Noi, civiltà dell’estinzione e delle possibili salvezze

Sono almeno trentatremila le piante e oltre cinquemila cinquecento gli animali a rischio estinzione come denuncia la IUCN (International Union for Conservation of Nature). Oltre all’inquinamento e al cambiamento climatico incidono il bracconaggio, il commercio illegale di animali selvatici.

Noi, civiltà dell’estinzione e delle possibili salvezze
Foto di Mabel Amber da Pixabay

Comincio con il parlare delle rondini, quelle che sono tornate nel mio paese, sono appena tre (anche lo scorso anno erano tre), le attendevo già da giorni per festeggiare, anche se in tanta mestizia, il loro costante ritorno da noi. Le guardo, le osservo, le ammiro per la loro voglia di libertà, di viaggio, di partenze e di ritorni, di resilienza alle condizioni climatiche avverse.

Forse il prossimo anno non torneranno, già in alcuni luoghi non tornano più. D’altra parte negli ultimi dieci anni la popolazione delle rondini è calata del quaranta per cento: cambiamenti climatici, inquinamento, habitat mutati, pressione antropica esasperata e anche distruzione dei loro nidi, le cause più determinanti. Ma la rondine purtroppo non è sola nella lista di questa lenta e implacabile estinzione di specie di animali e di piante.

Sono almeno trentatremila le piante e oltre cinquemila cinquecento gli animali a rischio estinzione come denuncia la IUCN (International Union for Conservation of Nature), quest’ultimo numero destinato a salire se si considerano anche le specie definite vulnerabili. Oltre all’inquinamento e al cambiamento climatico incidono il bracconaggio, il commercio illegale di animali selvatici, basti solo pensare ai Wet Market asiatici per avere un’idea delle atrocità che commette l’uomo e per come poi la violenta rapacità nei confronti di questi animali, tra i quali il pipistrello e il pangolino, abbia influito anche su questa terribile pandemia.

La perdita delle specie non incide solo in termini biologici ma anche economici, vista l’interconnessione che esiste fra ambiente e uomo, è necessario rallentarla il prima possibile, le specie, infatti, si estinguono ad una velocità circa cento volte superiore al passato. A questo punto va ricordata anche l’insostituibile presenza di api e insetti impollinatori per la stessa esistenza dell’agricoltura e quindi del cibo che mangiamo (sono in declino, si parla di circa il cinquanta per cento in meno). Abbiamo tutti un’occasione epocale, quella di ripensare al nostro modo di stare al mondo non da predatori ma da abitanti rispettosi della vita in ogni sua forma.

Ancora ci è concesso attuare possibili salvezze per le quali da anni lottano anche le associazioni e le organizzazioni ambientaliste e animaliste che indirizzano la loro attività per ridurre le minacce per le specie a livello locale e globale, per stimolare i governi e le istituzioni ad agire per interventi di tutela e conservazione, per coinvolgere le comunità locali a proteggere  la vegetazione e gli animali. Quando saremo fuori da questa pandemia ci si potrebbe porre l’obiettivo di una nuova consapevolezza per sostenere (e magari farne parte attiva) queste associazioni che da anni lavorano e diffondono il pensiero dell’equilibrio tra natura e uomo, tra queste: il WWF, la Lipu, Legambiente, Greenpeace, Italia nostra, LAV, Animal Equality (che  si batte contro gli orrori degli allevamenti intensivi), l’Oipa, l’Enpa, Marevivo e numerose altre.

Potremmo diventare da civiltà delle estinzioni a civiltà dell’impegno per riequilibrare il nostro rapporto con la natura e allora non sorprendiamoci più se i pesci sono tornati nella laguna di Venezia, i delfini a Cagliari, le lepri nei parchi di Milano ed ancora altri avvistamenti in città e paesi, sono il segnale concreto che tutto è ancora possibile e che siamo noi la specie che ora decide della sopravvivenza del pianeta.