno a cui sono ben note le condizioni di lavoro all’interno dello stabilimento, quello è Aldo Schiedi, per 18 anni operaio applicato all’area a caldo della cokeria e responsabile antincendio dell’ex Ilva, ora in cassaintegrazione straordinaria. «Taranto - esordisce - è una città circondata da fonti inquinanti: oltre all’Ilva, abbiamo accanto anche l’Eni e tre discariche, di cui una molto grossa proprio all’interno dello stabilimento». Oggi, nell’ambito della stessa azienda, ci sono «due fasce di lavoratori», una delle quali è «quella relativa all’amministrazione straordinaria, a carico dei contribuenti, che comprende circa 1.600 lavoratori, anche se inizialmente eravamo 2.586, fra l’altro mandati a casa dall’oggi al domani con un sms». Un migliaio di operai, infatti, ha preferito licenziarsi per beneficiare dei 77mila euro di liquidazione erogati, a prescindere dall’anzianità lavorativa, sulla base del contratto del 6 settembre 2018.

«La situazione all’interno della fabbrica è catastrofica», racconta Schiedi. «Gli impianti sono ormai all’osso, perché sono tanti anni che non si effettuano lavori in quella fabbrica: si dirà, “ma i lavori AIA? E i vari piani ambientali?” Tutti lavori di facciata, lavori di edilizia. Il parco minerale è un’opera costata 300 milioni di euro, che però non è stata coibentata. Non sono stati fatti i lavori nelle falde... Oggi si parla di “decarbonizzare”, solo perché c’è questa ‘aggiunta’ di un forno elettrico a un sistema obsoleto da inizio ‘900. Poi - denuncia l’ex operaio - vogliono mettere altri tre altoforni in marcia con lo stesso sistema produttivo a carbone: quindi decarbonizzare cosa? Taranto si è accollata l’altoforno di Genova: da tre si è passati a quattro altoforni. Attualmente ce ne sono tre in marcia, ma nel piano industriale di ArcelorMittal e Invitalia (che ancora oggi non è noto nessuno) si parla anche di una ripartenza nel 2023 dell’Afo 5, il più grande altoforno d’Europa».

La situazione ambientale è quindi estremamente critica. «Taranto non può permettersi un nanogrammo di inquinamento in più. E se domani si dovesse chiudere l’Ilva, la questione non si risolverebbe nell’immediato: ci vorranno secoli per bonificare quest’area», dichiara Schiedi. La prospettiva industriale è, quindi, di un aumento della produzione («si punta a produrre 5 milioni di tonnellate di acciaio») cui però non corrisponde un adeguato tasso di occupazione («si stanno facendo già 5 milioni di tonnellate di acciaio, e quindi, per avere mille persone ogni tonnellata, ci vorrebbero 5.000 persone»). Dei 1.600 lavoratori in cassaintegrazione, in due anni e mezzo solo 43 - riferisce Schiedi - sono stati «inseriti nei piani di bonifica sull’area perimetrale della falda»; «a Genova, grazie ad un accordo di programma, i cassaintegrati sono stati impiegati nei lavori socialmente utili». Presto a Taranto, secondo Schiedi, ci saranno «ulteriori 3.000 esuberi». Quanto agli altri 1.600, in virtù del nuovo accordo dello scorso 10 dicembre, «non si ha notizie di che fine faranno: l’altro giorno sono scesi in piazza, perché hanno perso anche l’integrazione del 10%, e da due mesi non percepiscono neanche più il bonus Renzi». La sicurezza sul lavoro scarseggia, come dimostra il ripetersi di incidenti simili a distanza di anni (la morte di due lavoratori per il crollo di una gru), ma «il sindacato è stato per lunghi anni assente: Landini deve prendere coscienza dei propri errori».

Insomma, afferma l’ex operaio, «la situazione a Taranto sta diventando una vera bomba sociale: prima qui trovavano una scusa del ricatto occupazionale. Oggi non c’è nemmeno quello: Taranto ha il più alto tasso di disoccupazione, che supera il 50%. E nella fascia dei cittadini dai 14 ai 24 anni si attesta a oltre il 60%».

