Giornata della Memoria e dell’impegno contro le mafie. 21 marzo, oggi si ricordano le vittime innocenti delle mafie, un lunghissimo elenco che attraversa tutta la storia d’Italia. Memoria senza impegno, memoria che guarda al passato senza agire nel presente per costruire il futuro, sarebbe solo ipocrisia e un insulto a chi è stato assassinato. Lunghissimo è l’elenco delle persone che vengono ricordate, centinaia e centinaia.
Una lista che si allunga costantemente per i crimini delle varie mafie che insanguinano, devastano, inquinano l’Italia sin dall’Unità d’Italia.
Ci sono, poi, tantissime persone vittime dei crimini delle mafie la cui memoria, in questo Paese senza memoria, si tende a far cadere nell’oblio. L’8 marzo scorso Resistenza Femminista ha proposto di ricordare Adelina Alma Sejdini, la cui vita si è drammaticamente interrotta un anno e mezzo. Adelina che denunciò i suoi aguzzini e fu tradita dallo Stato italiano, Adelina che per anni chiese a tutte e tutti di sostenere la lotta contro il lager mafioso dello stupro a pagamento, delle mafie della tratta.
Ci chiedeva con forza e determinazione di essere voce della sua voce e #saremolatuavoceAdelina è stato l’hashtag proposto l’8 marzo. Pubblicazione sui social che è un impegno che continua, che non deve mai interrompersi.
Poche settimane prima della drammatica morte di Adelina è stato il decimo anniversario della tragica morte di Lilian Solomon, sfruttata dalle mafie della tratta in Lombardia e poi in Abruzzo. Il linfoma che la uccise avanzava, le provocava dolori sempre più atroci. Eppure gli stupratori e i suoi aguzzini non si sono mai fermati. Le centinaia, se non migliaia, di maschi che la stuprarono per mesi sono stati totalmente indifferente al suo calvario. Nel 2021 proponemmo ripetutamente un suo ricordo collettivo sui social. Perché l’Abruzzo non può, non deve dimenticarla.
Chi dimentica è complice e nel suo ricordo dobbiamo sempre più denunciare quanto accade dalla bonifica del tronto a San Salvo e Montenero passando per città come Pescara e Montesilvano.
Lilian è morta di malattia ma è vittima di mafia, come Adelina e come tutte le donne uccise. Riproponiamo alcuni dei loro nomi, di donne sfruttate dalle mafie nigeriane, uccise mentre erano incatenate al lager della schiavitù sessuale, pubblicate nel libro «Storie vere– Sfruttamento e schiavitù sessuale, tratta di esseri umani. Storie realmente accadute, violenze efferate, e sullo sfondo la mafia nigeriana in Italia».
Chiediamo immensamente scusa e perdono a tutte loro e alle tante, altre, ragazze la cui storia è raccontata nel libro ma citarle tutte in quest’articolo non si riesce. Quando si parla, fin troppo facilmente e con frasi fatte trite e ritrite nelle comode case di prostituzione, dovremmo ricordare loro. E le tante, troppe, altre donne vittime del perbenismo, dell’ipocrisia, della criminalità borghese e patriarcale che alimenta le mafie e i calvari su cui prosperano e si affermano.
Sonia viveva a Benin City quando a 16 anni perse entrambi i genitori, l’anno dopo anche a lei fu proposto di trasferirsi in Libia per lavorare come parrucchiera. Ma così non fu ed iniziò il suo calvario nel lager della schiavitù sessuale in Libia e poi a Bologna fino alla sua fuga in Abruzzo dove si liberò dopo l’incontro con “On the road”.
In questo video ha raccontato la sua storia a “Save the Children”.
Queste sono altre due testimonianze raccolta da “Le ragazze di Benin City”
Alexandra, uccisa dall’Aids.
Angela, abbandonata nel deserto e stuprata in una barca “in balia delle onde in mezzo al Mediterraneo”.
Antonia, “uccisa da tre balordi della Napoli bene”.
Blessing, di cui non si hanno più notizie.
Carmen, assassinata a 27 anni dopo dieci di violenze e stupri.
Caroline, venduta a 19 anni.
Dorina, una minorenne che fece quel che troppi “italiani brava gente” adulti non faranno mai: denunciare con coraggio.
Erabor, baby schiava in Piemonte.
Ester, salvata in ospedale dopo che a Vercelli l’infanzia e l’adolescenza furono violentate dalla schiavitù sessuale.
Evelyn, assassinata a 23 anni nella periferia di Brescia.
Faith Aworo, condannata a morte nella Nigeria in cui il decreto d’espulsione del governo italiano la rimandò nel 2010.
Franca, ritrovata assassinata tra i rifiuti a 27 anni sulla statale Ortana a Narni.
Grace, Hanna, Gypsy, Helena, Hellen, che hanno fatto quel che la brava borghesia italiota non farà mai: denunciare e chiamare con il loro nome le mafie della schiavitù sessuale.
Liliam Solomon, che non smetteremo mai di ricordare e indignarci per come abruzzesi l’hanno assassinata.
Maimuna, “salvata dalla strada in un modo che fa piangere il cuore”.
Maroella, uccisa dopo due anni di schiavitù sessuale.
Nike Favour, “bruciata viva da un cliente legato alla mafia (quella locale che appoggia quella nigeriana).
Oluwa, sfruttata da quando era poco più che una bambina, perché le mafie (nigeriane ma non solo) schiavizzano anche minorenni e i papponi, gli stupratori a pagamento, sono criminali depravati anche (come abbiamo denunciato e documentato tante volte) pedofili.
Rose, “stuprata da chissà quanti uomini in una volta sola” e a cui “le hanno perforato l’utero con un oggetto appuntito”.
Gladys, a cui un cliente “ha distrutto l’ano violentandola tre o quattro volte con un bastone”. Eki, “torturata con le sigarette accese”.
Sono queste solo alcune delle “storie vere” raccontate nel libro di Maris Davis.
Poco più di un anno fa, grazie a Sex Industry is violence ed Ebano, iniziammo a documentare e denunciare quel che stava accadendo alla frontiera tra Ucraina e Romania. In questi mesi tante testimonianze, denunce hanno documentato come le mafie della tratta, anche pedofili, stanno sfruttando l’emergenza umanitaria ucraina. Una denuncia che in una giornata come questa del 21 marzo è doveroso ribadire e ripetere. Non può esserci memoria senza impegno, l’impegno a non tacere e denunciare costantemente.
Ricordare quel che è stato deve essere aprire gli occhi e gridare di fronte a quel che è.