A cui si aggiunge il problema dei tempi dilatati della giustizia italiana, con riguardo alla recente pronuncia del TAR (di cui si è detto) sulle emissioni del camino E-312, arrivata dopo un’attesa di un anno e mezzo, salvo poi lo slittamento all’11 marzo della decisione del Consiglio di Stato sulla richiesta di sospensiva di Mittal. «In questi frangenti, però, le emissioni continuano in questa città. Taranto paga un prezzo troppo alto per l’inquinamento», conclude Schiedi.

E non solo Taranto: il dottor Bruno Giordano tiene a precisare come l’aut aut fra bonifica e chiusura definitiva del sito siderurgico si ponga «anche in altri luoghi d’Italia. L’Italia è piena di Ilva: vogliamo parlare del petrolchimico di Gela, dei porti di Augusta, di Milazzo, di Porto Marghera, di Piombino?». Su questi fronti, è inevitabile che debba misurarsi anche il lavoro dei giudici. «La magistratura ha sicuramente delle responsabilità, non ho alcun problema ad ammetterlo, perché vi è stata e vi è tuttora una certa pavidità, in alcune aree industriali, ad occuparsi del tema della tutela della sicurezza del lavoro. E soprattutto ad agganciare questo tema a quello della tutela della collettività». Molti processi, ricorda il magistrato, si sono occupati anche «dell’inquinamento e dei morti da amianto, che ci sono stati anche all’Ilva di Taranto», fra cui quello da ultimo «annullato per via di difetti dell’Autorità Giudiziaria».

Pensando poi a una città alternativa a questa “fabbrica dei veleni”, «Taranto - riflette la professoressa Ambrogi Melle - ha moltissime possibilità di sviluppo, che però la politica ancora una volta le ha impedito: nel 2001 arrivarono i fondi Cipe (Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica, ndr) per due interessanti progetti: Distripark e Agromed per lo sviluppo della zona retroportuale di Taranto. Il Distripark avrebbe permesso la lavorazione delle merci provenienti dall’Asia tramite il canale di Suez, la loro certificazione e distribuzione in Europa. Questo avrebbe creato migliaia di posti di lavoro: a Rotterdam solo l’ultimo che è stato realizzato occupa 25mila persone e ce ne sono tanti. Agromed riguardava l’agroalimentare, ma era del tutto equivalente». Tuttavia, «questi progetti non sono mai stati realizzati: come i fondi Cipe sono arrivati a Taranto, sono stati trattenuti dalle banche». Non diversamente da quanto accaduto nel 2011, in occasione dell’«arrivo di 200 milioni per il porto di Taranto, di cui 40 destinati alla retroportualità»: a distanza di nemmeno un mese, quei soldi furono «dirottati via da Taranto, dicevano “provvisoriamente”, per fare delle cose che non riguardavano la retroportualità. Quei soldi non sono più tornati», ricorda Ambrogi Melle.

Di conseguenza, conclude la presidente del Comitato Donne e Futuro per Taranto Libera, «a Taranto la zona retroportuale strategica di Taranto non si è sviluppata. Eppure, la città avrebbe grandi ricchezze dal punto di vista culturale e turistico, condizioni climatiche favorevoli per colture come il melograno, la particolare esposizione ai raggi solari, ecc.».

Il fatto è, secondo Lina Ambrogi Melle, che «la politica non ha mai voluto dare alternative occupazionali ai cittadini tarantini». Ne conviene Aldo Schiedi, ritenendo a ragion veduta che, se si tenesse oggigiorno un referendum dentro i cancelli dell’Ilva per decidere tra la tutela del benessere ambientale e quella del fattore occupazionale, «la maggior parte dei lavoratori vorrebbe ancora continuare a lavorare, ma solo per l’aspetto economico. Intorno a questa città c’è il deserto, l’hanno isolata, non abbiamo nulla. I cittadini sono spaventati, l’alternativa è fuggire».

Si auspica che i 5 miliardi del Recovery Fund e i soldi degli altri Fondi europei vengano investiti per il rilancio e le bonifiche dell’area.

 

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